Roma | 28 Gennaio 2021

Delitto Macchi, Stefano Binda assolto in via definitiva

La Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso dell'accusa contro il 53enne, che nel 2018 era stato condannato all'ergastolo per l'omicidio della studentessa

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Resta senza un colpevole l’omicidio di Lidia Macchi, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 gennaio del 1987, dopo che la studentessa di ventuno anni aveva lasciato l’ospedale di Cittiglio dove si era recata a fare visita ad un’amica. Il suo corpo, trafitto da ventinove coltellate, fu ritrovato vicino alla sua auto in località “Sass Pinin”, una collinetta nei pressi della stazione ferroviaria del paese.

Ieri la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di assoluzione emessa nel 2019 dalla Corte d’Assise di Milano nei confronti di Stefano Binda, oggi cinquantatreenne e all’epoca dei fatti amico della giovane, nonché suo ex compagno di classe.

Binda, condannato all’ergastolo in primo grado dai giudici di Varese, nel 2018, era poi stato scagionato da ogni accusa a seguito del processo di appello e dopo quasi quattro anni di carcere. Ieri la parola fine, in coda alla vicenda giudiziaria iniziata con l’arresto dell’uomo nel 2016, è stata scritta con la sentenza definitiva della suprema corte, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla procura di Milano e dalla famiglia della ragazza, originaria di Casbeno, quartiere di Varese, dove viveva insieme ai genitori e ai fratelli.

Proprio Stefania e Alberto, insieme alla madre Paola, hanno commentato la notizia dell’assoluzione definitiva di Binda – che ha atteso il verdetto dalla sua abitazione di Brebbia – con una inusuale pacatezza, rifacendosi ai pochi elementi raccolti nel corso dell’indagine e all’assenza di prove significative di colpevolezza durante il processo.

La lettera anonima recapitata alla famiglia nel giorno del funerale di Lidia – contenente il testo della poesia “in morte di un’amica” – la cui stesura era stata attribuita a Binda, non è indice di colpevolezza; non è di Binda il dna trovato sul corpo di Lidia e il suo alibi non è mai stato smentito. Questi i punti centrali della requisitoria con cui il sostituto procuratore generale Marco Dall’Olio ha chiesto ai giudici romani la conferma del verdetto emesso in Appello, che due anni fa aveva clamorosamente ribaltato il destino del caso giudiziario.

Stefano Binda si è sempre dichiarato innocente, affermando già durante il dibattimento di primo grado di aver preso parte ad una gita organizzata dal gruppo di Comunione e Liberazione (frequentato anche da Lidia) nei giorni compresi tra la scomparsa e il ritrovamento della ragazza. Un episodio ricostruito solo parzialmente in sede dibattimentale, attraverso una lunga sequenza di “non ricordo”.

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