Varese | 22 Marzo 2020

Terra di leggende il Regno delle bocce: ecco il Dopolavoro ferroviario

Un viaggio in un mondo lontano, grazie al racconto di Roberto Bramani Araldi, che ci porta in un'atmosfera idilliaca con le bocce assolute protagoniste

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(articolo di Roberto Bramani Araldi) Al Dopolavoro Ferroviario c’erano molti riti consolidati, pietrificati dalla tradizione, inscalfibili, uno di questi, il più radicato in assoluto, era rappresentato dai due campi di bocce, rigorosamente in terra, adiacenti alle salette per il gioco delle carte – sacre e venerate pure loro, ma un gradino sotto, senza il minimo tentennamento – sui quali nel fine settimana, allorché il ritmo dei turni di lavoro lasciava spazio al meritato riposo, si disputavano accanite partite, a coppie, durante le quali subentrava un aspro agonismo, ulteriormente incrementato dalle ferrea regola: “chi perde paga”.

Certo le competizioni potevano aver luogo solo nei periodi di bel tempo: non si poteva giocare alle bocce con i guanti durante i mesi invernali, ma appena le condizioni climatiche lo permettevano, via a prenotare i campi per le battaglie fra i molteplici attori che impetuosamente volevano calcare la scena.

Rigore assoluto, dopo ogni partita ai dodici punti occorreva dichiarare: “campo libero”, nella speranza, neppure celata, che qualcuno che si fosse prenotato potesse avere un attimo di disattenzione per appropriarsi di nuovo del bene inestimabile ed ambito.

Tutta questa intensa attività sfociava, poi, nel Campionato Sociale, come veniva enfaticamente chiamata la gara che, nel periodo centrale dell’attività boccistica, avrebbe sancito la coppia che avrebbe potuto fregiarsi del titolo, per un anno intero, di Campione Sociale!

I preparativi da parte di tutte le coppie erano particolarmente accurati: le bocce dovevano essere ripulite, lucidate con cura con apposite, segretissime cere – ognuno riteneva di aver scoperto la miscela miracolosa – e non dovevano più essere usate fino al fatidico fine settimana nel quale si sarebbe perfezionata l’attesissima competizione.

In quell’anno era stata acquistata, tramite una contestata colletta, una coppia di rilucenti coppe – una per ogni componente la coppia -, inoltre i vincitori avrebbero avuto un dono “in natura”, rappresentato da due scatole di vino “Chiaretto del Garda”.

Alla gara si erano iscritte oltre cinquanta coppie, sorteggio senza alcuna testa di serie, anche se tutti si auguravano di non dover incocciare, nelle fasi eliminatorie, nei favoriti Roru, così erano chiamati – Rolando e Ruggero – o nell’altra coppia che andava per la maggiore, Cama – Carlo e Mario -. Sarà stato il caso o che il sorteggio fosse un pochino, pochino addomesticato, ma, alla domenica pomeriggio, a disputarsi il successo finale sono proprio loro, baldanzosi e tutti e quattro convinti di vincere. La partita fin dall’inizio prende veramente una brutta piega per Roru, gli avversari contano un punto dopo l’altro fino a trovarsi in vantaggio per 8-1, sembra non vi sia scampo per i favoriti.

Poi il solito genietto maligno fa capolino, là nell’angolo più remoto del campo, sotto forma di un impellente necessità fisiologica del Carlo, il quale, domandato il permesso, sparisce nel rustico servizio a lato della struttura. Quando ricompare sembra un ballerino della Scala, leggero e leggiadro per la liberazione appena espletata.

Sarà stato il raggiungimento della momentanea beatitudine, sarà stata la perdita della suprema concentrazione avuta sino a quel momento, ma il Carlo non ne azzecca più una e ai due marpioni non sembra vero di rosicchiare lentamente, ma con spietata continuità, il vantaggio avversario. Finisce 12-8 per Rolando e Ruggero, trionfo, prese in giro vertiginose e appuntamento per la cena serale durante la quale sarebbe avvenuta la premiazione.

Non tutto il mondo del Dopolavoro Ferroviario era idilliaco, c’erano le serpi che strisciavano dove meno te l’aspettavi e l’Andrea, perfida mente burlona, aveva già messo a punto un piano infernale per punire i vincitori, chiunque fossero. Il giorno precedente, con l’aiuto di un paio di accoliti malvagi quanto lui, aveva studiato d’impossessarsi delle due preziose casse di vino, aveva aperto tutte le bottiglie con cura, scolato il vino in caraffe e riempito di nuovo i contenitori con pura acqua di fonte, addizionata della dose sapiente di colorante, per conferire loro l’aspetto originario. Le aveva tappate e rietichettate con la scritta: “Scherzino, scherzetto, ma come è buono il Chiaretto”.

Premiazione pirotecnica, lazzi all’indirizzo degli sconfitti, infine consegna dei premi, che avrebbe dovuto concludersi con un brindisi dei vincitori con una delle bottiglie vinte. Ma sarà stato che uno dei due avesse intuito qualcosa, avesse mangiato la famosa foglia, sarà stata un’improvvisa ventata di generosità, sta di fatto che il Ruggero dava ordine di aprire tutte le bottiglie per offrire da bere ai numerosissimi astanti. Distribuzione dei bicchieri colmi del “pregiato vino” e il Gianni, che si vantava di essere un profondo conoscitore, sorseggiando con aria estasiata, andava dicendo: ” Occio, fioeù, che quèst vìn qui el scalda i orègg!”

Pare che, a seguito di quella esibizione da perfetto sommelier e persa per sempre la sua fama d’intenditore, si sia poi convertito all’astinenza assoluta da qualsiasi prodotto derivante dall’uva.

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