Luino | 23 Maggio 2019

Osservatorio Felice Cavallotti: “Elezioni ed affluenza? La politica ha perso la forza delle relazioni”

Una lunga riflessione ed analisi in vista delle prossime elezioni europee ed amministrative, che mira a stimolare la politica per incentivare la partecipazione

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Domenica milioni di cittadini in tutto il continenti sono chiamati alle urne per le elezioni europee, e tra loro sono tante le persone che andranno a votare per le amministrative, che vedranno numerosi comuni nell’Alto Varesotto decretare i nuovi sindaci.

Negli ultimi anni, però, la disaffezione alla politica da parte dei cittadini è ormai evidente non solo in Italia, ma anche negli altri stati, e allora potrebbe essere utile riflettere ed analizzare la situazione socio-politica che ci circonda, con la democrazia sempre più in crisi e lo strumento della rappresentanza che pare fare acqua da tutte le parti.

Proprio per questa ragione, mosso da questo spirito, l’Osservatorio “Felice Cavallotti” vuole accendere i riflettori sulla politica a tutti livelli, in vista del prossimo weekend e di questa nuova tornata alle urne.

Ecco il comunicato stampa inviato da Diego Intraina per l’Osservatorio Felice Cavallotti.

Fallimenti politici che necessariamente devono cambiare il punto di osservazione in modo da poter (ri)condividere le cause, definire una proposta alternativa di Stato e individuare nuovi strumenti di governo.

Fino a qualche mese fa in Italia, nel profondo silenzio, il teatro politico Europeo sembrava mantenuto in vita dalle sole proposte di Laura Boldrini e di Massimo Cacciari.

La Boldrini e Cacciari proponevano forme diverse per uscire dalla ormai certa crisi della democrazia europea ed evitare di proseguire nel silenzioso impasse politico della troppo spesso “identità politica confusa”. Però, le entrambe riflessioni non potevano fare a meno di immettersi in una necessaria interrogazione e non sono riuscite ad evitare il crescere imbarazzo di tutte le forze politiche. Impaurite dall’avvicinarsi della richiesta di una loro rappresentazione – una coerente e qualificata descrizione comportamentale di parte -, si sono immaginate travolte da un probabile e possibile vorticoso flusso di cambiamento, cambiamento questa volta padroneggiato dall’imprevedibilità e non dai loro tradizionali ambienti decisionali, determinata da una società civile che nel frattempo si è andata a scomporsi in una moltitudine sociale difficilmente governabile, fenomeno richiedente un radicale ripensamento delle categorie identitarie e dunque degli strumenti della rappresentanza.

Entrambe le proposte hanno un comune denominatore: l’urgenza di arginare la consapevolezza dell’avanzare preoccupante di una “realtà percepita” sempre più carica di intolleranza che, rivolta verso l’interno e l’esterno della nazione, richiama ad un ritorno di condizioni sociali conflittuali dalla memoria allarmante.

Entrambe le soluzioni sembrano individuare la loro proposta politica, una “organizzata risoluzione”, partendo da una istituzionale costruzione politica esterna, intravedendo l’abbassamento della preoccupazione attraverso il raggiungimento concreto di quella tanto auspicata scrittura politica assegnata alla Carta Costituente Europea.

Una scrittura che qualifica e accompagna la molteplicità dei popoli nel controllo e nella determinazione dell’emergente fenomeno della globalizzazione che, nel bene come nel male, sta contaminando e trasformando in modo diverso la vita esistenziale nell’intero pianeta.

Cacciari, nella sua nuova aggregazione europeista, a questo strumento di governo federalista, riconosceva una forza strategica capace di superare le preoccupanti condizioni e contraddizioni. Chiedeva agli aderenti una volontà di interrogazione e di aggregazione intorno a dei valori disponibili ad un impegno concreto costitutivo inclusivo. Secondo Cacciari questa volontà diventerebbe l’essere di un motore condiviso e aggregativo necessario per il raggiungimento di un impegno contrattuale di nuovo soggetto politico Europeo. Un soggetto che però, subito dopo, doveva però sopravvivere nella Nazione Italia nello spazio saturato e ben fortificato dai partiti.

Il nuovo soggetto europeista in Italia, nella tradizione politica, lo si sarebbe solo potuto pensare nei termini di federazione di partiti e, malauguratamente, soggetto al solito rischio del singolo apparire, rischio che è sempre stato causa di sicure e successiva divisioni e non condivisioni.

