Luino | 22 Dicembre 2020

Anche Luino dice addio a Nedo Fiano, il ricordo del professor Emilio Rossi

Il presidente dell’ANPI si chiede: “Ora che i testimoni di questa immane tragedia se ne stanno andando uno dopo l’altro, chi perpetuerà la memoria di questo genocidio?”

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(A cura di Emilio Rossi) Sabato 19 dicembre, Nedo Fiano, uno degli ultimi testimoni della Shoah, se n’è andato. Nel suo tour della Memoria, durato più di 40 anni, nel 2003 fu ospite dell’Educandato di Roggiano e della nostra città, dove tenne un memorabile incontro al Teatro Sociale di fronte ad una platea gremita di studenti.

Dell’evento rimane una pubblicazione edita dal Liceo Scientifico «Vittorio Sereni», con postfazione di Piermarcello Castelli, assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Luino e di Daniele Boldrini, allora sindaco di Brezzo di Bedero.

Nedo Fiano era nato a Firenze nel 1925. All’età di 13 anni, con la promulgazione anche in Italia delle leggi razziali, venne espulso dalla scuola perché ebreo. Arrestato da Italiani il 6 febbraio 1944, fu deportato ad Auschwitz col numero di matricola A 5405 marchiato sul braccio. Qui venne sterminata tutta la sua famiglia.

Fiano ricorda con accenti accorati il momento della separazione dalla madre prima di essere trascinata verso il suo ineluttabile destino: «‘Nedo, Nedo, abbracciami, abbracciami, Nedo non ci vedremo mai più’. Il suo volto era ricoperto di lacrime come se fosse uscita da una doccia. L’ho abbracciata intensamente, il mio viso era scivolato sul suo e sento ancora su questa guancia il calore del suo volto. Mamma mi abbracciò con tutta la forza che aveva e io risposi con la stessa forza. Poi me la strapparono, me la portarono via. Tre o quattro ore dopo, mamma non era più su questa terra, era solo un mucchietto di cenere».

L’85% delle persone vomitate da quei treni – ricorda ancora Nedo Fiano – sono state mandate subito ai forni crematori e tra loro mamma e le donne e gli uomini che la selezione aveva scartato.  Nedo si salvò solo perché, grazie alla sua conoscenza del tedesco, fu scelto come interprete. Il papà invece fu destinato a lavorare in una cava di pietra, in condizioni disumane. Era irriconoscibile. «Ogni tre settimane venivano nelle baracche degli ufficiali per vedere se c’erano prigionieri deperiti che non potevano lavorare: li prendevano, li mandavano al crematorio il giorno stesso: così papà fu ucciso perché deperito».

Fiano, che fu anche consulente per il film «La vita è bella» con Roberto Benigni, descrive con straordinaria incisività il calvario di coloro che erano destinati al crematorio. Una grande sala con una capienza di 100 persone dove «c’erano dei cartelli affissi al muro che invitavano a spogliarsi e ad appendere gli abiti ad uno dei ganci, annotandosi il numero perché, fatta la doccia ristoratrice, avrebbero dovuto riprenderli. Dopo un’attesa non definibile, passavano nella seconda sala che aveva sul soffitto le docce promesse e tutti si rincuoravano perché, dopo sette giorni e sette notti senza mai lavarsi, senza cambiare gli indumenti, c’era un desiderio folle di una doccia ristoratrice. Tutto era studiato molto bene, niente era lasciato all’improvvisazione, così tutti entravano e gli ultimi venivano sospinti brutalmente perché totalmente indifesi. Le porte erano a chiusura ermetica, non passava l’aria; mille persone che respiravano bruciavano molto ossigeno. Dall’impianto esterno venivano introdotti granuli di silicio impregnati di acido cianidrico che a 27 gradi centigradi vaporizzano e danno la morte in 5 minuti. Cinque minuti con la morte che vi aggredisce, con un corpo che non obbedisce più ai vostri comandi, col vostro cervello inattivo. Ecco questo gas porta alla morte, questi corpi si rovesciano uno sull’altro, poi c’è la lotta, alcuni sentono che sopra il gas non è arrivato, cercano di camminare sui corpi degli altri nel disperato tentativo di sopravvivere. Dagli spioncini le SS vedevano che ormai erano tutti cadaveri. Cominciavano allora ad aprire le porte laterali per far uscire il gas presente ancora in grande quantità e poi entravano gli uomini di una squadra speciale che doveva fare il trattamento prima della cremazione. Col pavimento cosparso di urine, di sangue, di feci, gli uomini del Sonderkommando dovevano prendere un cadavere per volta, fare ispezioni anali e vaginali, tagliare i capelli se erano donne, strappare i denti d’oro da depositare nella cassa della Reichsbank che era piazzata in un lato di questa stanza». Una scena inimmaginabile anche nei più truci film horror.

Ora che i testimoni di questa immane tragedia se ne stanno andando uno dopo l’altro, chi perpetuerà la memoria di questo genocidio? Eppure la follia nazifascista purtroppo non è stata definitivamente sradicata dal contesto civile, se la cronaca è costretta a registrare ancora la presenza di focolai di gruppi estremisti che inneggiano al passato regime.

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