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Varese | 15 Novembre 2020

Comunità Montana del Piambello, attività venatoria e Covid: il presidente Sartorio scrive a Rolfi

"La caccia di selezione aiuta il contenimento degli ungulati, dovrebbe essere equiparata all'espletamento di un pubblico servizio consentendo gli spostamenti"

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera che il presidente della Comunità Montana del Piambello Paolo Sartorio ha inviato all’assessore regionale all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi sul tema della caccia.

Dopo i chiarimenti pubblicati da Palazzo Lombardia relativamente alla possibilità o meno dello svolgimento dell’attività venatoria e della pesca durante il periodo di validità del Dpcm del 3 novembre scorso e l’intervento congiunto con il presidente della Comunità Montana Valli del Verbano, Simone Castoldi, non si placano le polemiche: la Prefettura di Milano, infatti, ha dichiarato che si possono svolgere solamente le attività sportive riconosciute dal CONI, delle quali la caccia non fa parte, ma solo il tiro al volo.

La perplessità sollevata dai due presidenti, ma anche dal consigliere della Lega Emanuele Monti, riguarda soprattutto il fatto che l’attività venatoria dia un grande supporto al contenimento dei cinghiali – la cui diffusione sta creando non pochi problemi nel territorio del Varesotto (ma non solo), dove si continuano a verificare incidenti stradali talvolta anche letali – e viene ribadita anche nella missiva di Sartorio diretta all’assessore Rolfi.

Di seguito ne pubblichiamo la versione integrale.

Come è noto, il Dpcm del 3 novembre u.s., al fine di contrastare la diffusione del virus COVID-19 ha introdotto stringenti norme sulla circolazione delle persone. Tale Dpcm, pur non vietando espressamente l’attività venatoria, la rende di fatto impraticabile perché non ascrivibile a nessuna delle circostanze che giustificano gli spostamenti.

Giova però ricordare che, seppur l’attività venatoria rientri oggi nel novero delle attività ricreative, negli ultimi anni, in maniera sempre crescente, alcune sue forme hanno sostanzialmente ricoperto una funzione di stampo gestionale.

La caccia di selezione infatti, attività che trae fondamento dal dettato dell’art.19 della Legge 157/1992, è programmata attraverso piani di prelievo elaborati su basi scientifiche e approvati dall’ISPRA: tali piani mirano principalmente a contenere la crescita delle popolazioni di ungulati al fine di ridurne l’impatto sulle attività antropiche.

Risulta quindi innegabile che tale pratica persegua obiettivi di pubblica utilità.

Chi la pratica, non solo lo fa per trarne un appagamento personale, come potrebbe essere una qualsiasi altra attività ricreativa, ma si fa carico di una grande responsabilità sociale ed economica cui la Pubblica Amministrazione non sarebbe in grado di far fronte autonomamente.

Nel territorio amministrato dai nostri enti, gli incidenti dovuti alla presenza di ungulati sulle strade si stanno moltiplicando, assumendo un’importanza sempre più marcata; i sinistri coinvolgono automobili, motocicli e persino pullman, non solo nelle ore notturne ma anche in quelle diurne ed in strade ad alto scorrimento come statali o provinciali, causando danni notevoli ai mezzi ed alle persone.

Pertanto, a fronte della possibilità di svolgere in sicurezza tale attività, che si pratica sostanzialmente in forma individuale, all’aperto e nel rispetto di tutte le norme anticontagio, al pari dell’attività sportiva permessa ai sensi del Dpcm, appare evidente che l’esercizio della caccia finalizzata all’attuazione dei piani di prelievo per gli ungulati, dovrebbe essere equiparato, ai fini dell’applicazione delle norme a tutela della salute e dell’incolumità pubblica, all’espletamento di un pubblico servizio, consentendone i relativi spostamenti mediante esibizione dell’autocertificazione.

Tali concetti sono precisati anche in una nota del 4 novembre che la Provincia Autonoma di Bolzano ha inviato a tutti i cacciatori dell’Alto Adige (allegata).

Certi di un Suo interesse, porgiamo distinti Saluti.

il Presidente, Arch. Paolo Sartorio

“Per le fasce rosse come la Lombardia – ha detto Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi – dobbiamo necessariamente rimediare alla sospensione momentanea dell’attività venatoria derivante dal Dpcm del 3 novembre. La Regione potrebbe sospendere in ogni caso la caccia collettiva ai cinghiali fino al prossimo 7 dicembre. Per poi decretare un’estensione al mese di febbraio 2021. In questo modo rispetteremmo, comunque, l’arco temporale massimo di tre mesi previsto per questa forma di caccia”.

“La proliferazione incontrollata della fauna selvatica durante il periodo di lockdown – ha aggiunto Rolfi – rischia di comportare un grave pericolo sia per l’uomo, visti i numerosi incidenti stradali causati, sia per l’agricoltura”. Presentando, un mese fa, i dati relativi agli abbattimenti degli esemplari della specie, l’assessore Rolfi ricordava che “la nuova legge regionale funziona. Gli abbattimenti dei cinghiali in Lombardia sono aumentati del 25% in un anno nonostante due mesi di stop totale imposto dal lockdown. Sono passati dai 2.900 del periodo gennaio-settembre 2019 ai 3.932 del periodo gennaio-settembre 2020″.

“Grazie all’attuazione della disciplina regionale per la gestione faunistico-venatoria del cinghiale – ha rilevato Rolfi – sempre più a regime sull’intero territorio lombardo, cominciamo a riscontrare effetti positivi. In termini di contenimento numerico e territoriale delle popolazioni di cinghiale. La sospensione dell’attività venatoria e il blocco totale dei prelievi comporteranno un effetto negativo. Ovvero una risalita della curva degli impatti socioeconomici provocati dalla specie. Un riavvio della caccia collettiva potrebbe evitare di compromettere gli sforzi fatti. E continuare a limitare questa specie fortemente problematica”.

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