Riceviamo e pubblichiamo un ricordo di padre Marco Malagola, francescano originario di Luino scomparso pochi giorni fa a causa del Covid-19. A raccontare qualche nota particolare sulla sua lunga vita è il nipote, Gianfranco Malagola, coordinatore della Comunità Operosa Alto Verbano.
Padre Marco, frate francescano, ha vissuto una vita intensissima con spirito di pace e serenità. Il 4 novembre scorso aveva appena compiuto 94 anni nel suo convento a Torino, circondato dalle cure dei suoi confratelli; poi il Covid, la corsa all’ospedale e nella notte tra il 29 ed il 30 novembre il Padre l’ha chiamato a sé in cielo.
Era nato a Luino nel 1926: suo padre aveva una sartoria vicino alla Chiesa Parrocchiale. Da ragazzo era considerato un birichino, correva dietro alle ragazzine e amava vestirsi bene. La madre, molto religiosa, gli parlava spesso del Vangelo. Poi a undici anni la decisione: affascinato dal Poverello d’Assisi decise di farsi frate. A quindici anni entrò nel noviziato in un antico convento del Monte Mesma sul Lago d’Orta. A quei tempi la vita di convento era particolarmente dura: d’inverno si gelava, non c’era riscaldamento e i giovani novizi andavano a piedi scalzi. Padre Marco raccontava che si alzavano alle due di notte per la recita del Mattutino, poi tornavano a letto ed al mattino, al risveglio, li attendeva “sorella acqua”, terribilmente ghiacciata nel piccolo catino. La vocazione francescana di Padre Marco è stata, sin dal suo sbocciare, decisamente missionaria; già nei mesi precedenti alla sua ordinazione sacerdotale (1950) chiese al Padre Generale il permesso di partire per un lebbrosario tibetano. Permesso non accordato; ma insistette a tal punto che nel 1959 era ormai imminente una sua partenza per l’isola di Taiwan. Ma il diavolo ci mise lo zampino ed il viaggio saltò.
Fu così che sempre nel 1959 Padre Marco fu chiamato alla Segreteria di Stato in Vaticano come segretario dell’arcivescovo Mons. Angelo Dell’Acqua, Sostituto della Segreteria di Stato; ebbe quindi la grande fortuna di vivere un’esperienza unica, lavorando molto intensamente accanto a due grandi Papi, Giovanni XXIII e Paolo VI. Ma quasi all’improvviso, nel 1971, una serie di circostanze consentirono finalmente a Padre Marco di realizzare il suo sogno: partire per una terra lontana, personalmente scelta e ragionata, la Papua Nuova Guinea.
Qui, dopo un primo periodo di addestramento, necessario per imparare la lingua, il pidgin-english, la cultura e le tradizioni melanesiane, i problemi pratici dovuti al contatto con le tribù primitive dell’isola, il Vescovo di Aitape destinò Padre Marco a Yemnu, missione famosa per il carattere focoso e bellicoso della sua gente, appartenente alla tribù dei Kanaka.
I primi tempi furono terribili per Padre Marco: barriera della lingua, senso di smarrimento, di impotenza e di grande isolamento; fu come ritornare indietro di secoli e sentirsi di colpo paracadutati e sprofondati nella preistoria. Poi, superata piano piano la fase del rigetto ed i primi sconcertanti impatti con le tribù primitive di un territorio di diverse migliaia di chilometri quadrati, iniziò l’inserimento nella vita di quella gente che poi è diventata la “sua gente”. Fare missione nella zona di Yemnu significava visitare una popolazione distribuita in una trentina di villaggi distanti uno dall’altro molti giorni di cammino a piedi, guadando fiumi non sempre tranquilli e non sempre privi di insidie, attraversando fragili e traballanti ponticelli di liane o camminando in punta di piedi su viscidi tronchi galleggianti nell’acqua che i nativi sistemavano in fila, uno dopo l’altro, per l’attraversamento delle paludi. Rimaneva nei villaggi tutto il tempo richiesto per assolvere i propri doveri di sacerdote e, soprattutto, per andare incontro ai molteplici bisogni di carattere umanitario. Il valore della testimonianza silenziosa ed operante costituisce uno degli elementi più efficaci e convincenti dell’evangelizzazione.
Padre Marco raccontava che una sera, dopo qualche anno di lavoro tra una tribù completamente “pagana”, venne a trovarlo tutto solo ed in gran segreto il capotribù. Parlarono del più e del meno, poi ad un tratto l’uomo gli chiese “Dimmi, che tipo è il tuo Dio? Come si chiama? E cosa fa?”. Fu il giorno più bello della sua vita missionaria.
Altra importante attività è stata la scuola; in alcuni villaggi della giungla profonda, il concetto ed il significato della stessa parola “scuola” era totalmente ignorato. Ci volle molto tempo per far capire ai capi villaggio l’importanza della scuola ma alla fine diedero un consenso di massima. Padre Marco non perse tempo: radunò una ventina di giovani kanaka che sembravano più promettenti ed iniziò ad insegnare i primi rudimenti di scrittura, di lettura e di conteggio. Era veramente arduo per i giovani kanaka, abituati a vivere come gli uccelli, stare seduti per terra ad ascoltare per ore ed ore il missionario. Alla fine, dopo una dura selezione naturale, dieci giovani si diplomarono… maestri. Rientrarono ai loro villaggi accolti come vincitori dai rispettivi clan ed iniziarono danze e festeggiamenti in onore dei primi eroi della nuova cultura. La cosa più strabiliante fu che i vari villaggi di appartenenza dei giovani “diplomati” si impegnarono a costruire capanne-scuola per permettere ai novelli maestri di trasmettere ai bambini quanto avevano appreso al semplice ed umile “istituto magistrale” del missionario.
Questa febbrile attività non giovò però alla salute di Padre Marco che dovette rientrare in Italia per cure mediche; dopo la convalescenza ritornò in Papua Nuova Guinea continuando la sua opera missionaria nella parrocchia di Aitape fino al 1982. Successivamente ritornò in Europa svolgendo importanti attività per l’ufficio “Giustizia e Pace” del suo ordine, nella missione permanente della Santa Sede presso l’ONU a Ginevra ed alla nunziatura apostolica presso l’Unione Europea a Bruxelles.
Molto legato al Gruppo Impegno Missionario (GIM) di Germignaga, amava tornare nella sua Luino ove aveva tanti amici e dove trovava nel suo lago il ricordo della sua giovinezza. Riposa in pace Padre Marco.
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