Maccagno con Pino e Veddasca | 24 Giugno 2018

La storia di don Emilio Lazzarini, il prete nato a Luino amato dai pinesi. E non solo

Don Emilio dal '43 al '45 ha aiutato molti ebrei e ricercati a fuggire, nonostante la caserma delle SS fosse a pochi passi dalla Chiesa di San Chirico, dove era parroco

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(articolo di Fabio Passera)

Vogliamo raccontare la storia di un parroco che tanto fece per la Comunità di Pino e per salvare la vita a tanti giovani ebrei. La sua tomba si trova ancora nel camposanto del paese a picco sul Lago Maggiore (vedi foto), e non mancano mai segno dell’attenzione dei suoi compaesani.

Segno che dopo tanti anni non si è spento il rapporto che lega Pino a don Lazzarini, una figura epica della nostra storia recente. Ecco come la Sezione A.N.P.I. di Luino ha ricordato il sacerdote, in una recente pubblicazione.

Lazzarini don Emilio, nato a Luino il 22 dicembre 1896. Ordinato sacerdote a Milano il 25 maggio 1929, negli anni 1943 – 1945 fu parroco di Pino Lago Maggiore, dove morì a il 16 novembre 1947.

Pino sul Lago Maggiore, era allora un piccolo paese di centosettanta anime al confine con la Svizzera. Dal 1931 è parroco don Emilio Lazzarini. Come altri parroci della zona o di altre zone di confine, anche don Emilio, dopo l’8 settembre ’43, con rischio personale ospitò nella sua casa, protegge e aiuta molti ebrei, molti ricercati politici, molti renitenti alla leva repubblichina.

La caserma delle S.S. era a pochi passi dalla Chiesa di San Quirico, ma nonostante questo pericolo, don Emilio nascondeva gli ebrei fuggiaschi e i ricercati proprio nei locali della Parrocchia, nel solaio della sacrestia e anche nel cavo dell’organo della chiesa. Quando una persona ricercata era nascosta, per un suo intervento, nel solaio di una casa amica e deve rimanere per venti giorni in attesa di un possibile passaggio in Svizzera, era don Emilio che al mattino presto, ogni giorno, insieme all’eucaristia le portava quanto era necessario per vivere.

A chi faceva osservare che avrebbe potuto mandare qualcun altro, rispondeva di voler agire personalmente, perché, vuole che nessuno, al suo posto, corra rischi. Correre questi rischi era stato per don Emilio il pane quotidiano dal ’43 al ’45, ed era un modo per testimoniare la sua carità sacerdotale. E il suo popolo dimostrò di capire il valore di questa testimonianza e di quell’amore che sapeva rischiare.

Due anni dopo, don Emilio morì e venne sepolto tra la sua gente. C’erano tutti, proprio tutti, a quel funerale ……”.

(Fonte Notiziario “Insieme”)

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