La cabina della funivia Stresa – Mottarone che domenica scorsa, poco dopo mezzogiorno, ha portato alla morte quattordici persone, precipitando nel vuoto, viaggiava con i blocca freni “deliberatamente e ripetutamente inseriti”.
La conferma all’agghiacciante verità emersa dagli interrogatori delle tre persone arrestate in seguito alla strage, nella notte tra martedì e mercoledì, si trova tra le righe del decreto di fermo emesso dalla Procura di Verbania e motivato dal “pericolo concreto e prevedibilmente prossimo” di fuga dei tre, con particolare riferimento al racconto fornito agli inquirenti dal capo servizio della struttura, ora in cella al pari del direttore di esercizio e del gestore della funivia, nonché amministratore della società Ferrovie del Mottarone, Luigi Nerini.
I tre erano “puntualmente informati” di ciò che avveniva durante le corse, aperte al pubblico nella consapevolezza che quella cabina, in caso di emergenza, sarebbe stata sprovvista di freno, data la presenza degli ormai tristemente noti “forchettoni”, ovvero di quei blocchi metallici in grado di inibire l’azione del sistema frenante, ma allo stesso tempo di evitare quelle fastidiose anomalie che i responsabili avevano registrato già alla riapertura di fine aprile, cercando poi di “tamponare” con la sostituzione di un rullo. Ma la problematica era rimasta..
L’immediata chiusura dell’impianto, per procedere ad un intervento più sofisticato, non era però una soluzione contemplata nei programmi del gestore, già provato economicamente dalle difficoltà e dai sacrifici patiti durante il lockdown. Una “condotta sconsiderata” – ha messo nero su bianco il procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi – che ha portato alla morte di quattordici persone e al grave ferimento di un bambino di cinque anni, unico sopravvissuto, ancora ricoverato in ospedale in condizioni delicatissime.
Tra oggi e domani i tre indagati verranno sottoposti all’interrogatorio di garanzia, e davanti al giudice delle indagini preliminari avranno modo di mettere a fuoco le rispettive posizioni. Nel frattempo la procura ha affidato al professor Giorgio Chiandussi, docente di meccanica aerospaziale presso il Politecnico di Torino, il delicato compito di studiare la carcassa della cabinovia e ricostruire le cause che hanno condotto alla rottura della fune traente: il vero punto di origine della immane tragedia.
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