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Luino | 20 Aprile 2020

Luino, crisi Coronavirus: le preoccupazioni di un commerciante

Il prolungamento fino al 3 maggio delle restrizioni, alimenta le difficoltà e l'ansia dei lavoratori autonomi: "Paghiamo un debito che dovrebbe spettare allo Stato"

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Con l’intervento di venerdì scorso il premier Giuseppe Conte ha prolungato dal 13 aprile al 3 maggio la validità delle misure restrittive volte a contenere la diffusione del coronavirus.

Tra queste figurano anche le chiusure delle attività commerciali ed industriali, fatta eccezione per specifiche categorie: librerie e cartolerie (non per la Lombardia), negozi di vestiti per bambini e neonati, studi professionali, aziende che producono macchine agricole, aziende del legno e della silvicoltura.

Preoccupazioni e difficoltà dei lavoratori autonomi di conseguenza non si placano, nonostante la complessità del momento e l’arduo compito di tenere duro per tutelare la salute propria e degli altri prima di qualsiasi altro aspetto.

In attesa di riscontri concreti dal governo, rispetto agli aiuti economici per non soccombere alla crisi che già manifesta i sui segnali, la paura rimane tanta, anche sul territorio luinese, dove già alcune settimane fa avevamo dato voce ad una cittadina delusa dai provvedimenti inclusi nel decreto “Cura Italia” per il mese di marzo, prima dell’elevato numero di richieste per i 600 euro destinati alle partita Iva che in molti, ancora oggi, non hanno visto.

Una attività che ieri funzionava e che oggi rimane forzatamente chiusa, come farà a ripartire domani? A chiederselo è un altro commerciante del centro di Luino, nella lettera inoltrata alla nostra redazione che alleghiamo di seguito.

Cari lettori, sono uno delle migliaia di Commercianti (scusate se mi permetto la C maiuscola) che con tanti sacrifici e anni di lavoro era riuscito negli ultimi tempi a raggiungere, con la sua attività principale, un equilibrio che gli consentiva di pagare gli stipendi ed f24 delle sue quattro commesse, con affitto sempre regolare come il pagamento di tutte le tasse.

Adesso non so come sia per i miei colleghi, ma sinceramente il mio conto è asciutto. Infatti, pagato l’ultimo affitto e gli ultimi stipendi a negozio chiuso da due settimane, e con alle spalle le tre settimane precedenti durante le quali il lavoro era calato almeno del 50%, i soldi rimasti sono pochissimi, anche perché le bollette delle forniture gas, energia e telefono (al contrario dei primi proclami) sono arrivate puntuali.

Quindi, un’attività che funzionava e che ora si trova circa 10/15mila euro di debiti, pronti via, come farà a ripartire?

Come può pretendere uno Stato, che di soldi ne ha sempre voluti tanti e senza mai far sconti, che io faccia un debito per pagare un altro debito, creatomi dalle sue disposizioni? Come è possibile che non capiscano che non se la possono cavare vendendo fumo?

Forse ci stanno provando, senza alcun rispetto per i cittadini che stanno rispettando le regole. Come è possibile che tutti gli altri stati abbiano capito che non si possono abbandonare le attività al loro destino, e che vadano aiutate?

Il debito, caro presidente del Consiglio, se lo deve fare lo Stato nei confronti delle banche, e non noi imprenditori! Dovete risarcire le attività, non attraverso meccanismi come il reddito di cittadinanza, ma in base a criteri che abbiano un fondamento matematico sui fatturati, sui giri d’affari dei vari esercizi, o magari con un Irap al contrario moltiplicata per 2,3 o 4, in base al settore e alle marginalità delle aziende. Facendo ripartire le attività, con i soldi che voi prenderete, andrete in banca a pagare “il vostro debito”.

Una cosa deve essere chiara: non ve ne potete lavare le mani girando il debito a noi italiani. E’ la volta di dimostrare che lo Stato in Italia non esiste solo per prendere da noi commercianti, ma anche per sostenerci e aiutarci, in un periodo che darà per lungo tempo ripercussioni importanti su tutte le attività, nessuna esclusa.

Noi siamo pronti a ripartire, ma il primo passo lo deve fare lo Stato, se veramente esiste, perché “l’andrà tutto bene” non resti uno spot per tenerci a casa ma diventi lo slogan dell’Italia prima, durante e dopo l’emergenza.

Se così sarà allora sì che potremo dire, tutti insieme, per una volta credendoci, “sono orgoglioso di essere italiano“.

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