Alto Varesotto | 13 Febbraio 2024

Incendi, estorsioni e minacce nell’Alto Varesotto. «Dov’è il metodo mafioso?»

La difesa contesta l’aggravante nel processo a 16 persone legato a indagini svolte dalla Dda nel 2016. Per l’accusa gli imputati agirono per il controllo del territorio, vantando legami con le cosche

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Mafia nell’alto Varesotto, il processo è fermo alla fase che precede l’apertura del dibattimento e che è riservata alla risoluzione delle questioni di carattere tecnico e procedurale.

Questioni fondamentali per poter andare avanti, perché va stabilito se contestare il metodo mafioso ai sedici imputati, che devono rispondere a vario titolo di estorsione, minacce, lesioni e spaccio. Fatti su cui indagò la Dda di Milano tra il 2016 e il 2017, partendo dalle possibili connessioni tra alcuni incendi dolosi che si erano verificati in Valmarchirolo.

Poi arrivarono gli altri fatti violenti oggi contestati (tra cui intimidazioni e botte per debiti, con il coinvolgimento di imprenditori presi di mira e di tecnici comunali messi sotto pressione affinché velocizzassero delle pratiche edilizie) e le intercettazioni in cui l’accusa individua i presunti legami tra la criminalità organizzata e gli imputati.

Legami che non sussistono per la difesa, come affermato oggi in aula, davanti ai giudici del collegio, dall’avvocato Corrado Viazzo. Il legale ha sottolineato come per alcuni “gruppi di reati” il metodo mafioso venga contestato solo in relazione a singole accuse, nonostante le connessioni stabilite da chi ha indagato su reati commessi nello stesso luogo e nello stesso momento.

Il difensore contesta inoltre i presunti legami tra gli imputati ed esponenti della criminalità organizzata campana e calabrese. La Valganna, la Valcuvia e la Valmarchirolo non sono come Scampia, è in sintesi il concetto espresso dal difensore, che non vede la presenza del metodo mafioso negli episodi di spaccio ricostruiti durante l’indagine: «Si tratta di vicende di spaccio simili a mille altri».

Negli stessi episodi l’accusa, riprendendo le parole del gip, vede invece il tentativo di «ottenere il controllo del territorio», facendo leva anche su «vantati rapporti con la criminalità calabrese e napoletana». Per il pubblico ministero, poi, il legame tra i comportamenti degli imputati e il “contesto mafioso” non può essere valutato in questa fase del processo. In sostanza, l’eccezione della difesa va respinta, e bisogna andare a dibattimento con l’esame dei primi testimoni.

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