Alto Varesotto | 10 Luglio 2019

“Cari e stimati gestori degli incubatoi ittici di valle e di lago, la vostra fine è segnata”

Una lunga lettera quella arrivata oggi in redazione da parte dell'agronomo Valerio Montonati che perora la causa dei tanti volontari presenti su tutto il territorio

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Gli incubatoi della provincia di Varese ormai da diversi anni sono al centro del dibattito politico-sociale di tutto il territorio, soprattutto nell’Alto Varesotto, con le strutture di Maccagno con Pino e Veddasca e di Brusimpiano.

Nelle scorse settimane erano stati propri i pescatori dell’associazione Alto Verbano a lanciare l’allarme, denunciando la situazione critica e chiedendo un intervento da parte di Regione Lombardia, con l’obiettivo di essere sostenuto in questo momento di grande criticità.

I problemi, infatti, riguardano soprattutto la mancanza di risorse, come denunciato oggi dall’agronomo Valerio Montonati, dopo il ridimensionamento delle province, visto che era proprio Villa Recalcati, fino a tre anni fa, a stanziare i fondi per il mantenimento dell’attività, che hanno smesso di arrivare dopo l’approvazione della riforma.

Ecco la lettera inviata alla redazione dal dottor e agronomo Valerio Montonati.

Cari e stimati gestori degli incubatoi ittici di valle e di lago, la vostra fine è segnata, come probabilmente lo è quella della pesca professionale sui nostri amati laghi e quella sportiva sempre sui bacini lacustri ovvero sui nostri placidi fiumi e sugli impervi torrenti e torrentelli delle verdi e sinuose Prealpi Varesine.

Negli anni passati, quando mi interessavo di acquacoltura, per formazione professionale e lavoro e di pesca sportiva per passione e come autore di svariati articoli sulle specie ittiche delle nostre acque e su alcuni amici specialisti di varie tecniche di pesca, ho avuto modo di visitare alcuni incubatoi ittici: un paio del vicino Canton Ticino e quelli della provincia di Varese salvo, forse, gli impianti di Ranco e quello di Porto della Torre.

Tralasciando gli esempi svizzeri, che sarebbero, probabilmente tutt’oggi, d’esempio, gli incubatoi varesini (Tinella, Maccagno, Brusimpiano, Ranco e Porto della torre) si distinguono per la capacità di produrre grandi quantità di avannotti di diverse specie di pesci che hanno grande importanza per la pesca professionale nei laghi (coregone, luccio, trota lacustre / marmorata, alborella – ebbene sì! Anche lei, un tempo regina dei laghi subalpini!), ovvero per gli ecosistemi ittici dei nostri torrenti e fiumi ed a supporto degli ultimi pescatori sportivi, anch’essi una specie in via di estinzione: trote fario di probabili ecotipi locali come quella del torrente Tinella e, forse, del Giona, ovvero di “normali” fario di ceppo mediterraneo (si spera) ed ancora specie che frequentano fiumi e laghi in seria difficoltà come il meno conosciuto pigo.

Devo dire che ho sempre incontrato persone preparate, motivate, con grande e generosa passione che hanno sempre garantito con un impegno straordinario eccellenti prestazioni a questi impianti ittici, in una sorta di continuità con l’antichissima tradizione della pesca lacustre e la storica prassi della riproduzione ittica in cattività dei laghi insubrici con immissione nei corpi lacustri : si pensi agli incubatoi della cooperativa di pesca di Calcinate del pesce che, anni fa, riuscii ancora a vedere, sebbene fatiscente, o quello di Varano Borghi presso il vecchio impianto ittico dove ora ha sede “G.R.A.I.A.”, nota società di consulenza ambientale con particolare esperienza nei comparti dell’ idrobiologia e dell’ittiologia delle acque interne.

Nonostante l’esistenza di documenti programmatici dettagliati come “P.R.P.A.”, Programma triennale regionale per la pesca e l’acquacoltura 2017-2019, oppure “PO FEAMP”, Programma operativo Fondo Europeo per gli affari marittimi e la pesca [più che altro un manuale di procedure e controlli (di che cosa poi se non si erogano fondi?)], la realtà è che, salvo provvidenziali contributi dei comuni interessati, già ridotti sul lastrico dalla politica nazionale, non si vede una lira, anzi, un centesimo.

Da spendersi per garantire un futuro certo a queste attività così essenziali per il mantenimento dei popolamenti ittici dei nostri bacini ed inoltre incoraggiare nuove iniziative nella ricerca di soluzioni alle diverse problematiche sorte con i nuovi ingressi di specie alloctone o con le note modificazioni climatiche come nella pratica di innovative o addirittura rivoluzionarie tecniche di acquacoltura.

Orbene, cari amici, nonostante il vostro personale impegno e l’indubbia importanza di questa attività zootecnica riguardo il ripopolamento ittico delle acque dolci, lentiche (laghi) e lotiche (torrenti e fiumi), la realtà è che ci si trova (metto in comune i problemi dell’intera collettività rurale dell’Alto Varesotto), di fatto, nell’ambito di un comparto, quello della produzione primaria della pesca, insieme ad agricoltura e selvicoltura, che si colloca in una regione montana / pedemontana di fatto dimenticata dalle nostre autorità regionali, che si limitano a presenziare occasionalmente, per lo più rappresentate da “Gregari” e per sola facciata, al seguito di eventi drammatici (si pensi al caso della funivia di Monteviasco) oppure ad iniziative agri/o – turistico – commerciali che sono, per lo più, frutto della perseveranza di rari imprenditori che, ancora, coraggiosamente, investono in territori dimenticati dalla politica, o, meglio, alla vigilia delle elezioni regionali, formulando continuamente “Promesse da marinaio” ma senza che poi accada nulla di concreto come l’inserimento di tutto il territorio montano e pedemontano della nostra bella provincia di Varese in un corposo piano di investimenti regionali, siano essi di provenienza comunitaria ovvero autonoma.

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