È stato inaugurato ieri pomeriggio, per la trentatreesima volta, il presepe realizzato dalla sezione di Luino nel centro cittadino, presso il Masso degli Alpini, che prosegue la tradizione in questo periodo di Natale.
Erano presenti tutti i gruppi del territorio, allietati dalle canzoni del Coro Città di Luino e da quello dei bambini di Maria Ausiliatrice, che non sono voluti mancare per l’inaugurazione e hanno colorato a festa il prato non molto distante dal comune del paese lacustre.
Ad intervenire è stato l’assessore alla Cultura, Pier Marcello Castelli, in rappresentanza dell’amministrazione comunale, che ha voluto far riflettere i presenti omaggiando gli Alpini leggendo un passo del libro di Giulio Bedeschi, “Centomila gavetta di Ghiaccio”.
“Quando mio figlio da ragazzino mi ha chiesto perchè gli Alpini sono così affezionati alla tradizione del presepe – ha spiegato Castelli -, gli ho dato da leggere il libro di Giulio Bedeschi ‘Centomila gavette di ghiaccio’, che parla del Natale passato in Russia dai nostri soldati, ed in particolare per la descrizione della Notte di Natale sulle rive del Don, che Bedeschi descrive”.
La notte di Natale calò sulla distesa bianca; era patetica e struggente come solo i soldati in trincea la sentono, lontani da ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle. A mezzanotte, dalle gelide tane disperse fra la neve, ombre lente sortirono dalla pianura e s’avviarono silenziose verso un punto un poco luminoso. Convenivano dagli esigui tuguri ricavati tra neve e terra, pazientemente divisi con pidocchi e topi; andavano in processione e giungevano alla piccola luce, alla baracchetta del Comando di Battaglione a salutare Gesù, poiché il cappellano lo pregava di scendere a trovare gli Alpini che lo attendevano con cuore puro.
Pochi avevano trovato posto nella baracchetta, i più stavano nella neve, si erano inginocchiati nella neve e dalla porticina aperta vedevano le due candele accese e il cappellano che pregava per chiamare Gesù. Il cappellano pregava con fervore ma un poco in fretta, perchè gli Alpini tremavano dal freddo, 42 feroci gradi sotto zero, ma erano venuti da lui. Stavano fermi e buoni nella neve, le ginocchia sprofondate nel bianco parevano di ghiaccio.
Tenevano la testa bassa a dire le loro semplici preghiere e ogni tanto l’alzavano a guardare il chiarore delle due candele. Il cappellano leggeva in fretta e a bassa voce le parole della messa di Natale. “Vedi”, bambino Gesù – forse diceva il suo cuore -, mentre gli occhi sorridevano sulle righe del messale, questi sono gli Alpini che fanno la guerra. Ma non ne hanno colpa. Tu lo sai. Sono stati mandati e devono ubbidire. Preferirebbero lavorare tranquilli nelle loro case, per i loro figli, per le mogli che sono rimaste sole e per i vecchi. A loro non manca la buona volontà di servirti in pace proprio come vorresti tu.
Vedi invece dove sono finiti e come soffrono, che vita fanno! Guardali come sono ridotti , quasi peggio di te quando nascesti: hanno solo un po di fradicia paglia per sdraiarsi: tu almeno avevi, scusa, il bue e l’asinello a riscaldarti col fiato. Loro no. Il loro fiato esce dalla bocca e diventa brina, ricade sul bavero e sul petto del cappotto anche quando dormono; si svegliano così, poveretti, col ghiaccio sugli abiti. E sopportano, perchè sono mansueti ed umili di cuore, come tu vuoi. Quando mi sono voltato verso di loro per annunciare “Gloria in Excelsis Deo” ho visto che si sono inginocchiati nella neve rivolti al tuo altare: me l’aspettavo, li conosco bene. E stanno a testa china, ti pregano, se li ascolti sentirai che ti chiedono soprattutto di farli tornare presto a casa, alle loro montagne: da soli non possono andarci, sono capaci di morire qui, per ubbidire. Tu stesso li hai fatti così; ma se li restituisci alla casa sentirai che felicità, che bontà d’intenti e di opere vive nel loro cuore…
“Dopo aver letto il libro – ha concluso l’assessore -, mio figlio mi chiese se il cappellano menzionato nel racconto fosse proprio Don Gnocchi. Gli risposi che lui era sicuramente lì, in mezzo agli Alpini a soffrire con loro. Voglio ricordare che l’allora cardinal Montini, ora San Paolo VI, ai funerali di Don Gnocchi, prevedendo ciò che si è poi avverato, ebbe a dire che Don Gnocchi non solo era stato un eroe, come tutti gli Alpini, ma anche un santo che non avrebbe mancato di proteggere da lassù i nostri gruppi, le nostre sezioni e quindi tutti noi. Con queste forti sensazioni nel cuore, chiediamo quindi a Don Gnoccchi la sua protezione. Concludo, ribadendo che il presepe per gli alpini è strettamente legato alla società italiana, alla sua storia e ai nostri valori, che sono ormai divenuti universali”. (Foto © Candido Quatrale)
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