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Varese | 21 Gennaio 2021

Lettera aperta di Confartigianato Varese alle istituzioni: “Una pazzia lasciare la Lombardia in zona rossa”

L’appello del presidente Davide Galli: “Ci aspettiamo risposte sensate, una presa d’atto della situazione alla luce dei dati e un’azione forte a favore delle imprese”

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Il presidente di Confartigianato Imprese Varese, Davide Galli, ha inviato oggi – giovedì 21 gennaio – una lettera aperta rivolta alle istituzioni regionali e nazionali, coinvolgendo i rappresentanti di tutti gli schieramenti politici sia di Palazzo Lombardia sia di Camera e Senato.

La richiesta di Galli è quella di operare un cambio di paradigma e di visione che consenta di gestire l’emergenza sanitaria mantenendo alta l’attenzione alla sicurezza e, nello stesso tempo, permetta al mondo imprenditoriale e produttivo di tornare attivo e di riprendersi il prima possibile dalla forte crisi nella quale si è venuto a trovare in questi mesi difficili, che ha coinvolto soprattutto alcuni comparti come quello della ristorazione o del benessere.

“Solo se si prenderà atto che non sono le attività commerciali o artigianali ad essere pericolose, ma il mancato rispetto delle regole di sicurezza da parte di ciascuno, in base a quanto è chiamato a fare, avremo di fronte una visione, e soluzioni, differenti – afferma il presidente della Confartigianato varesina – Ci aspettiamo risposte sensate, una presa d’atto della situazione alla luce dei dati e un’azione forte a favore delle imprese. Non solo prebende, sostegni insufficienti e ritardatari, ma atti concreti come la consegna dei vaccini”.

Ecco il testo integrale della missiva di Davide Galli.

“Una pazzia lasciare la Lombardia in zona rossa fino al 31 gennaio. Una scelta che va oltre l’umana comprensione e l’evidenza epidemiologica e che non rispetta il diritto al lavoro di chi, sino a oggi, ha dimostrato buona volontà, massima attenzione alle norme anti-contagio, adeguamento ai protocolli, fiducia nella scienza e nel legislatore e volontà di contribuire al benessere del Paese.

Eppure, nonostante gli sforzi anche economici compiuti sino a qui, nulla va nella direzione del reciproco rispetto e della presa d’atto di una evidenza: il nostro tessuto economico, quello della provincia di Varese e della Lombardia, sono in forte sofferenza, ed è scaduto il tempo delle decisioni non avallate dalle evidenze scientifiche. Occorrono politiche nuove, più attente al bilanciamento tra produzione e salute e tra ripresa economica e disastro.

Folle è chi, in una situazione come questa, non tiene conto del quadro nel quale sta maturando l’asfissia della più produttiva delle regioni italiane e delle province che fino a oggi hanno contribuito a renderla tale.

Quanto ha detto nei giorni scorsi la vicepresidente della Giunta Regionale, Letizia Moratti, a proposito della revisione degli step di approvvigionamento di vaccini anti-Covid ha fondamento e merita di essere ascoltato senza pregiudizi di parte: stiamo mettendo a rischio la capacità del Paese di riprendersi dopo la pandemia, e di farlo rapidamente, non appena la campagna vaccinale sarà entrata nel pieno delle sue potenzialità. Non abbiamo tempo da perdere, non possiamo lasciare per strada altre imprese ormai a un passo dal rinunciare ad un diritto: quello al lavoro.

Dobbiamo preservare la salute, ci viene detto a giustificazione delle scelte compiute nel lasciare la Lombardia in zona rossa sino a fine mese. Corretto preservare la salute, ma si rammenti al contempo la necessità di preservare anche la linfa dell’imprenditorialità. Dobbiamo mantenere vivo il mondo produttivo e fare in modo che ad ogni risalita del virus non sia contro questi uomini e queste donne che vadano a impattare con una violenza non più sopportabile le disposizioni anti-contagio e le chiusure preventive.

