Montegrino Valtravaglia | 28 Giugno 2020

Montegrino Valtravaglia, una foto e l’intreccio di tante storie

Uno scatto di novant'anni fa, che ha attraversato l'Oceano fino in Argentina, riporta alla mente tanti ricordi ed episodi avvenuti nel piccolo paese

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(articolo di Parini Jermoli Carlo) La foto che presento è in bianco e nero, sembra sia stata eseguita poco tempo fa, invece ha novant’anni, ben diciotto lustri. Siamo nell’anno scolastico 1929-1930, sono ritratte le alunne e gli alunni delle classi dalla prima alla quinta elementare di Montegrino. La foto è stata scattata nel cortile dell’edificio scolastico e i bambini sono posizionati sulla scaletta centrale e principale del palazzo, oggi sede comunale del capoluogo.

L’obiettivo ha immortalato dodici bambine con il grembiulino nero e il colletto bianco, che veniva realizzato ad uncinetto dalle loro mamme, e venti bambini tra i quali uno tiene tra le mani l’asta con il Tricolore. Hanno volti austeri, impassibili, seri, quasi sorpresi e malinconici, pochi sorridono; sono una piccola memoria storica del nostro passato, del nostro bel paese.

Con loro vi è la Reverenda Suora Vittoriana Ferrero che per anni ha svolto con solerzia e abnegazione la funzione di insegnante e ha accompagnato questi alunni come educatrice nell’apprendimento delle prime nozioni scolastiche e in modo spirituale. Ancora oggi una piccola lapide in marmo bianco con foto a ricordo è collocata sulla parete interna del muro di recinzione a sinistra dell’entrata del cimitero di Montegrino e la dicitura recita “Suor Vittoriana Ferrero d’anni 91 fece di sua vita dono a Dio bene al prossimo”: come sarebbe utile e indispensabile ai giorni nostri una persona come lei.

Il progetto per la costruzione dell’edificio scolastico di Montegrino (allora in provincia di Como) era stato affidato all’Ing. Petrini di Luino, firmato in data 30.04.1904 e approvato dal Ministero della Pubblica Istruzione il 03.07.1905, Divisione VI Edifici Scolastici Prot. 3860 con marca da bollo di Lire 4 con l’effigie di Umberto I Re d’Italia. L’elaborato grafico molto dettagliato conteneva la pianta delle aule al piano terreno e al primo piano, la sezione tipo, il prospetto principale verso la via Parrocchiale (ora via V. Veneto), la pianta della copertura con lo schema di posa della grossa orditura e una sezione del w.c. (latrina) con pozzo nero verso la via Adua.

Per la costruzione dell’edificio scolastico furono impiegati molta manodopera locale e materiali del posto; le pietre che servivano per la muratura erano cavate ed estratte a monte della nuova costruzione sul terreno denominato “Runchètt”, di proprietà della Sig.ra Jermoli Marietta detta “Jett” (1859-1952), dove ancora oggi si può ben notare l’avvallamento esistente in loco. Per il trasporto dei sassi sul cantiere era stato costruito un ponticello sospeso che oltrepassava la via Adua (strada vicinale detta “La Vecchia”) e man mano che l’edificio sorgeva anche la passerella veniva rialzata in modo tale che le maestranze si trovavano il materiale sul piano di lavoro durante l’innalzamento delle murature di spina e quelle perimetrali.

L’edificio scolastico era frequentato da bambine/i di Montegrino e delle sue frazioni, in tempi diversi parte dell’edificio del primo piano è servito come residenza e abitazione per la famiglia dell’insegnante; alcuni locali al piano terreno furono adibiti a dopolavoro ricreativo con due campi da bocce ora trasformati in parcheggio per la sosta delle autovetture degli impiegati comunali. In tempi più recenti diversi vani sempre al piano terreno furono destinati al primo ufficio postale del paese e all’ambulatorio del medico condotto. Ora tutto il palazzo è sede dei vari uffici amministrativi del Comune di Montegrino Valtravaglia.

Ritorniamo alla foto, come ho detto ha novant’anni ma non li dimostra, è stata conservata con tanto amore e attaccamento alle proprie radici. Come sono entrato in possesso di questa foto? È molto semplice. Nei primi giorni del mese di settembre del 2019 ho ricevuto una e-mail inviata dall’Argentina e più precisamente da Córdoba il cui testo diceva: “Ciao, mi chiamo Álvaro e sono il figlio di Graziella, la mia nonna era la “Cicina” (Briccoli Battistina), sono un vostro cugino. Mia moglie ed io, che siamo medici, saremo presenti ad un importante convegno sui trapianti di pancreas che si terrà a Torino a metà mese. Il giorno 17 che è martedì ho la giornata completamente libera da impegni, posso venire a Montegrino a conoscere te e la tua famiglia e per salutarvi, se non disturbo”.

