Luino | 18 Settembre 2018

Luino, lo scrittore Carlo Banfi racconta “i martiri della Gera”

L'autore di "Linea Cadorna" e di altri volumi dedicati ai due conflitti mondiali, ripercorre una delle vicende più significative della Resistenza locale. Ecco il testo

Tempo medio di lettura: 10 minuti

Una storia da non dimenticare” è il sottotitolo che accompagna il libretto “I martiri della Gera” pubblicato nell’estate del 2015 dall’Anpi di Luino, e curato dalla penna del professor Emilio Rossi, oggi presidente della sezione.

Ogni anno, infatti, nel rispetto di quel monito applicato alla copertina del volume, preciso nel contestualizzare e ripercorrere ogni tappa di uno tra gli episodi più significativi e drammatici del secondo dopoguerra vissuto sul territorio, le iniziative cittadine dedicate alla Resistenza hanno regolarmente come punto d’arrivo quel sacrario in località Baggiolina, sopra Voldomino, costruito accanto alla cascina dove la mattina del 7 ottobre 1944 le camicie nere fecero irruzione, prelevando un gruppo di dodici giovani partigiani lì nascosti dalla primavera precedente.

Quattro di loro vennero fucilati sul posto senza alcuna pietà, mentre i restanti componenti del gruppo, pronti a tutto pur di sottrarsi al regime, patirono un estenuante calvario prima di trovare la morte, per mezzo della medesima fredda e terribile esecuzione, tra Brissago e Varese.

Su questi fatti ritorna oggi lo scrittore Carlo Banfi, originario di Caronno Pertusella ma residente del Luinese. Banfi, insegnante in pensione di letteratura e italiano, ha dedicato diversi suoi scritti alle vicende belliche delle due guerre mondiali, l’ultimo dei quali, intitolato “Linea Cadorna”, ha visto la luce durante l’estate, pubblicato per Virgilio Edizioni e precedentemente inserito nell’almanacco “Il Rondò”, con un’anticipazione di due capitoli.

Quello che riportiamo di seguito, in forma integrale, è dunque il racconto inerente il massacro dei giovani della Gera curato dallo scrittore, e gentilmente inviato alla nostra redazione.

“Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cielo”. (Mt, 5,10)

Il 7 ottobre 1944 è stato un giorno buio di pioggia e di dolore per la Gera di Voldomino. Gli uomini delle Brigate Nere e della Guardia Nazionale Repubblicana, guidati da qualcuno che sapeva, avevano sorpreso la sentinella e fatto irruzione nella stalla dove dormivano i partigiani. Non hanno avuto il tempo di reagire.

Una granata lanciata sul tetto dell’abitazione poco discosta aveva terrorizzato le donne già alzate per le faccende di prima mattina. La porta abbattuta e quelle anime nere che frugavano, buttavano per terra biancheria e suppellettili.

Sapevano che poteva accadere. In tanti ormai in paese conoscevano dove si nascondevano i partigiani. E il capofamiglia aveva pregato il Comandante della banda di cercare un posto più sicuro.

Nel dicembre precedente avevano arrestato il loro parroco, il don Piero, perché gli hanno trovato in casa quattordici israeliti, tra cui dei bambini, tutti scomparsi nel vortice della guerra. Lo hanno legato all’inferriata dell’oratorio e volevano i nomi dei passatori che accompagnavano quei diseredati oltre il confine. Il prete non parlava. Lo hanno portato nel carcere di San Vittore a Milano e torturato. Ma non ha aperto bocca.

Quella cascina col rifugio era un punto di transito per i ricercati. Arrivavano anche prigionieri alleati in fuga dopo l’8 settembre, oppositori politici e renitenti. Di notte i contrabbandieri per sentieri impervi, ma a loro ben noti, li portavano alla Tresa, sempre impetuosa. Lo scroscio dei salti dell’acqua copriva ogni imprevisto rumore umano. Loro sapevano dove guardare e di solito sotto il ponte di ferro della tramvia del Biviglione, con sopra le guardie di frontiera tedesche, gente anziana, della riserva. Il loro graduato era sempre accompagnato da un cane lupo, da sguinzagliare sul malcapitato che poteva incrociare.

In quella mattina alla Gera una scarica di fucili mitragliatori aveva atterrito ancor più quelle donne in balia di chi ora era padrone in casa loro.

Quattro partigiani giacevano nel sangue ai piedi del muro della cascina. Poi il colpo di grazia, che raggelava il cuore di chi ancora attendeva. Il camerata trovato morto sul finire dell’estate, non lontano da Voldomino, era vendicato! I corpi lasciati esposti a monito e il giorno seguente trainati per terra fino in paese, da un automezzo a cui erano stati ancorati con funi.

