Varese | 5 Aprile 2020

Terra di leggende il regno delle bocce, la vocazione di Gavino

Il racconto di Roberto Bramani Araldi che, ancora una volta nonostante questa emergenza, ci porta in un mondo ormai passato grazie alle bocce

Tempo medio di lettura: 3 minuti

(articolo di Roberto Bramani Araldi) Gavino affermava di aver vissuto da ragazzo in Sardegna, ma la sua inquadratura temporale del termine “ragazzo” era riduttiva, o estensiva più propriamente,  infatti dalla “sua Carbonia” come amava chiamare la città nella quale aveva abitato, c’era rimasto fino al diploma.

E in quegli anni non pensava certo alle bocce. Al di là delle ragazze, alle quali piaceva con il suo atteggiamento disinvolto, un po’ guascone, che era sicuramente pagante con il sesso femminile, la sua attenzione era rivolta ad altro sport: quale? Ma il calcio ovviamente. Inseguire un pallone nei pomeriggi estivi, nel sole bruciante del Campidano battuto dal vento, su terreni dove ad ogni colpo al pallone si sollevava un piccolo sbuffo di polvere, immediatamente disperso da violente folate di aria rovente, era un divertimento completo, la stanchezza non lo assaliva mai e solo il declinare del giorno aveva il potere di ricondurlo a casa.

Fino a che non incontrò Efisio. Efisio, sardissimo in ogni sua sembianza, era sardo anche nella passione per lo sport che coinvolgeva moltissimi conterranei, piccoli, muscolosi, scattanti, amanti del confronto forte, del combattimento maschio, il pugilato, insomma.

Efisio tirava di boxe come si diceva con proprietà fra i coetanei, andava in palestra regolarmente a fare pesi e ad allenarsi, aveva già disputato un paio d’incontri vincendoli ed era entusiasta della cosiddetta “nobile arte”, tanto che, iniziata l’amicizia travolgente con Gavino, cominciò a circuirlo, ad illustrare con entusiasmo la bellezza del confronto con i pugni, solleticando la sua vanità: “ma dai che hai un fisico scolpito, sei veloce a calcio, figurarsi come saresti efficace con il pugilato, dai vieni in palestra con me che ti presento al Piras che è un  mago e ti fa diventare un campione”.

Tanto disse e tanto fu insistente che alfine Gavino ci provò. Entrato in palestra Pietro, il Piras per intenderci, dopo averlo squadrato per bene, gli illustrò le durezze del “mestiere”, i sacrifici degli allenamenti, la costanza dell’impegno: insomma gli fece una testa così da mettere in fuga precipitosa anche il più fanatico.

Ma Efisio sorvegliava, gli strizzava l’occhio di continuo e il patto si concluse: all’indomani sarebbero cominciati gli allenamenti per sgrezzare la materia prima!

Palestra tutti i giorni, dalle 18 alle 20, saltelli, rimbalzi a destra, a sinistra, pesi per rinforzare i muscoli delle braccia, guantoni per mezz’ora di sacco, via i guantoni e solo mani bendate per la velocità alla pera appesa al soffitto con un gancio, poi esercizi alla corda: alla fine Gavino era stravolto dalla fatica, ma dopo l’inevitabile rodaggio muscolare dei primi giorni, si sentiva molto bene, pieno d’energia e cominciava ad assaporare gli aspetti positivi dell’allenamento.

Dopo un paio di mesi Pietro lo prese da parte e gli fece tirare i primi pugni sui suoi guantoni aperti, riprendendolo continuamente per la lentezza o l’imprecisione o chissà cos’altro essendo un inguaribile pignolo, mai soddisfatto dei suoi allievi. Fintantoché: “Gavino vieni un po’ qua che oggi ti faccio fare un paio di riprese con Antoneddu”. “Ma Antoneddu ha già fatto qualche incontro, è troppo più smaliziato di me” replicò Gavino. “Su non fare storie, che vuoi tirare con tua sorella, metti il casco e i guantoni e via” intimò Pietro.

Sul ring cominciarono le schermaglie, Gavino arretrava, faceva scattare qualche jab di sbarramento, senza grandi risultati, continuamente incalzato dall’avversario che, ad un certo punto fece partire una larga sventola di destro che colse il volto di Gavino proprio nell’intersezione fra naso, occhio e bocca.

Gavino precipitò seduto a terra, la testa fra le mani, esclamando: “Madonna mia che botta, che male, che male Madonna mia!” la testa gli turbinava come sulle giostre più vorticose, sentiva spilli di dolore ovunque, non riusciva a connettere, né a capire dove fosse e cosa fosse accaduto. Fu così che, quando si riprese, si tolse i guantoni, si rivesti, salutò Piras, Efisio e tutti e perse l’indirizzo della palestra.

Si avviò il giorno successivo verso piazza Santa Barbara e incappò quasi per caso nella Bocciofila Bacu Abis, si fermò a guardare i giocatori che stavano disputando una gara fra amici: erano attenti, concentrati e riuscivano a fare delle cose con quelle palle rotonde davvero incredibili. Rimase colpito e timidamente chiese: “Mi fate provare?”.

Fu così che rimase folgorato, non come San Paolo sulla strada di Damasco, ma quasi, e gli sbocciò la vocazione profonda, convinta che non lo abbandonò più, come fosse il primo amore con i suoi abbandoni, i suoi immensi trasporti, con le delusioni anche, ma la vocazione, quella no, non l’abbandonò mai.

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