Brenta | 14 Maggio 2020

Brenta, il sindaco Ballardin: “Guardiamo in faccia le disuguaglianze, serve nuova normalità”

La riflessione del primo cittadino sulle difficoltà dell'Italia, dall’evasione delle tasse all'urgente necessità di ripensare approccio produttivo e servizi pubblici

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(Gianpietro Ballardin) La pandemia causata dal Coronavirus ha generato panico in tutto il mondo, non solo tra le popolazioni, ma anche tra le istituzioni si respira un clima d’incertezza che non fa ben sperare, almeno nel breve periodo.

Il coronavirus ci costringe a guardare in faccia le profonde disuguaglianze che solcano la nostra società, dove i ricchi probabilmente saranno ancora più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove i servizi pubblici sono stati progressivamente erosi da privatizzazioni e tagli alla spesa in nome degli interessi del mercato, o forse di qualcosa d’altro, dove scopriamo ad esempio che quasi un quinto dei nostri ragazzi non ha un accesso veloce ad internet o ad un sistema adeguato per seguire la didattica a distanza, o che le scelte orientate all’interesse comune vanno diminuendo a favore di scelte determinate da élites, che non lavorano principalmente per favorire il bene pubblico.

Ritengo utile affrontare questo tema che in questa fase può sembrare un paradosso, in quanto può essere interpretato come la negazione di uno stato e di una situazione che vede in difficoltà una grande parte del paese, posto in sofferenza da una grave condizione non prevista o imprevedibile, quale è quella del coronavirus.

Si continua a dire, in questo momento, che gli italiani stanno reagendo alla situazione al limite dell’eroismo. Questo per molte persone è vero ma rimangono ancora, approfittando di questa situazione, importanti sacche di evasori fiscali, di gente che cerca in tutti i modi di non pagare le tasse, un elevato numero di persone che, anche se non costretti, sceglie di lavorare a nero.

Un paese di “furbi” dove si viene considerato intelligente quando non si paga e non ladro quando si ruba.

Anche il Pontefice in una sua dichiarazione dice che: “è diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. E il Capo dello Stato Sergio Mattarella dice: “Chi evade sfrutta le tasse che pagano gli altri per i servizi di cui si avvale”. E questa, “è una cosa, a rifletterci, davvero indecente, perché i servizi comuni, la vita comune è regolata dalle spese pubbliche”.

Le tasse non sono né belle né brutte: sono il mezzo più trasparente e più onesto che lo Stato ha per finanziare le spese. Le tasse sono semplicemente lo strumento necessario per poter vivere insieme, cercando di non lasciare nessuno indietro.

Sono proprio le tasse che tu non paghi a far mancare medici, macchinari, posti letto negli ospedali pubblici e ad allungare le liste d’attesa.

“Vengono evase tasse per 120 miliardi di euro”. Ci si rende conto di quanti soldi sono? Soldi che possono essere destinati alla spesa sociale per far vivere tutti meglio. “Gli evasori sono tutti quelli che non pagano le tasse”, “Se non paghi le tasse usufruisci di servizi che altri devono pagare per te”. Ma è vero che ci sono grandi evasori e piccoli evasori. Se per grandi evasori si intendono le grandi imprese, si deve sapere che questi contribuenti, in genere, preferiscono studiare complicati meccanismi per pagare meno tasse, cercando di aggirare la legge, ma non violandola apertamente. In qualche caso ci sono di mezzo paesi esteri con le loro leggi e la loro scarsa trasparenza, nonché trattati internazionali. Il che rende volutamente complicato quello che è già “complicato”.

Una cosa è certa. Le tasse le pagano i soliti noti, dipendenti e pensionati, o coloro a cui viene fatto un prelievo in anticipo alla fonte.

A mio modesto parere la strada della progressiva smaterializzazione dei mezzi di pagamento, con l’abbandono del contante ed un percorso di tracciabilità del denaro è realmente possibile, non è un salto nel vuoto o verso un percorso di mera utopia.

Bisogna, arrivati a questo punto prendere atto che il problema è prevalentemente politico, che manca una reale volontà nel perseguire al raggiungimento di questi obiettivi, perché in ballo ci sono i voti per vincere le elezioni, che il partito degli evasori esiste ed è più grande e più forte di quanto si pensi.

Il tema ha sicuramente una sua fondamentale importanza così come una nuova visione del nostro futuro basata sulla considerazione e la necessità di un diverso sviluppo della nostra crescita produttiva.

È sicuramente vero che prima dell’esplosione della pandemia non vivevamo in un mondo perfetto, che la crisi climatica ed ambientale era, per dirla in modo eufemistico “complicata”, la condizione della giustizia sociale e la situazione economica nazionale ed europea non dava grandi segni di speranza. Auspicare con la riapertura, che tutto torni com’era prima non può bastare, perché abbiamo bisogno di una normalità del tutto nuova per riuscire ad evitare il peggio e dare speranza di vita e prospettiva alle nuove generazioni. Dovremo ripensare al nostro modello produttivo, e come dice spesso inascoltato Papa Francesco, mettendo da parte l’approccio predatorio nei confronti delle risorse naturali e dell’ambiente, generando posti di lavoro e ricchezza proprio nei settori della tutela, della salvaguardia, della considerazione ambientale e della riconversione verde.

Dovremo lavorare per costruire modi diversi di gestione dei servizi pubblici essenziali, con meno burocrazia e recuperando la categoria dei beni comuni, consapevoli che questi richiedono una gestione radicalmente nuova, comunitaria, partecipata e collettiva a cui tutti ci impegniamo anche nella condizione di vigilanza.

Sembrano questi obiettivi lontani che probabilmente rispondono ai buoni propositi di un’utopia sempre dichiarata. Parole più volte nel tempo ripetute per indicare un percorso di seri propositi ricavati da un libro di memoria storicamente vissuta, da cui si leggono importanti parole non riuscendo però a metterne in pratica i contenuti. Ma forse su una speranza si può concretamente tutti assieme lavorare, se riusciamo a considerare quanto ha detto nelle sue parole Papa Francesco: “Se c’è qualcosa che abbiamo potuto imparare in tutto questo tempo, è che nessuno si salva da solo. Le frontiere cadono, i muri si sgretolano e tutti i discorsi fondamentalisti si dissolvono di fronte a una presenza quasi impercettibile che manifesta la fragilità di cui siamo fatti”.

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