In casa le camicie nere avevano trovato la biancheria buona, la farina, le patate, castagne e vino. Le galline, i conigli e la vacca. Prede di guerra.

La cascina era stata incendiata. I partigiani catturati sfilavano per il paese con le mani legate dietro la schiena col fil di ferro. Diversi erano a piedi nudi, in pantaloncini corti e maglietta. Forse non sentivano più né la pioggia né il freddo.
Le donne erano state destinate, per volere esplicito di un ufficiale tedesco presente alla cattura, alle carceri dei Miogni di Varese.

Alla provinciale li avevano fatti salire su un camion, che pochi chilometri più avanti si era fermato a Mesenzana. Ne hanno scaricati cinque e affidati a una buona scorta di militi della Brigata Nera. Lì nell’agosto ‘44 era stato ucciso il Podestà, con tre colpi di rivoltella, nei boschi a risalire verso l’abitato di Brissago. Il movente sembra più per motivi di rancore personale del capo della formazione partigiana. Voci dicono altro, forse per giustificare quella esecuzione. Sulla tarda primavera di quell’anno, lungo le rive del Margorabbia che scorre in valle, era stata rinvenuta una fossa comune.

Alla riesumazione assisteva il Podestà. Si trattava di otto partigiani del San Martino, una montagna fortificata con la Linea Cadorna, che durante la Grande Guerra doveva sbarrare l’eventuale attacco del nemico se fosse passato dalla Confederazione Elvetica. Dopo l’8 settembre vi si era trincerata la formazione partigiana “Gruppo 5 Giornate – Monte San Martino” al comando del Colonnello Carlo Croce, un militare di complemento. Il loro motto era: “Non sia posto fango sul nostro volto”. E ha sfidato gli invasori a viso aperto. Non conosceva o non accettava la tattica della guerriglia. E’ stata una delle prime battaglie della resistenza. Una carneficina. Disponeva di circa centocinquanta uomini, tra cui anche ex prigionieri alleati, ma soprattutto c’erano volontari giunti da ogni dove.

Ai primi di novembre ‘43 i tedeschi li hanno circondati con più di duemila effettivi, supportati dai militi fascisti. Il 13, era di domenica, hanno rastrellato tutti gli uomini dei paesi intorno e rinchiusi nei comuni o nelle chiese per impedire ogni forma di aiuto. E il 14 hanno attaccato.

La prima a cadere davanti a un casolare in terra di nessuno è stata una donna. Come di solito in autunno stava bruciando i ricci delle castagne, quando all’improvviso dei colpi di mitragliatrice pesante, tirati dal versante opposto, l’hanno colpita. Perdeva molto sangue e dalla cascina del Roncaccio, poco sopra la postazione tedesca che aveva sparato, sentivano le sue grida di aiuto. Nessuno aveva il coraggio di intervenire. Quella donna ha allontanato la giovane figlia, che si è salvata scendendo la ripida valletta scavata dal torrente Gesone, probabilmente fuori tiro. Poi i lamenti della madre sono diventati sempre più flebili, fino al silenzio.

C’erano anche le truppe della guardia confinaria germanica tra gli assaltatori e quei soldati anziani salivano malvolentieri, a passo lento, per sentieri e spiazzi che erano sotto il facile tiro di chi si nascondeva nelle postazioni a monte. Malgrado la superiorità delle armi, hanno subito forti perdite, fino a chiedere nel secondo giorno di scontri l’intervento degli aerei, che hanno preso di mira il Forte di Vallalta, sotto la cima, e le casematte, chiave degli accessi.

Un ragazzotto di allora mi racconta, nella sua lucida vecchiaia, che vedeva sganciare le bombe sopra il nostro campanile. “Lo faranno a pezzi con la chiesa!” Invece quegli ordigni seguivano la traiettoria che li portava ad esplodere proprio dove c’era il forte.

Ci sono stati atti di eroismo per difendere il cucuzzolo più elevato. I dieci partigiani che lo presidiavano, dopo l’ultima cartuccia hanno innestato la baionetta al grido “Savoia!” Sono morti tutti.

Persa la cima, il Colonnello Croce ha radunato nelle caverne del forte quelli che ha potuto e sul far della sera, attraverso camminamenti e gallerie sotterranee, hanno raggiunto la valle per poi risalire verso il valico di confine di Ponte Tresa. Il grosso del “Gruppo 5 Giornate” ha lasciato così l’Italia. Prima di essere disarmati dalle guardie elvetiche il Comandante ha ordinato ai suoi uomini il presentat’arm alla terra che lasciavano.

