La signora Livia ha 74 anni, ma non li dimostra, e non dimostra soprattutto di aver dovuto affrontare le tante difficoltà che il destino le ha riservato. Vedova da trent’anni, ha infatti già combattuto e vinto la sua battaglia contro il tumore al seno, ma un anno fa ha avuto un’altra batosta: i suoi reni hanno smesso di funzionare e si è ritrovata in dialisi.
“All’inizio venivo in Ospedale tre giorni a settimana. Mi passavano a prendere alle 7 e tornavo a casa alle 18, tutti i martedì, giovedì e venerdì. Quando venivo staccata dalla macchina, dovevo attendere che finissero anche gli altri pazienti che salivano in auto con me e poi ci riportavano a casa” spiega Livia.
L’emodialisi inizia però presto a dare problemi con forti dolori all’intestino. Intervengono i nefrologi e gli anestesisti e si identifica il problema: una malformazione vascolare a livello dell’addome causa un’ischemia intestinale ogni volta che Livia viene collegata alla macchina per l’emodialisi, che prevede la circolazione extracorporea.
“Il Dottor Rombolà mi ha ricevuto nel suo studio e mi ha parlato con schiettezza: Livia, mi ha detto, dobbiamo passare alla dialisi peritoneale, altrimenti alla prossima seduta potresti rischiare la vita. Di dialisi peritoneale prima non avevo voluto saperne. Solo il nome mi incuteva timore!” continua a raccontare Livia.
La dialisi peritoneale è un’alternativa altrettanto efficace alla più diffusa emodialisi. La differenza sostanziale sta nel fatto che i pazienti vi si sottopongono a casa dopo un’adeguata formazione, mentre l’emodialisi è una procedura che richiede continui accessi in Ospedale. Spesso, però, proprio il fatto di non venire in Ospedale rende insicuri i pazienti, che prediligono quindi sottoporsi ad emodialisi, proprio come nel caso di Livia.
“Ho dovuto accettare la nuova sfida e ho iniziato la formazione con le infermiere del reparto. Accanto a me, ad imparare, c’erano mio figlio e mia nuora, i miei angeli custodi“. La formazione normalmente dura pochi giorni, poi il paziente viene mandato a casa con l’apparecchiatura per la dialisi peritoneale. Dalla primavera scorsa però, è partito in fase sperimentale all’Ospedale di Circolo il nuovo servizio di Dialisi peritoneale domiciliare video-assistita, che sfrutta i vantaggi della telematica, e Livia è stata tra le prime a beneficiarne.
Per sottoporsi a dialisi peritoneale al paziente viene impiantato un catetere nel peritoneo, cioè nella pancia. Quando deve sottoporsi alla procedura, tre volte al giorno, il paziente collega questo catetere ad una sacca colma di un liquido che permette di depurare l’organismo. La procedura, che dura una ventina di minuti, si svolge in collegamento telematico con la Dialisi dell’Ospedale di Circolo, dove il personale segue in diretta lo svolgersi della procedura e può intervenire in caso di necessità o nel caso in cui sia il paziente a chiedere un riscontro.
Grazie alla videoassistenza, in poco tempo Livia e i suoi famigliari sono diventati esperti e sicuri: “Mia nuora mi aiuta al mattino e mio figlio alla sera. Io sto tranquilla a casa e, quando voglio, posso uscire a fare due passi, andare dal parrucchiere o prendere un po’ di sole in terrazza. Mi sento bene: passare alla dialisi peritoneale mi ha davvero restituito la vita!”.
Livia non è un caso isolato: grazie alla videoassistenza, i pazienti passati alla dialisi peritoneale in cura all’Ospedale di Circolo sono raddoppiati in meno di 10 mesi, passando da una ventina a più di 40.
“E tutti riscontrano i benefici di questa metodica. L’emodialisi, del resto, non è solo più rischiosa, perché comporta la circolazione extracorporea, ma è anche più pesante, perché comporta accessi continui in Ospedale, e più gravosa per l’intero sistema sanitario, perché richiede un’assistenza continua da parte di medici e infermieri e, soprattutto, un sistema di trasporto per i pazienti che ha costi persino superiori a quelli della dialisi stessa” commenta il Dott. Giuseppe Rombolà, Direttore della Nefrologia e Dialisi.
Inoltre, ricevere la terapia al proprio domicilio offre un ulteriore beneficio al paziente, soprattutto se anziano, rendendolo più attivo, con un ruolo da protagonisti nella gestione della propria salute e, di conseguenza, nella propria vita. Si riduce così in maniera drastica il rischio che la dialisi si associ ad un decadimento cognitivo, oltre che fisico.
La storia di Livia ne è la conferma, oltre che una speranza per decine di pazienti in attesa di tornare a vivere, nonostante la dialisi.
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