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Varese | 17 Settembre 2020

Lavena Ponte Tresa, confermati i domiciliari per il comandante della Polizia locale

La decisione del gip di Varese è giunta a seguito degli interrogatori di garanzia. Cade la misura cautelare per tre dei quattro indagati nel giro di corruzione

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Resta ai domiciliari il comandante della Polizia locale di Lavena Ponte Tresa, Stefano Ceratonio, agli arresti dallo scorso 8 settembre, a seguito dell’esecuzione della misura di custodia cautelare da parte della Guardia di Finanza di Luino, l’atto conclusivo di una lunga attività di indagine, durata anni, dalla quale sono scaturiti numerosi elementi a sostegno dell’ipotesi di corruzione che meno di dieci giorni fa ha scosso l’alto Varesotto.

La decisione del gip del Tribunale di Varese, Anna Giorgetti, è giunta a seguito degli interrogatori di garanzia a cui Ceratonio è stato sottoposto insieme agli altri quattro indagati, ristoratori e ambulanti coinvolti nel presunto giro di corruzione che, secondo l’ipotesi delle fiamme gialle, avrebbe consentito ai commercianti di trarre giovamento da una maggiore elasticità nei controlli e da atti di clemenza sulle sanzioni amministrative, in cambio di pranzi, spese gratis e regali a vantaggio del pubblico ufficiale.

“Ceratonio ha risposto alle domande del gip Anna Giorgetti – scrive il quotidiano La Prealpina nel dare la notizia della conferma degli arresti – fornendo la sua versione dei fatti e indicando dei testimoni da ascoltare per smontare le accuse. Accuse che sono state respinte anche dai due ambulanti marocchini (difesi dall’avvocato Corrado Viazzo): tra l’altro, uno ha negato di aver pagato al comandante un viaggio in Marocco, l’altro ha spiegato che il paio di scarpe ‘incriminato’ era stato sì consegnato al comando dei vigili, ma era stato regolarmente pagato. Nessuno dei due ha più la concessione per il mercato di Lavena; da qui l’assenza di esigenze cautelari”.

Esigenze che sono venute meno anche per un terzo ambulante (italiano) che si è dichiarato estraneo ai fatti, mentre sussistono le condizioni per l’obbligo di firma nei confronti del ristoratore coinvolto nel giro illecito di pranzi offerti in cambio di favori, per i quali il comandante si era guadagnato l’appellativo di “Mangione”.

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