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Brezzo di Bedero | 11 Settembre 2019

Nel Regno delle Bocce, il ritratto di El Gagà

Giocatore dall'eleganza assoluta, sia dentro che fuori dal campo, tocco magico e personalità leggendaria. Un approfondimento a cura di Roberto Bramani Araldi

Tempo medio di lettura: 2 minuti

(Articolo di Roberto Bramani Araldi) Quando varcava la soglia di un bocciodromo tutti gli sguardi erano come calamitati dalla sua figura: alto, dinoccolato, un paio di pantaloni che sembravano appena usciti dalla tintoria tanto erano lindi e con la “piega” perfetta a tracciare il legame fra la cintura e la parte più alta del tallone.

La camicia con il colletto leggermente rivoltato a sbucare preciso oltre i bordi del maglioncino, rigorosamente a collo alto, seppure non attillato, ma leggermente floscio a caratterizzare una mise curata, ma apparentemente “negligé” e le scarpe, in tono con l’abbigliamento, marrone scuro se i pantaloni erano beige, in un contrasto armonico per creare una sinfonia di colori integrati l’uno con l’altro al fine di non modificare neppure con un piccolo dettaglio la ricerca della perfezione.

Già, le scarpe. Erano in pratica la conclusione. Lucidissime sempre, non dovevano catturare neppure un granello di polvere, e si vociferava che avesse in tasca un panno soffice, delicato, con il quale periodicamente provvedesse a spolverarle non appena qualche impurità vi si fosse depositata. Era per tutti “El Gagà”, non solo per l’aspetto prima di avventurarsi a disputare una partita – in coppia quasi sempre, essendo un “puntista” – ma anche allorché si cambiava, con compunzione e studiata lentezza, per vestire la divisa di gara.

Mancava che la maglia fosse inamidato, tanto ogni particolare era seguito nei dettagli e le scarpe, sempre loro, bianche, di un candido abbagliante, quasi fossero gessate. I capelli impregnati di gel modellavano perfettamente il cranio, sembrava fosse non solo improbabile, ma addirittura impossibile che un solo malaugurato componente della capigliatura potesse assumere l’iniziativa di scomporsi né prima, né dopo la giocata.

L’eleganza in campo era assoluta, ogni movimento studiato e consono all’aspetto: impugnava la boccia, la strofinava con una specie di frammento di pelliccia sintetica, lentamente come volesse renderla non solo pulita, ma brillante di luce propria, poi con lo sguardo proiettato lontano ad osservare orizzonti meravigliosi visibili solo a lui e non ai comuni mortali, eretto, senza minimamente flettere la schiena, un piccolo passo in avanti “et voilà” la boccia veniva fatto cadere un paio di metri avanti i piedi, quasi fosse stato gettato uno straccio nella spazzatura. Ma l’incredibile era che la boccia invariabilmente andava ad incollarsi al pallino suscitando nel pubblico esclamazioni di meraviglia genuine, proprio perché inatteso era il risultato conseguito.

El Gagà rimaneva indifferente agli applausi, ai commenti sovente ammirati per la sua abilità, pareva vivesse in un mondo estraneo, extra sensoriale: tutto gli era naturale e la freddezza del comportamento ben si sposava con l’aspetto inappuntabile che proiettava da sé verso il mondo circostante. Vinte le partite, se il bocciatore l’assecondava almeno un poco, si cambiava ancora con la massima cura, non senza aver verificato che le scarpe di gara fossero ancora intonse e quelle da passeggio non avessero subito sgradite manipolazioni.

Se ne andava in questo modo, quasi senza spostare l’aria nella quale si muoveva e spariva praticamente in silenzio senza degnare “la gente” della minima attenzione: non potevano certo confrontarsi con lui, con la sua innegabile eleganza, lui era per davvero un “arbiiter elegantiarum”, un novello epigono dello scrittore latino Petronio.

Nel Regno delle Bocce è così: i miti si perfezionano giorno dopo giorno e sono sempre pronti ad essere celebrati, perché le leggende possono solo crescere, non si estinguono mai.

Pillole di bocce. Proseguono le gare individuali a Crenna – F.lli d’Italia, Gorla – Lonatese – e Ternate.

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