Italia | 1 Giugno 2020

Smartworking e lavoro flessibile: nuove prospettive

Una panoramica di come è cambiato e di come continua a cambiare il mondo del lavoro, soprattutto dopo questo periodo di grande emergenza sanitaria

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Si parla da tempo di lavoro flessibile, autonomo, da remoto. La parola smartworking ha preso sempre più piede nel nostro glossario, ecco quindi una panoramica di come è cambiato e di come continua a cambiare il mondo del lavoro, una necessità ma anche e soprattutto un’occasione per guardare al futuro con coscienza e ottimismo.

Le otto ore in ufficio sono  sempre più lontane

Che la proliferazione della digitalizzazione abbia cambiato abitudini e pratiche quotidiane in tutto il mondo è ormai un dato appurato già da una decina di anni, ciò che invece sta rappresentando una nuova tendenza è quella della rimodulazione degli orari di lavoro, degli spostamenti per e dall’ufficio e la possibilità di lavorare da casa.

Con il passare del tempo ci siamo abituati a parole come “influencer”, lavoro da remoto, smartworking, tutte pratiche che possono tranquillamente svolgersi senza recarsi in ufficio, autonomamente da casa possedendo un buon computer e una connessione internet stabile.

Gli influencer ci permettono di fare esperienza delle loro esperienze, potendo confrontare consigli e guide di viaggio, o ancora tutorial per make-up, su come prendersi cura della barba, oltre a ricette di cucina. Sicuramente, la figura dell’influencer è quanto di più lontano ci sia dal classico lavoro di ufficio che si snoda sulle otto ore a una scrivania, ma anche lavori più “tradizionali” stanno piano piano cambiando.

Sicuramente è questo il caso dei programmatori web, che richiedono una semplice postazione computer tranquillamente creabile anche a casa propria, evitando così ore e ore di spostamenti e diminuendo anche l’inquinamento diurno dovuto proprio ai tragitti casa-lavoro. L’emergenza sanitaria delle ultim settimane, ha aperto definitivamente le porte e le menti di molti a questa modalità: sono difatti tante le aziende, anche italiane, a prendere in considerazione questa pratica con l’obiettivo di evitare quanto più possibile momenti di contagio.

Anche il calcio, sport nazionale in Italia, si è fermato per quest’emergenza, ma i giocatori hanno continuato ad allenarsi e lavorare “da casa”, appunto. I giocatori del Napoli, considerati ad inizio stagione qualificati di diritto alla Champions league e potenziali contendenti nella lotta per lo scudetto secondo le scommesse sportive, hanno ricevuto dalla società gli attrezzi per continuare l’allenamento da remoto per non perdere la forma fisica e ricominciare il campionato al meglio nelle prossime settimane. L’inter ha invece continuato a svolgere colloqui via teleconferenza con i giocatori per mantenere alto il morale. Come nel caso del telelavoro per le professioni più tradizionali, le misure prese puntano a proteggere la salute di quanti coinvolti nel mondo del calcio: non solo allenatori e giocatori, ma anche staff tecnico, dirigenziale, addetti degli impianti e così via.

Lavorare ai tempi del coronavirus: un passo verso il futuro

Nella storia dell’uomo moderno contiamo almeno quattro cosiddette rivoluzioni industriali; l’ultima, quella dei giorni nostri, è chiamata appunto 4.0. Si è prima passati da quella del 18° secolo caratterizzata dall’utilizzo delle macchine a vapore e la divisione in classi di lavoro, poi per l’introduzione dell’energia elettrica che ha contribuito alla produzione di massa di beni di consumo e successivamente siamo arrivati  alle macchine a controllo numerico (computer) fino a giungere all’intelligenza artificiale propria della rivoluzione 4.0. Ogni periodo citato ha modificato abitudini e modalità di lavoro dell’uomo, dall’Occidente agli USA, senza esclusione, ha creato nuove competenze, nuovi “ricchi” e nuovi “poveri”.

Ma mai a memoria d’uomo, era stata un’epidemia a far prendere delle decisioni drastiche ad aziende e governi sulla relazione lavoratore-azienda: in questi giorni, anche l’Italia apre definitivamente le porte a questa nuova frontiera dello smartworking. Con il decreto del 10 marzo, che sancisce lo stato di emergenza dell’Italia, il governo Conte ha ufficialmente invitato aziende e datori di lavoro di adottare delle misure alternative per la presenza dei professionisti e lavoratori.

Il decreto, dal nome poco ambiguo “io resto a casa”, prevede l’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di mettere in pratica lo smartworking: questa è un’opportunità culturale che la nostra nazione deve considerare anche per il futuro, non soltanto in una fase di crisi, poiché i benefici per lavoratori, famiglie e aziende sono molteplici. Secondo uno studio commissionato dall’azienda cinese Lenovo, il mondo del lavoro si sta spostando sempre più verso professioni intellettuali, dove la manodopera viene affidata a sistemi meccanici e robotizzati; inoltre questo report ha confermato che oltre il 57% degli intervistati in Inghilterra, non ha alcuna necessità di recarsi sul posto di lavoro per espletare la propria mansione.

Vien da sé che quest’emergenza potrebbe rappresentare il pretesto per un cambiamento culturale senza precedenti. Il mondo del lavoro era già in procinto di cambiare: parole come freelancer, lavoro da remoto e “a progetto” erano già ben presenti nel nostro vocabolario quotidiano soprattutto fra gli under 40.

Ora, con la necessità di far fronte a quest’emergenza, ma allo stesso tempo con l’esigenza di non bloccare le attività lavorative, questa modalità sembra più che mai un’opportunità e molto probabilmente non saranno poche le aziende che proseguiranno su questo filone anche una volta concluse le prime fasi dell’emergenza, per guardare al futuro con ottimismo.

D’altro canto, i vantaggi ci sono e si vedono; in un contesto dove l’emergenza clima rimane importante sebbene ora sia passata in secondo piano, una riduzione del traffico che attanaglia le capitali e i centri di produzione di tutto il mondo non può essere scartata semplicemente per rimanere ancorati al passato e alla concezione di lavoro tradizionale.

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