Il Croce rientrerà l’anno successivo dalla Valtellina. Tradito da un suo stesso ufficiale – che si era particolarmente distinto per azioni di inaudito coraggio nello scontro del San Martino – verrà ferito al braccio da un colpo di moschetto, catturato e torturato. Morirà poco dopo di setticemia.

Per i partigiani che quella notte sono rimasti isolati sulla montagna, è iniziato il calvario. Il vecchio mi racconta che i pochi che conoscevano i sentieri sono riusciti a eludere i posti di blocco. Uno è arrivato al Roncaccio con pantaloni e mutande a brandelli; il sedere era un grumo di sangue per una bomba a mano che gli era esplosa sotto. L’han tenuto nascosto per tre giorni, coi tedeschi che frugavano per ogni dove, e l’ha scampata.

Quelli presi su nei boschi venivano fucilati. Ed era un privilegio. I catturati a valle sono stati rinchiusi negli scantinati della scuola e sede del Comune di Rancio, dove si trovava il Comando tedesco. Chi è entrato in quel locale nei giorni successivi ha trovato sangue e capelli appiccicati ai muri e al soffitto. Per terra c’era un occhio. Alcuni di questi ragazzi sono morti sotto tortura e non c’è stato bisogno del plotone di esecuzione!

Di notte otto sono finiti nella fossa comune lungo il Margorabbia. Nelle case vicine era circolata voce di un nuovo rastrellamento e nessuno ha visto. Chi poi si è accorto del terreno smosso, ha pensato che vi avevano sotterrato qualche animale.
Al momento della riesumazione cinque dei sepolti sono stati identificati. Tre ancora oggi non hanno nome.

Ed è lì che il Podestà del paese sembra si sia lasciato andare a qualche affermazione di troppo. Gli è costata la vita!

E ora doveva esserci la ritorsione. I partigiani scaricati dal camion a Mesenzana dovevano subire la condanna a morte per fucilazione davanti al cimitero dove era sepolto il Podestà.

Uno dei condannati, in quel percorso a piedi che somigliava alla salita del Golgota, ha espresso il desiderio del conforto di un prete. Il parroco, interpellato così all’improvviso, non se l’è sentita e ha mandato a dire che non stava bene.
Allora avanti, a risalire verso Brissago, che apparteneva – per decreto del Duce – alla stessa amministrazione di Mesenzana.

Sulla porta dell’osteria “La bersagliera” una donna e degli avventori si erano affacciati per il mesto corteo. Uno dei condannati ha chiesto un bicchiere d’acqua. “Valla a chiedere ai tuoi amici in montagna!” gli aveva controbattuto proprio la donna. “Andate a fare la fine che meritate!” aveva rincarato un altro degli sfaccendati.

Raggiunto il centro abitato a monte, i fascisti avevano bussato alla porta della scuola elementare. Si era presentata la maestra.
“Signorina, deve portare i suoi alunni al cimitero: devono assistere a un’esecuzione di banditi, traditori ribelli”.
“I miei bimbi non escono da quest’aula perché voi non siete autorizzati. La responsabilità della loro sicurezza è compito mio. Sono io che ne rispondo!”.

Lo scontro si stava mettendo male, ma è arrivato il curato del borgo, don Paolo, che con la sua autorevolezza ha convinto i fascisti a desistere. Era stato il sagrestano a bussare alla sua porta. “Ci sono quelli della Brigata Nera. Han preso cinque giovanotti e li vogliono fucilare. Uno di loro ha chiesto di voler prima parlare con un prete”.

Il don Paolo era stato cappellano militare nella guerra del ‘15 – ‘18. I suoi parrocchiani sapevano come la pensava e in un interrogatorio presso l’UPI di Varese – sempre per una delazione – aveva avuto il coraggio e la temerarietà di sostenere che “considerava i tedeschi occupanti come allora, dopo Caporetto, e alla stessa stregua quelli della RSI, che ne erano i servitori”. Lo avevano convocato perché gli avevano trovato dei pagliericci in canonica. Si era difeso dicendo che erano ancora quelli degli scouts, quando in estate trascorrevano le vacanze in collina. Invece un boscaiolo che di mattino presto si avviava al lavoro, lo aveva incontrato che rientrava dal valico del Cuvignone, sopra Laveno, due o tre ore di marcia, perché ci aveva accompagnato un inglese che doveva prendere il traghetto per raggiungere l’Ossola. Lo aveva confidato lo stesso prete a quel buon uomo, che era sicuro non l’avrebbe mai tradito.