Mentre leggevo il testo le mie pulsazioni, che normalmente sono basse, sembravano impazzite e la commozione prendeva il sopravvento su tutto il mio corpo; chi mi conosce veramente sa che ho una scorza abbastanza dura e forte ma intimamente è tutto il contrario. Non ho vergogna a dirlo, le lacrime mi scendevano copiose sul viso, sono momenti che ti toccano nelle parti più profonde del tuo animo e del tuo intimo e si accende in te un piacere gradevole e indescrivibile, un calore, un fuoco che divampa in tutto il corpo; sono attimi che poi cerchi in tutti i modi di non spegnere, anzi speri che si conservino il più a lungo possibile.

La mia risposta è stata: “La nostra casa è la tua casa, la tua bisnonna Ambrosina, la mamma di “Cicina” è nata qui, era la sorella di mio nonno Carlo e dello zio Piero. In te vi sono i geni della famiglia Jermoli, i nostri geni. Ti aspettiamo con ansia, giubilo e trepidazione per la tua prossima venuta a Montegrino”.

Verso le ore 12:00 del 17.09.2019 ecco spuntare dalla via Verbano nella piazza Dante Girani una macchina con alla guida Álvaro: ha bloccato subito l’automobile, è sceso e ci siamo stretti, quasi avvinghiati, l’uno con l’altro, senza parlare. Ma questo silenzio diceva tutto. Álvaro è stato insieme a noi solo sei ore circa ma sono state straordinarie, stupende e splendide; sembrava conoscere la nostra dimora come se avesse vissuto sempre qui. Probabilmente, io ne sono sicuro, la sua nonna “Cicina” gli ha sempre parlato molto bene della nostra abitazione e del “Runchètt”, il prato che la circonda. Ha voluto fare la foto nello stesso punto in cui la sua mamma Graziella, allora bambina, e la sua nonna vennero immortalate nel marzo del 1971, a metà del terreno sopra la riva grande dove un tempo su autorizzazione del Regno la “Jett” coltivava il tabacco.

La bisnonna di Álvaro, Ambrosina, era nata dall’unione di Jermoli Antonio e Jermoli Marietta la “Jett”, sua seconda cugina, sposati con dispensa. Il suo fratello maggiore era Carlo (mio nonno) e faceva il muratore, morto nel Primo Conflitto Mondiale sul Monte S. Marco nei pressi di Gorizia; Piero, l’altro fratello più giovane, si era trasferito con la moglie in Francia per lavoro (era falegname) ma non avevano avuto figli.

Ambrosina, la mamma di “Cicina”, aveva sposato Briccoli Noè di Bosco, cesellatore e restauratore residente ai tempi in via Nosetto. Erano emigrati per lavoro in Argentina dopo la Grande Guerra e nel 1920 nascerà la nostra “Cicina”. Il loro matrimonio fu un evento particolare, straordinario e suscitò tra la popolazione di Bosco e di Montegrino una dura disapprovazione e notevoli attriti; in quei tempi il campanilismo regnava sovrano ma il loro grande amore superò ogni ostacolo dovuto ad una mentalità gretta, chiusa ma soprattutto all’ignoranza da parte di entrambe le popolazioni di quel periodo.

Questo forte campanilismo è stato comunque tramandato di generazione in generazione e fomentato in certe occasioni da ambo le parti fino ai nostri giorni, ora con toni meno duri, più pacati, in un modo epidermico, superficiale; ma ogni tanto compare ancora, personalmente e con un sorriso ironico l’ho sempre definito “folklore”.

Alla fine del 1928 Noè, Ambrosina e “Cicina” rientrarono in Italia per motivi personali e familiari: la figlia frequenterà poi la quinta elementare a Montegrino.

Quando Álvaro mi ha donato questa foto (io non l’avevo mai vista) mi ha chiesto se ero in grado di riconoscere la sua nonna “Cicina”, mi è bastato uno sguardo e l’ho indicata: è la bambina davanti a Suor Vittoriana. Álvaro si è meravigliato per la mia veloce intuizione e mi ha chiesto come fosse possibile questo: ho risposto con un dolcissimo sorriso che la sua nonna ha tratti somatici simili a quelli di mia mamma Antonia, erano cugine di primo grado, figlie di fratelli.

Dai documenti in mio possesso risulta che Noè, Ambrosina e “Cicina” rientrarono in Argentina definitivamente in data 12.06.1930. “Cicina” diventerà una farmacista, si sposerà con De Calvete Enrico, avvocato, avranno poi tre figli: Enrico detto “Pelusa”, già deceduto, Riccardo e Graziella, la mamma di Álvaro.

Nel 1971 come ho detto precedentemente verranno in Italia come turisti e visiteranno anche Montegrino, non entro nel merito perché è stato un avvenimento troppo intimo e personale, quando ancora vi erano i miei genitori e mia sorella.

