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Alto Varesotto | 19 Novembre 2019

Le mani e gli affari della ‘ndrangheta tra territorio luinese, Ceresio e Ticino

L'attenzione del Dfgp elvetico si sta alzando sempre più, le inchieste delle Procure italiane dimostrano l'importanza dei territori di confine per gestire gli affari

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L’istituzione del “soggiorno obbligato”, come misura di prevenzione per allontanare i mafiosi dai territori del meridione in cui avevano il potere, avvenuta a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, è stata una delle cause principali di ramificazione territoriale delle mafie (Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra su tutte) in tutta Italia.

Anche nel luinese ed in provincia di Varese, già negli anni ’90, dopo l’arrivo di questi soggetti appartenenti ad organizzazioni mafiose, si registravano omicidi, incendi dolosi, sequestri di persone e altri reati, che riconducevano questi episodi a zone in cui, periodicamente, si verificavano simili dinamiche “mafiose”. Ed è proprio in questo modo che tante cosche mafiose sono riuscite nel corso degli anni a farsi largo e ad insediarsi a pieno regime anche nei territori di confine, tra la provincia di Varese e quella di Como e il Canton Ticino, terra di grandi affari.

Negli ultimi anni, l’attenzione e la lotta alle mafie del Ticino e del Dipartimento federale di giustizia e polizia (Dfgp) stanno crescendo sempre più, anche a seguito delle inchieste delle Procure di Catanzaro e di Reggio Calabria che, insieme alle autorità italiane e internazionali, hanno svelato intrecci che vedono propri i Comuni del confine, anche nel luinese, essere punto di riferimento per personalità di spicco delle organizzazioni criminali.

Così, il Dipartimento svizzero, rispondendo ad un’interpellanza del ticinese Fabio Regazzi (Ppd), come riportava Prealpina negli scorsi giorni, ha annunciato che il Ticino sarà un punto di riferimento per il contrasto alle mafie italiane, ma sarà fondamentale un lavoro di condivisione tra la Svizzera e le autorità a livello internazionale, come lo è stato finora, ma andando a migliorare alcuni aspetti burocratici e strategici.

Eccezion fatta per reati clamorosi, perlopiù effettuati da gruppi criminali “autonomi”, gli affari delle mafie scelgono senza dubbio il basso profilo, andando a stringere accordi e a “fare investimenti” laddove si intravede una possibilità di guadagno, in ogni campo: così il business, come riporta sempre Prealpina, va dall’eolico al passaggio di armi, senza dimenticare il traffico di droga e il controllo di appalti, anche nei settori pubblici.

Sono diversi i prestanomi e le società, soprattutto quelle edili ma anche aziende inserite nel settore della ristorazione con bar e locali, che investono in strutture sul territorio, aprono, chiudono e spariscono nel giro di pochi mesi. Hanno acceso campanelli d’allarme importanti non solo in Italia ma anche oltreconfine dove qualcuno, come alcuni esponenti del Partito Popolare Democratico (Ppd), si è rivolto alla Confederazione “per sapere a che punto è il piano d’azione nazionale antimafia”, spiega ancora Prealpina.

I dati relativi ai reati, dalla provincia di Varese e da quella di Como verso il Ticino, sono svariati, ma le autorità elvetiche in questi anni hanno emanato tredici divieti di entrata per persone condannate all’estero per mafia, ed alcune inchieste hanno interessato anche il territorio luinese e quello di Ponte Tresa, dove sono stati evidenziati affari, grazie ad alcune testimonianze di “colletti bianchi”, come quelle dell’operazione “Andromeda” dalla Procura di Catanzaro.

Importante anche l’attività per quanto concerne il riciclaggio di denaro, con le autorità svizzere che hanno gestito oltre centoventi comunicazioni legate alla criminalità organizzata, e ben trentaquattro sono state le domande di assistenza giudiziaria in poco meno di due anni, che l’Italia ha indirizzato alle autorità svizzere competenti. Tutto questo a dimostrazione di quanti gli affari delle mafie, ancor oggi, siano ramificate anche oltreconfine e siano a due passi da noi.

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