Luino | 7 Ottobre 2019

Luino, “Come eravamo”: i funerali di una volta

Tante le usanze da rispettare, suddivise in tre tipologie di cerimonia a seconda del ceto sociale e delle possibilità economiche. Un approfondimento di Giorgio Roncari

(Fonte L’eco del VaresottoAd un funerale, poco tempo fa, iniziato con l’arrivo della salma sull’automezzo delle
pompe funebri direttamente in chiesa mezz’ora prima della funzione e terminato subito dopo con la partenza al forno crematorio, riflettevo su quanto fosse cambiato questo estremo atto d’addio rispetto a quando ero bambino io.

Una volta c’erano tante usanze da rispettare. Intanto la cremazione era proibita dalla chiesa, pena la sepoltura fuori dall’area sacra del cimitero, così come per gli inconfessi, i ballerini in generale e gli atei. Poi c’era la consuetudine di esalare l’ultimo respiro nel proprio letto e quelli che erano all’ospedale venivano rilasciati moribondi anche se magari erano già defunti.

Quando una persona del paese moriva, poco dopo suonavano le campane per avvisare la comunità, ma in modo diverso, tre rintocchi se era un uomo, due se una donna e l’allegria per i bambini. D’abitudine era un falegname del paese a fare la bara di abete o pino, senza decorazioni, almeno quelle della povera gente. La persona defunta, lavata e vestita con gli abiti della festa, veniva deposta con nelle mani la corona del rosario. Alle donne giovani veniva messo un velo bianco o anche il vestito da sposa. Con un fazzoletto veniva tenuto serrato il mento altrimenti la bocca aperta non era un bel vedere. Anche gli occhi venivano chiusi perché c’era la credenza che, ad occhi aperti, il morto guardasse qualcuno che l’avrebbe seguito a breve.

La salma, a bara scoperta, veniva posta in un locale di casa con le finestre chiuse perché altrimenti il gatto gli avrebbe mangiato il naso, almeno così la raccontavano a noi bimbi. Attorno ardevano quattro candelieri. Alla sera il prete recitava il rosario e c’era tutto il paese a rispondere e dare l’ultimo sguardo al defunto. Nelle nostre borgate ci si conosceva tutti e c’era un detto che recitava che quando uno pativa il paese taceva, quando uno moriva il paese piangeva.

Dopo il rosario c’era la veglia funebre e alcuni amici e parenti si fermavano tutta la notte. Per le donne invece vegliavano amiche e congiunte. Passavano il tempo in chiacchiere e preghiere, mangiando qualche cibaria offerta loro e bevendo qualcosa. Non c’era certo la cella frigorifera e i morti si dovevano seppellire il giorno seguente, soprattutto in estate. D’inverno, invece, poteva capitare che facesse così freddo o ci fosse neve ghiacciata da non poter scavare a mano la fossa, e allora si conservava la bara al freddo in attesa di poterlo fare.

C’erano tre categorie di funerali: di terza per la gente comune, di seconda con tre preti per chi più poteva, e di prima per i ricchi e le personalità per le quali oltre ai preti, c’era anche il catafalco, il carro funebre coi cavalli infiocchettati, i bimbi dell’asilo e della scuola e magari anche la banda.

Tutti avevano qualche fiore sul cofano, ma per le personalità c’erano molte corone, usanza quest’ultima quasi abbandonata.
Ci fu anche un periodo in cui venivano commissionati album fotografici, come ai matrimoni. Il giorno del funerale la gente si radunava a casa del morto, in abiti scuri, in attesa dell’arrivo del parroco coi chierichetti, quindi in corteo si andava in chiesa. Prima che fossero adottate le portantine, la cassa veniva appoggiata su una scala e portata in spalla da amici e parenti che ogni tanto si avvicendavano alle sbarre per riposare.

Terminata la messa si recitava il De profundis, il Dies irae, e qualche altra giaculatoria e tutti si mostravano rattristati. Quindi si riformava il corteo per il cimitero. Davanti c’era la croce con drappi neri e i candelieri, poi le donne e i celebranti, mentre di fianco alla bara c’era sempre qualche sodale a tenere il cero. Chiudevano gli uomini. Venivano recitati i misteri dolorosi e, se c’era, la banda suonava qualche marcia funebre di quelle che rattristavano la gente più di quanto già non fosse.

Al cimitero il prete dava l’ultima benedizione e per le personalità qualcuno teneva l’orazione funebre. Prima di calarla nella fossa, alla cassa venivano tolte maniglie e piedini da usare per il funerale successivo. Allora non c’erano forni o colombaie e come atto finale c’era l’usanza di prendere un pugno di terra e gettarla sulla bara, assieme a un fiore.

La gente quindi se ne andava ricordando le virtù e le qualità del defunto che poteva anche aver avuto un certo caratterino, ma in fondo non era stato cattivo perché, come dice un vecchio adagio, “quando nascono son tutti belli, quando si sposano son tutti ricchi e quando muoiono son tutti buoni”.

Ma non era finito lì, perché per i parenti stretti era d’obbligo tenere il lutto un anno e farlo vedere con una nastro nero sul braccio o un bottone scuro all’occhiello e non ci si doveva sposare né lasciarsi andare a distrazioni mondane come il ballo, le feste, il canto eccetera.

O tempora, o mores!”, come diceva Cicerone.

Vuoi lasciare un commento? | 0

Lascia un commento

"Luinonotizie.it è una testata giornalistica iscritta al Registro Stampa del tribunale di Varese al n. 5/2017 in data 29/6/2017"
P.IVA: 03433740127