Sono passati mesi dall’inizio della pandemia e oggi mi domando in base a quali dati e a quali evidenze scientifiche vengono assunte le decisioni di aprire o chiudere una determinata attività? Su quali presupposti vengono compiute le scelte a un anno dalla diffusione della pandemia e con auspicabili conoscenze aggiuntive a disposizione rispetto al primo, violento, lockdown? Pretendo un chiarimento urgente, come pure una disamina chiara di quali siano le cause principali del contagio. Lo pretendo a nome delle tante imprese che si rivolgono a noi per capire le ragioni di scelte che non accettano più, e che non riescono più a sopportare.

Nessuno dimentichi che il mondo produttivo va preservato perché è un valore e costituisce le fondamenta sulle quali potremo costruire le risorse per il futuro. Non ci salverà l’indebitamento progressivo, né le scarse e squilibrate risorse destinate al Nord rispetto a quelle, più ingenti, veicolate al Sud dal Pnrr, quel Piano nazionale Ripresa e Resilienza sul quale, a fronte delle scelte sin qui compiute, nutro più di una fondata perplessità.

Non possiamo permetterci di dirottare gli scarsi fondi a disposizione in infrastrutture improduttive, né possiamo accettare che aziende che tanto hanno investito in messa in sicurezza, si ritrovino a dispetto di ogni giustificazione epidemiologica, di nuovo chiuse. E penso, tra le altre, alle aziende del comparto benessere.

Sono un imprenditore, e come tale ho l’abitudine a ragionare sui numeri, che oggi ci dicono che l’incremento dei casi è passato dai 2.205 del 15 gennaio ai 930 di martedì 19 gennaio, con contestuale regressione del numero dei positivi e dei nuovi ricoveri, che dopo il picco di fine dicembre, stanno frenando la corsa. Dalla stessa Asst dei Sette Laghi arrivano notizie confortanti, con la terapia intensiva trapianti che ritorna finalmente Covid meno.

Questo è ciò che ci deve guidare: aspettiamo di conoscere l’esito del ricorso al Tar presentato dal Governatore Attilio Fontana ma, nel frattempo, a futura memoria, e in previsione di nuove azioni, chiediamo più numeri, più chiarezza e più dati per puntellare l’economia senza nuocere alla sicurezza.

Domandiamoci: sono i ristoratori o i baristi il problema? Lo sono le scuole oppure i trasporti? Lo sono gli operatori del settore benessere? Oppure lo è la noncuranza delle regole e il loro mancato rispetto? Chiediamo chiarezza nel merito di tutti questi interrogativi e un approccio che ne sia la naturale conseguenza.

Il contagio da Covid è un sì un “rischio professionale” e in quanto tale deve essere monitorato dal datore di lavoro ma la responsabilità ultima va estesa a ciascuno nel proprio ambito. Solo così uscirà dal cul-de-sac nel quale le imprese ricadono ad ogni variazione cromatica anti-contagio. Solo se si prenderà atto che non sono le attività commerciali o artigianali ad essere pericolose ma il mancato rispetto delle regole di sicurezza da parte di ciascuno, in base a quanto è chiamato a fare, avremo di fronte una visione, e soluzioni, differenti.

Prima si procederà a un cambio di paradigma, meglio si riuscirà a gestire davvero l’emergenza e, al contempo, si darà ai datori di lavoro la sicurezza e la continuità indispensabili a fare impresa e ad avviarsi a quella nuova normalità che tutti auspichiamo possa essere generata dai vaccini.

La richiesta del vicepresidente Moratti al commissario Arcuri di ottenere un anticipo delle dosi è sacrosanta: il bisogno in Lombardia c’è, è altissimo. E le aziende, lo si sappia, sono pronte a sostenere la vaccinazione sotto ogni punto di vista se questo restituirà loro garanzie di apertura.

Siamo determinati. Ci aspettiamo risposte sensate, una presa d’atto della situazione alla luce dei dati e un’azione forte a favore delle imprese. Non solo prebende, sostegni insufficienti e ritardatari, ma atti concreti come la consegna dei vaccini, unico strumento per permetterci finalmente di rialzare la testa senza la paura di doverla riabbassare tra cinque, dieci o quindici giorni”.

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