Arcisate | 6 Marzo 2019

DSA: i disturbi specifici dell’apprendimento nell’età evolutiva. Parola alla dottoressa Staffolani

Un viaggio nei delicati argomenti della dislessia e di altri disturbi neurobiologici, ecco utili consigli su come riconoscerli ed affrontarli.

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Abbiamo incontrato la dottoressa Alfonsina Staffolani, laureata in Sociologia all’Università di Urbino e con un master in Modelli e metodologie di intervento DSA, (Disturbi Specifici di Apprendimento), conseguito presso l’Università di Padova, con un tirocinio formativo presso la Neuropsichiatria Infantile di Varese Ospedale Del Ponte. Con il termine DSA non ci si riferisce solo alla dislessia, ma “Disturbi Specifici dell’Apprendimento” e sotto questo acronimo si racchiudono la disortografia, la discalculia e la disgrafia.

Qual è la percentuale sul nostro territorio di Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

A livello nazionale il DSA viene considerato in una percentuale del 3%, analisi statistica del MIUR. Con un notevole divario tra nord e sud Italia. Si pensi che la Regione Sicilia detiene l’1%, dato che dimostra ancora qualche timore a dichiarare di avere un figlio affetto da disturbi dell’apprendimento I dati della Regione Lombardia si attestano intorno al 4,5% con la Provincia di Varese al 4,7%. Per quanto riguarda il discorso sulla certificazione dei casi di DSA, nel 2010 è stata approvata una legge al riguardo: la Legge 170/2010 che riconosce e definisce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento, che si manifestano in presenza di capacità cognitive , ma che possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana. Da quando è entrata in vigore questa legge, numerosi sono i bambini inviati presso le Neuropsichiatrie Infantili per l’accertamento.

Con che criteri vengono stabiliti i DSA?

La certificazione diagnostica viene effettuata da un équipe comprensiva del neuropsichiatra , delle logopedista e dalla psicologa attraverso la somministrazione di test standardizzati che richiedono a volte due o tre incontri. Per questo le attese possono sembrare lunghe. Le valutazioni riguardano l’aspetto complessivo degli apprendimenti prendendo in considerazione anche aspetti neurocognitivi e psicologici. Si tratta di un’èquipe specializzata che si riunisce per valutare i risultati dei test effettuati, e successivamente definisce un profilo cognitivo utile a pianificare gli interventi di potenziamento e gli strumenti che gli insegnanti devono utilizzare per il piano didattico personalizzato. Le prove per la valutazione della lettura valutano l’accuratezza e la rapidità di lettura attraverso un dettato, lettura di brani e parole e una prova di comprensione. E’ opportuno precisare che i DSA sono disturbi di origine neurobiologica.

Quali sono i primi segnali a cui deve prestare attenzione il genitore?

Attualmente si iniziano a fare degli screening a partire dalla scuola materna per capire se il bambino avrà delle difficoltà future, per cui dalla scuola materna si iniziano a rilevare la presenza dei prerequisiti necessari per l’acquisizione della lettura e dei piccoli potenziamenti. Per esempio si possono rilevare delle difficoltà di linguaggio, difficoltà a muoversi nello spazio, ritardi nello sviluppo motorio, indicatori importanti al quale prestare attenzione. Intervenire precocemente su questi bambini può evitare l’insorgere di difficoltà più gravi, più tardi si interviene, più il recupero è faticoso e complesso.

Pensa che a livello scolastico sia sufficiente quello che si fa per dare supporto a questi bambini?

Quando il genitore consegna a scuola la certificazione, questa viene presa in carico dall’istituto e i docenti preparano e compilano il piano personalizzato (PDP). Dovranno poi preparare tutti gli strumenti didattici adeguati affinchè il bambino raggiunga i suoi obiettivi. Sicuramente in questo ultimo decennio il ruolo della scuola è cambiato, gli insegnanti cercano di prendersi cura di questi bambini , ma serve una formazione continua e adeguata da parte dell’insegnante, che deve confrontarsi continuamente con la famiglia. Un lavoro quindi a 360 gradi che vede la partecipazione di più persone (scuola, famiglia e neuropsichiatria) per rispondere ai bisogni educativi di questi bambini. Dipende anche dalle scuole, dai dirigenti e dalla loro sensibilità. È necessario un continuo studio e bisogna porsi degli obbiettivi per aiutare ognuno di loro in modo soggettivo con grande attenzione e molta formazione.

Lo sport nella dislessia: può essere terapeutico?

Occorre chiedersi che sport praticare in base all’obiettivo che si vuol raggiungere . Sicuramente l’attività sportiva può essere importante per la coordinazione, per l’equilibrio, per il lavoro di squadra. Attualmente spesso si inviano i bambini con difficoltà attentive allo sport karate, ma in letteratura non ci sono studi particolari che ne definiscano la sua efficacia, non sempre ciò che si sente dire è vero, occorre prestare attenzione, certo che se il bambino è felice e vuole andare a karate perché non portarlo? Per quanto riguarda la mia esperienza, consiglio sempre di considerare il benessere del bambino e di ascoltarlo piuttosto che prendere decisioni affrettate. Aggiungo, che dobbiamo partire anche nell’ambiente sportivo da una preparazione seria ed è importante che si basi su una conoscenza dei DSA da parte dell’allenatore perché se lui inveisce contro un bambino che non sa distinguere la destra dalla sinistra, il problema non è il bambino ma è lui, visto che la difficoltà la si potrebbe risolvere semplicemente mettendo un cordoncino colorato su un braccio.

Quali sono le possibilità di miglioramento o di risoluzione totale?

Sicuramente c’è un miglioramento se si inizia ad insegnare loro un buon metodo di studio, c’è bisogno che gli insegnanti si adeguino al cambiamento e non si facciano prendere troppo da “mode didattiche”. Non esiste una didattica perfetta. I bambini hanno moltissime risorse e spesso trovano da soli un modo per “autocompensarsi”. Ogni bambino con DSA è diverso dagli altri. Applicare diverse strategie serve per poter aiutare tutti. Certo è che anche se i bambini migliorano, le richieste scolastiche aumentano per ogni ciclo di studi è quindi necessario continuamente supportarli. Con questi bambini occorre un approccio empatico, inutile avere con loro solo un atteggiamento che impone di arrivare subito ad una prestazione e giudicarli per questo. Quindi alla luce di tutto ciò ritengo che la collaborazione tra famiglia, neuropsichiatria infantile e scuola sia fondamentale.

In questo momento la dottoressa Staffolani con il professor Termine e la dottoressa Ventriglia è impegnata nella stesura di un testo rivolto ai genitori, insegnanti e a tutti coloro che vogliono conoscere le dinamiche di questa importante tematica.

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