Maccagno con Pino e Veddasca | 7 Settembre 2018

FranceSport: dalla Serie A a Maccagno, la “seconda vita” di Marco Franceschetti

Marco Franceschetti: "Maccagno è stata una scelta di cuore dopo le grandi soddisfazioni in Serie A. Ora guardo al futuro grazie ai ragazzi che alleno"

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51 anni e non sentirli, cambiando il ruolo, da calciatore a presidente ed allenatore, ma per Marco Franceschetti il tempo non sembra passato. Dopo quasi 400 partite nel calcio professionistico tra C2, Serie B e Serie A, quando ha calcato i terreni di gioco più importanti d’Italia e ha giocato contro grandi campioni, da oltre dieci anni Franceschetti ha fondato una società a Maccagno con Pino e Veddasca, la “FranceSport”, che l’anno scorso al debutto assoluto tra i dilettanti ha disputato il campionato di Terza Categoria, sfiorando i playoff per la promozione.

Marco Franceschetti, nato a Milano, è cresciuto nel settore giovanile del Milan, ed ha esordito nel calcio professionistico con la maglia della Sambenedettese, per poi passare alla Pro Vercelli, al Legnano e al Pergocrema. È arrivato al Padova nel 1991, in Serie B, con il quale a 27 anni ha raggiunto la promozione in Serie A, segnando la sua prima rete in campionato contro il Napoli. Nel 1995, poi, si è trasferito a Genova, sponda Sampdoria, dove è rimasto fino al 1999 collezionando 92 presenze. Franceschetti è rimasto in Serie A, dopo, vestendo anche la maglia di Verona e Fiorentina, per concludere la sua carriera nel 2003 a Legnano. Ora è impegnato quotidianamente nell’attività sportiva della “FranceSport Maccagno”, che ha fondato nel 2005. 

Com’è stato il passaggio da calciatore di Serie A a presidente di una piccola società dell’Alto Varesotto?

Un passaggio naturale, anzitutto. La carta d’identità non mente ed era necessario appendere le scarpe al chiodo. L’obiettivo iniziale era quello di diventare un allenatore professionista, ma non mi piaceva l’ambiente in quel ruolo. Così, mentre facevo corsi a Coverciano, ho fatto nascere questa scuola calcio a Maccagno, il primo anno, nel 2005, con 13 bambini.

Ma perchè proprio Maccagno?

Ero sposato con una ragazza di Luino, e sono sempre venuto in vacanza qui a Maccagno. Sono sempre stato legato al lago, avevo casa qui tanti anni fa. Una scelta di cuore insomma.

Dopo tredici anni qual è il bilancio della “FranceSport?”

Ho avuto un buon riscontro in questi anni, è molto bello lavorare con i giovani. Abbiamo allargato le iscrizioni anche ai ragazzi più grandi, a tutti quelli volevano provare. Non avevo alcun tipo di ambizione e lo facevo con gran divertimento, in attesa di allenare i professionisti. Da tredici sono passati a 30 giovani, poi a 50, ogni anno sempre qualcosa in più. Oggi contiamo tra i 160 e i 170 bambini e ragazzi nel settore giovanile e l’anno scorso abbiamo fatto debuttare la Prima Squadra nel campionato di Terza Categoria, con una rosa composta da ragazzi di 18, 19 e 20 anni della nostra cantera. Dal punto di vista sportivo abbiamo espresso un grande gioco, sono molto soddisfatto. Domenica si ritorna in campo, in casa contro la Casmo.

Sarete più competitivi?

Certamente sì, dopo un anno avremo più esperienza. Inoltre abbiamo confermato quasi tutti i ragazzi, solo qualcuno ha smesso per motivi di studio, ma ne sono arrivati tre, quattro, che hanno fatto parte della società negli scorsi anni. Noi viviamo alla giornata, vogliamo giocare bene, senza fare scalate. Il nostro obiettivo sarà quello di guardare partita dopo partita.

Come mai non ha più cercato di rientrare nel mondo professionistico?

Non ho mai preteso di tornare. Mijalovic mi aveva chiesto di essere il suo secondo a Bologna e Mancini di far parte del suo staff. La mia è stata una scelta di cuore, volevo una vita tranquilla. Avessi accettato avrei dovuto rinunciare a più cose, essendo sempre in giro. Oggi la mia famiglia è a Maccagno, penso sia stata la scelta migliore per me.

E guardandosi indietro, cosa le rimane della sua carriera da calciatore?

All’inizio è stato difficile, molto. Ho iniziato dal settore giovanile del Milan e dalla Serie B, poi a Padova è andata benissimo, grandi soddisfazioni dalla promozione e poi il trasferimento alla Sampdoria, che mi è rimasta nel cuore. Dopo sono andato al Verona e alla Fiorentina. Ho sempre avuto una grande passione per il calcio, ma per quello giocato. La partita era una cosa in più, io amavo la vita in campo e negli spogliatoi, la quotidianità dell’allenamento. Sono sempre stato lontano dalla tv e dai giornali, ma una cosa che mi porto dietro sono le amicizie di allora.

E quali sono state le gioie più grandi?

Senza dubbio i due spareggi vinti: il primo con il Padova che ci ha portato in Serie A, a Cremona contro Cesena, ed il secondo in Serie A, quando la stagione successiva ci siamo salvati contro il Genoa. E poi giocare a San Siro era un’emozione unica, impossibile da descrivere. Ricordo anche un gol che ho fatto in un Inter-Sampdoria rocambolesco, dove abbiamo vinto 3-4, ed io ho segnato il gol del 3-3. A Milano era sempre bello giocare, c’erano tanti amici che mi venivano a vedere, era casa mia. Abitavo lì.

E il campione più forte contro il quale ha giocato?

Citarne solo uno mi sembra riduttivo: direi Zidane, Roby Baggio, Gullit, Rui Costa e Van Basten, ma ogni partita affrontavamo un grande campione. Con alcuni di loro, purtroppo, abbiamo rimediato anche brutte figure.

Guardandolo da fuori, quanto è cambiato il calcio in vent’anni?

Quello che vedo è sotto gli occhi di tutti: l’atletismo è migliorato a livelli esponenziali. Se noi negli anni ’90 eravamo l’evoluzione rispetto ai precedenti giocatori, oggi sono al top. Fisicamente sono prestanti. In Italia una volta c’erano più campioni, oggi ce ne sono di meno, tanti connazionali sono andati all’estero anche grazie alle opportunità economiche e all’apertura delle frontiere. Gli stranieri negli anni hanno abbandonato l’Italia, ma oggi con l’arrivo di nuove energie economiche e di Cristiano Ronaldo possiamo essere ottimisti.

E un giudizio sul calcio di oggi? 

Lo guardo allo stesso modo di quando giocavo. Non giudico, il calcio attira molte persone, alcuni capaci ed altre meno. Con molto piacere, però, ho visto che personalità dal calibro di Leonardo e Paolo Maldini sono rientrati nel Milan e che loro rappresentano la dirigenza. Pochi, nel calcio contemporaneo, si sono distinti così grazie ai loro comportamenti. Mi auguro il ritorno di tante altre persone che meritano, che hanno dato tanto al calcio italiano. È inevitabile dopo l’era Moggi e tutto quello che si è portato dietro.

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