La Boldrini non si spingeva così lontano: proponeva una semplice e differente temporalizzazione pragmatica di contrapposizione ancor più utilitarista. Un abbandono dei simboli. Un listone di area molto vicina alla vecchia proposta dell’Ulivo Prodiano senza però, almeno così sembra, nessuna riconoscibilità individuale. Questa soluzione assomigliava, per gli stessi difetti di scarsa considerazione sull’importanza dei pensieri e sulla loro interrogazione nelle applicazioni risolutive e interpretative della quotidianità, all’accordo giallo-verde criticato a più riprese.

Insomma, entrambe le proposte (forse per il poco tempo a disposizione o per la paura di fallimento) non proponevano sostanza e contenuti, ma solo forme che, come è già successo, si sono sciolte al primo dibattimento lasciando spazio ai vecchi e tradizionali modelli fallimentari.

Dobbiamo concentrarci su un’altra dimensione. Il difficile esercizio da fare è chiederci se la politica della rappresentanza può continuare ad ospitare il tarlo che la sta svuotando e se la pelle è l’unica cosa che rimarrà da vedere, oppure se debba essere rigenerata rifondandola dal suo luogo di origine.

Scegliere qual è per l’elettore la dimensione esistenziale (luogo d’origine) più interessata dall’ambito del politico non è un pensiero difficile: è sicuramente quella delle Comunità Locali.

È da questa con-vivenza tra individuo e territorio, da un abitare costretto a delle prementi condizioni causali e da diversificate e necessarie risposte di necessità da queste indotte che, la forma politica, re-agendo collettivamente inizia la sua utile presenza ed elaborazione.

La convinzione delle fragilità dei due modelli sopra esposti sono da osservare e sicuramente correggere proprio analizzando l’esperienza applicata della con-vivenza locale. Crisi che viene spesso riassunta in una frase che troppo spesso accompagna le critiche identitarie, le trasformazioni territoriali e squalifica le diverse rappresentazioni politiche: ormai tutto è uguale.

Gli elettori hanno sempre più difficoltà a percepire le differenti espressioni e azioni politiche, e questo avviene perché nella concretizzazione reale del loro pensare e (re)agire, i principi comportamentali relazionali che determinano o interagiscono sugli affetti, dunque, sulla reale conoscenza consapevole delle cause e delle conseguenti risposte politiche soprattutto negli ambiti amministrativi, appaiono ormai omologate e di scarso interesse.

La politica non qualifica più le idee e le azioni attraverso la relazione e facendo così dimentica l’importanza del valore aggiunto del conoscere, del far conoscere e del farsi conoscere.

Questa condizione di povertà relazionale, purtroppo scrupolosamente seguita dalla “politica della rappresentanza”, non fa altro che minare il giudizio del valore dei e sui beni comuni, schiacciando l’individuo all’interno di una realtà indistinta che, a quel punto lo disarma di quella condizione unica e permanente, per l’appunto, del conoscere e riconoscersi. L’incapacità del giudizio, declassando l’importanza esistenziale dei beni comuni, non si limita ad agire sulle cose esterne ma nega anche la possibilità del fenomeno dell’identificazione e dell’accomunarsi: essere di parte a difesa delle libertà e attivamente contribuire in modo dialettico e non emotivo, al conflitto sociale.

È su questo cor-rotto processo comportamentale che la quotidianità politica, i partiti e le forme amministrative hanno perso la loro qualità e valenza; la perdita delle relazioni, connettori nel sociale di conoscenze scientifiche e saperi esperienziali, diventa oltremodo urgente doverle ripensare, oppure intercettarle qualora si fossero spostate in altri contesti.

È su un’altra dimensione esistenziale di creatività relazionale che si può recuperare il significato del “fare politica”. Il voto è solo uno dei tanti e possibili strumenti di questo fare. O recuperiamo queste condizione del “fare politica”, oppure non ci sarà più alcun strumento in grado di garantire la progressività democratica.

Solamente dall’insegnamento dell’esperienza attiva di nuovi ambiti di elaborazione delle idee e di diversi comportamenti relazionali si potrà arrivare ad immaginare nuove forme di rappresentanza politica per l’Italia e di conseguenza anche per l’Europa.

Viceversa il tarlo dell’astensione e dell’opinione immatura farà da padrone sia in Italia che in Europa. Nonostante quanto detto sulla preoccupazione e sulla difficoltà oggettiva, conviene ancora difendere lo spirito e “l’idea originaria” di un Europa unita. Buon voto a Tutti.

Diego Intraina

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