Questa fotografia ritrae gli alunni degli anni di nascita dal 1920 al 1923. Ho già riconosciuto la futura impiegata comunale, la maestra e sua sorella, casalinghe, operaie/i e anche un alunno che nel Secondo Conflitto Mondiale perirà al fronte. In totale ho già dato un nome ad una quindicina tra bambine e bambini, spero con tutto il cuore che qualche figlia/o oppure nipote o pronipote, leggendo l’articolo e soprattutto guardando la foto, possa riconoscere qualche loro parente: sarebbe un piacere immenso.

Insieme a questa foto, Álvaro me ne ha portata un’altra, che io purtroppo non avevo, che ritrae la “Jett” e i suoi tre figli e diverse cartoline in bianco e nero, color marrone, su cartoncino, non dentellate e non lucide: sono vedute di Montegrino e Bosco, scritte e inviate in Argentina dalla nostra “Jett” e dalla mia mamma, sono inedite per la mia cospicua e importante collezione e sono state inserite e collocate nei raccoglitori al primo posto.

In questo tristissimo periodo in cui la pandemia ha colto di sorpresa e impreparato il mondo intero, molte persone che vengono intervistate rispondono che non si era abituati a questo silenzio, non si sentono più i rumori, vi è una quiete irreale da mettere i brividi, da far paura.

Per me è tutto il contrario, vado nel “Runchètt” e mi sembra di sentire, provando una gioia immensa, le voci dei miei antenati che si esprimevano nel nostro caro e amato dialetto, i loro passi pesanti, il rumore costante degli attrezzi da lavoro, dalla ranza alla falce, dalla vanga alla zappa come un gioioso ritornello da far accapponare la pelle.

Sento le note e i suoni che uscivano dalla tromba suonata da mio nonno Carlo, i colpi di fucile della doppietta calibro 16 dello zio Piero, cacciatore ma anche il più grande bracconiere della storia montegrinese: quando lasciò per sempre l’Italia per trasferirsi definitivamente in Francia per lavoro, gli altri cacciatori del tempo dissero felici “Era ora”. Ma questa sua, chiamiamola, attività secondaria la svolse con perizia, abnegazione e perspicacia, senza mai essere preso in flagranza, nemmeno sul suolo francese.

Sento purtroppo le parolacce e le canzoni blasfeme dei soldati “repubblichini” e delle “camicie nere”, e ne soffro assai, in quell’infausto giorno del rastrellamento a tappeto nel nostro Montegrino, durante Seconda Guerra Mondiale; la truppa si era posizionata e accampata sul “Runchètt”, senza nessuna autorizzazione da parte della proprietaria, la “Jett”. Purtroppo non si poteva parlare, loro potevano fare ogni cosa a proprio piacimento. Sento le voci dei comandanti e dei delatori che impartivano ordini, secchi, rudi e cattivi; facevano sequestrare ogni cosa ai residenti e qualche persona fu arrestata, ammanettata e portata via.

Ma la cosa più bella è quando mi sembra di sentire le voci della “Jett” e di mia mamma che chiamavano mia sorella, lei da piccola senza dire nulla a nessuno scappava nel prato, si nascondeva e non rispondeva ai richiami. Le zone preferite erano i filari delle viti e gli alberi da frutto, tuttavia la ritrovavano subito, bionda come era, il sole batteva sui suoi capelli che diventavano d’oro e riflettevano, un forte bagliore, una luce intensa…era un fiore tra i fiori campestri.

Questa foto ha un valore commerciale minimo ma ha un valore inestimabile per la nostra comunità e soprattutto per il sottoscritto dato che raccolgo cartoline e foto del nostro comune di Montegrino Valtravaglia da quando ero un “narigiatt”. La foto, scattata tra il 1929-1930, è partita da Montegrino, ha attraversato l’Oceano Atlantico, è stata in Argentina per novant’anni e poi… e poi è ritornata qui, nella “Strecia” (ora via Mazzini), nella casa degli Jermoli, nella sua casa e qui si fermerà per sempre.

Spero che non via abbia annoiato o fatto perdere tempo prezioso, se così fosse mi scuso di tutto cuore e chiedo venia ma, credetemi, non l’ho fatto apposta. È una piccola storia locale che ha fatto nascere altre storie vere, questi bambini con il passare degli anni diventeranno adulti e andranno poi a formare nuovi nuclei familiari della nostra comunità montegrinese.

Questa foto mi ha dato un immenso piacere, spero di condividerlo con i parenti di questi scolari, con i lettori di questo giornale e con tutti i residenti del Comune di Montegrino Valtravaglia.

Grazie di cuore.

E per la prima volta con emozione mi firmo aggiungendo al cognome del mio papà quello della mia mamma.

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