Il don Paolo, dopo lo scontro per sostenere la maestra, si era unito a quel triste corteo diretto al cimitero. Si era mischiato coi condannati e li confortava come poteva, stringendogli le mani, ascoltandoli, mentre la strada verso la meta diventava sempre più breve. Una sosta all’ultima casa per prelevare cinque sedie a cui i partigiani sarebbero stati legati con la schiena rivolta al plotone di esecuzione. Quando hanno bussato, il proprietario si è trovato di fronte un milite in camicia nera.

“Perchè ti devo dare le mie sedie?” Era uno scultore, cresciuto nella Zurigo di fine ‘800, con le manifestazioni operaie guidate da Plekhanov e Lenin. A Milano, quando frequentava la Reale Accademia di Belle Arti del Brera, aveva sentito le cannonate fatte sparare dal Bava Beccaris sui manifestanti che lottavano per il pane. L’arte di quegli anni, e la sua, si interessavano di quel “quarto stato” e ne comprendevano le esigenze. Quando il fascismo si è imposto con la sua retorica celebrativa, lui si è ritirato dalla vita milanese e si è chiuso nella villa liberty, poco discosto dal cimitero.
Siccome il milite non tornava con le sedie, è arrivato l’ufficiale in comando a requisirle e gli ha ingiunto di presentarsi da lui a Varese, il giorno dopo, per chiarimenti.

Una delle sedie verrà passata dai proiettili e sarà data al padre di chi vi era legato.
Sotto un ippocastano davanti al camposanto il don Paolo ha sentito ad uno ad uno quei poveri cristi e ne ha chiesto il nome per avvisare le famiglie. Poi sembrava non volerli lasciare, quasi per prolungare quell’attesa che per chi doveva dare la morte sembrava infinita.
Uno dei partigiani gli aveva affidato un incarico: “Reverendo, dica a quelli che stanno per sparare che noi perdoniamo anche a loro”.
La scarica è partita improvvisa, mentre li invitava a guardare la croce che teneva in una mano e a voce alta ripeteva: “Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia”.

Con soddisfazione dei militi finalmente il pretaccio era saltato in disparte, altrimenti ci lasciava la pelle anche lui!
A terra, nello spasimo della morte, qualcuno rantolava e solo il colpo di grazia sparato a bruciapelo lo ha tolto da quella pena. Poi il don Paolo ha dato loro l’estrema unzione.

Una vecchia di paese ha sentito rintonare gli scoppi ed è accorsa per rendersi conto di quello che stava accadendo. Prima però, alla nipotina di quattro anni che accudiva, ha raccomandato: “Tu resti qui in casa”.
Non appena la nonna ha varcato la soglia, la bimba le è sgattaiolata dietro.
Il rigagnolo d’acqua che scorreva davanti al cimitero era rosso di sangue. Un giovane coi piedi nudi e i pantaloncini corti giaceva legato alla sedia, con gli occhi sbarrati, “erano azzurri come il cielo dei bei giorni, ma allora quel cielo era fradicio d’acqua e il fango deturpava quei corpi. A volte quegli occhi mi compaiono in sogno e mi sveglio di soprassalto, senza più riuscire a riprendere sonno”.

I fascisti se ne sono andati con schiamazzi e canzonacce, come se avessero compiuto una grande impresa!
Di notte si è scatenato un nubifragio e la natura ha pianto lacrime infinite sullo scempio umano.
Quei corpi hanno fatto argine al rigagnolo e sono rimasti sommersi dal fango. Pietose mani di una donna, aiutata dallo scultore, li hanno liberati e ricomposti nel camposanto, dove hanno trovato sepoltura.Un boscaiolo mi ha raccontato che la primavera successiva l’erba che cresceva, ha ridisegnato con un verde più intenso le sagome dei cinque giovani martiri, abbandonati a mo’ d’esempio in quel giorno di sciagura.

Gli ultimi tre della formazione sono stati fucilati sul far della sera all’ippodromo delle Bettole di Varese, in mezzo a una folla anonima che si era radunata alla spicciolata e chiedeva ai carnefici di desistere dal loro intento.
Uno dei caduti, Evaristo Trentini, di 23 anni, non voleva morire. Era appena diventato zio e quel bimbo lo voleva vedere prima di chiudere gli occhi per sempre.
Gli altri due si chiamavano Elvio Copelli e Luigi Ghiringhelli, avevano 20 anni.
Mani pie nella notte hanno ricoperto di fiori i loro corpi abbandonati.

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