Varese | 22 Gennaio 2020

Giornata della memoria, Arcigay Varese commemora le vittime omosessuali dell’olocausto

La commemorazione organizzata dall'associazione avrà luogo sabato 25 gennaio alle ore 11, presso la targa in vetro in memoria dei triangoli rosa ai Giardini Estensi

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Sabato 25 gennaio alle ore 11 si svolgerà la commemorazione delle vittime omosessuali dell’olocausto presso la targa in vetro in memoria dei triangoli rosa ai Giardini Estensi, ingresso biblioteca, a Varese.

Prenderanno parola il presidente di Arcigay Varese Giovanni Boschini, la presidente di ANPI Provinciale Ester De Tomasi, il segretario generale della CGIL Varese Umberto Colombo, Dolores De Marco di AGEDO Como-Lecco (Associazione Genitori di omosessuali) e esponenti di diverse realtà varesine, tra cui Arci Varese, Amnesty Varese, CuorInversi.

Nel 1928, il partito nazista dichiarò gli omosessuali ufficialmente propri nemici: essi, si affermò, diffondevano il male nella società tedesca, intaccandone la “sana mascolinità” e la capacità riproduttiva. L’ascesa al potere di Hitler, nel gennaio del 1933, segnò l’inizio della totale distruzione del movimento omosessuale tedesco e l’inizio di una spietata persecuzione.

Nel 1934 venne istituita la Reichzentrale zur Bekämpfung der Homosexualität (Centrale dell’impero per combattere l’omosessualità), uno speciale reparto della Gestapo che si occupava dell’omosessualità. Cominciarono ad essere stilate quelle che vennero chiamate le “liste rosa”, nelle quali venivano raccolti i dati relativi agli omosessuali. A partire dal 1936 vennero indicati con un triangolo rosa. Rosa, come il colore delle ragazzine, che serve per ridicolizzare la mascolinità.

In Italia, invece, vi erano tre strumenti principali di repressione: la diffida (una sorta di avvertimento pubblico a abbandonare un comportamento “criminoso”, pena l’incorrere in provvedimenti più severi), l’ammonizione (una specie di arresti domiciliari della durata di due anni) e soprattutto il confino, cioè la residenza coatta in un luogo lontano da quello in cui la persona viveva, con limitazioni della libertà personale. Poteva bastare una diceria per far scattare una denuncia al Questore. Senza che l’indagato ne sapesse nulla, partiva un’indagine che quasi sempre portava all’incriminazione davanti alla Commissione Provinciale.

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