Varese | 27 Ottobre 2020

Accordo sui frontalieri, le istanze dei territori arrivano a Roma

La segreteria provinciale del Pd fa il punto sulle principali criticità della questione fiscale. Oggi i sindacati incontreranno MEF e Camera. Quattro i temi centrali

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Mentre la politica ticinese fa il punto della situazione con quella federale sul tema del rinnovo dell’accordo sui frontalieri – è di dieci giorni fa l’incontro tra il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e il capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer – anche per l’Italia, e in particolare per i territori di confine, è giunto il momento di portare le istanze delle realtà locali al Governo.

Quella di oggi è un’intensa giornata di confronti per i sindacati, che in mattinata incontreranno a Roma, congiuntamente, la Commissione Lavoro e quella Trasporti della Camera, mentre in serata avranno un tavolo con il ministero dell’Economia e delle Finanze.

La posizione unitaria dei sindacati, rispetto ai temi cruciali del nuovo accordo, che potrebbe rivoluzionare alcuni aspetti fiscali particolarmente sensibili del lavoro frontaliero, è stata riassunta ieri sera da Giuseppe Augursa, responsabile frontalieri della CGIL, nell’ambito di una conferenza voluta dalla segreteria provinciale varesina del Partito democratico.

Quattro sono le linee di ragionamento, presentate all’attenzione del responsabile del Lavoro Marco Tuozzo e del segretario provinciale dem, Giovanni Corbo, che dopo un anno di intensa attività di ascolto e di raccolta delle criticità provenienti dai territori di confine, in particolare da quello del Luinese, hanno le idee piuttosto chiare rispetto alla assoluta rilevanza del momento – l’accordo dovrebbe chiudersi entro l’anno – e dell’opportunità di dare una svolta anche a quei pregiudizi sul frontalierato che ancora permeano le idee di molti, tanto sul versante ticinese quanto su quello nostrano.

I tempi dell’interlocuzione tra i due Paesi sono rallentati dal Covid, come ha sottolineato Augursa, ma sono innegabilmente diversi da quelli del 2015, quando i presupposti per modificare l’Accordo bilaterale del 1974 vennero messi nero su bianco, ma non ratificati dal Parlamento italiano. Ora la metodologia è diversa, come testimoniato dalle linee guida comunemente percepite come prioritarie da sette sigle sindacali, italiane ed elvetiche.

Nel dossier da presentare ai tavoli romani ci sono, come detto, quattro temi: quello del doppio binario (la doppia imposizione fiscale per i nuovi frontalieri, quelli che verranno assunti dopo l’entrata in vigore dell’accordo, se confermata creerà una questione di mancanza di equità rispetto a chi è già frontaliere e viene tassato alla fonte); quello del dumping salariale e della forbice, da ridurre, tra la retribuzione dei lavoratori italiani in Ticino e quella dei lavoratori indigeni; quello della cosiddetta “fascia dei 20 chilometri” tra il confine e il Comune di residenza del lavoratore in Italia, che detta lo status di frontaliere con le regole fiscali attualmente in vigore, considerata non più attuale per mezzi e infrastrutture che oggi consentono spostamenti impensabili negli anni Settanta), e quello infine dei ristorni. I fondi che ogni anno la Confederazione restituisce ai Comuni di frontiera, attingendo dalle tasse versate in Svizzera, restano di vitale importanza ma dai sindacati filtra l’idea, in chiave di tutela dei nuovi frontalieri, di istituire un fondo per garantire alle comunità locali le risorse.

Risorse indispensabili per i bilanci, come ha ricordato il sindaco di Maccagno con Pino e Veddasca, Fabio Passera, durante l’incontro di ieri, portando l’esempio emblematico del Comune lacustre: “I dati dell’ultimo censimento, risalente al 2018, ci dicono che su 2600 abitanti, 323 sono frontalieri, circa il 12%. E’ la categoria più importante con cui dobbiamo fare i conti. Da quei 323 frontalieri passano i ristorni per circa 400 mila euro da investire in opere pubbliche“.

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