(Emilio Rossi – L’intervista è stata realizzata presso la clinica «Le Terrazze» di Cunardo da Carlo Banfi, Davide Di Giuseppe ed Emilio Rossi)
Arianna Szörényi, deportata all’età di 11 anni ad Auschwitz. L’abbiamo intervistata a Cunardo dove trascorre qualche periodo di vacanza e di cure. Ci ha raccontato la sua storia, non senza una vena di profonda tristezza. Una storia che ha rievocato centinaia di volte di fronte a platee di studenti, affinché l’oblio non disperda i ricordi dell’immane tragedia della Shoah, come il vento d’autunno che travolge le foglie ingiallite. Una corsa contro il tempo. «Chi alzerà la propria voce indignata, offesa, quando tra non molto non ci sarà più alcun testimone?» ci dice. Solo lei e il fratello Dino sono riusciti a sopravvivere in quell’inferno. Il resto della famiglia, sette persone, sterminato.
Arianna Szörényi Giovanella è nata a Fiume il 18 aprile 1933 da Adolfo Szörényi, ebreo di origini ungheresi, e Vittoria Pick, triestina e cattolica. Arianna, minore di cinque sorelle e due fratelli, crebbe nella città di Fiume, dove i genitori lavoravano con la qualifica di impiegati di banca. A causa delle leggi razziali del 1938 e dei bombardamenti sulla città di Fiume, il padre e la madre lasciarono il lavoro e nel 1943 la famiglia sfollò a San Daniele del Friuli dove si stabilì in un appartamento poco distante dalla casa in cui viveva la sorella maggiore di Arianna.
L’arresto. Il 16 giugno 1944, mentre gli uomini erano al lavoro (impiegati presso la Todt), Arianna, insieme alla madre ed alle sorelle, venne arrestata da un gruppo di SS; tutti i componenti della famiglia furono interrogati, costretti a consegnare ogni oggetto di valore e successivamente deportati prima nel campo di concentramento di San Sabba, poi condotti a Trieste e quindi ad Auschwitz.
Nel campo di sterminio di Auschwitz. All’arrivo ad Auschwitz la famiglia venne fatta scendere dal vagone e separata per sesso: Arianna superò la prima selezione, fu condotta alle docce per essere spogliata e tatuata con il numero di immatricolazione 89.219, quindi alloggiata con la madre e le sorelle in una baracca del campo di Birkenau. Nell’ottobre 1944 Arianna, separata dalla madre e dalle sorelle, fu trasferita in un kinderblock femminile, una baracca adibita all’alloggio di bambine e ragazzine, dove le attività erano regolamentate da una kapò.
La marcia della morte. Nel gennaio del 1945, a causa dell’avanzata russa, il campo venne evacuato. Arianna insieme a donne, uomini ed altri bambini camminò per tre giorni e tre notti nella neve senza conoscere la meta della marcia, assistendo all’esecuzione di molti prigionieri; lei stessa rischiò la morte, ma un soldato SS decise di risparmiarla, caricandola su un vagone aperto diretto al campo di Ravensbruck. Nel marzo 1945 fu trasferita al campo di Bergen Belsen; qui conobbe Ester Braun e i suoi due figli Erminia e Roberto, con i quali passò l’ultimo periodo di prigionia.
Il ritorno in Italia. Nel mese di aprile il campo venne liberato dalle truppe inglesi e nel settembre 1945 partì in treno per l’Italia con la signora Braun dalla quale si separò a Merano. Dopo aver raggiunto Udine, contattò la sorella rimasta a San Daniele del Friuli che, inizialmente la prese in custodia e successivamente, per gravi problemi familiari, fu costretta ad affidarla all’orfanotrofio del paese, dove trascorse la sua adolescenza. Arianna scoprì che della sua famiglia era sopravvissuto, oltre a lei, un solo fratello. Nel 1952, ormai maggiorenne, si trasferì a Milano dove lavorò come sarta e si sposò nel 1960.
Nello stralcio di intervista allegato, Arianna racconta la sua triste condizione di orfana costretta, dopo il suo ritorno in Italia, ad entrare in un collegio gestito da suore. Proprio qui però incontrerà la figlia del delatore che aveva denunciato la sua famiglia. Arianna indignata non tace e non si piegherà, lei vittima, di fronte alla richiesta di scuse da parte della madre superiora al suo aguzzino, presenatosi in veste di agnello innocente. Dal suo racconto pacato emerge però un quadro a fosche tinte del immenso dramma della Shoah e della follia nazifascista. Un regime crudele e perverso che non ha avuto pietà neppure dei bambini. Un richiamo a tutti coloro che hanno dimenticato o ignorano colpevolmente i crimini del nazifascismo ad una responsabilità collettiva perché mai più si ripeta una tragedia come questa.
La testimonianza di Arianna Szörényi é stata pubblicata nel suo diario «Una bambina ad Auschwitz» (edizione Mursia). Una sintesi sul sito www.anpiluino.it. Il 16 giugno 1944, mentre gli uomini erano al lavoro (impiegati presso la Todt) Arianna insieme alla madre ed alle sorelle venne arrestata da un gruppo di SS.; ogni componente della famiglia fu interrogato, costretto a consegnare ogni oggetto di valore che possedeva, e successivamente deportato prima al campo di concentramento di San Sabba, poi condotto a Trieste e quindi ad Auschwitz. All’arrivo ad Auschwitz la famiglia venne fatta scendere dal vagone e separata per sesso: Arianna superò la prima selezione, fu condotta alle docce per essere spogliata e tatuata con il numero di immatricolazione 89.219, quindi alloggiata con la madre e le sorelle in una baracca del campo di Birkenau. Nell’ottobre 1944 Arianna, separata dalla madre e dalle sorelle, fu trasferita in un kinderblock femminile, una baracca adibita all’alloggio di bambine e ragazzine, dove le attività erano regolamentate da una kapò. Nel gennaio del 1945, a causa dell’avanzata russa, venne evacuata dal campo insieme a donne, uomini ed altri bambini; camminò per tre giorni e tre notti nella neve senza conoscere la meta della marcia assistendo all’esecuzione di molti prigionieri; lei stessa rischiò la morte, ma un soldato SS. decise di risparmiarla, caricandola su un vagone aperto diretto al campo di Ravensbruck. Nel marzo 1945 fu trasferita al campo di Bergen Belsen; qui conobbe Ester Braun e i suoi due figli Erminia e Roberto, con i quali passò l’ultimo periodo di prigionia. Nel mese di aprile il campo venne liberato dalle truppe inglesi e nel settembre 1945 partì in treno per l’Italia con la signora Braun dalla quale si separò a Merano. Dopo aver raggiunto Udine, contattò la sorella rimasta a San Daniele del Friuli che, inizialmente la prese in custodia e successivamente preferì affidarla all’orfanotrofio del paese, dove trascorse la sua adolescenza. Arianna scoprì che della sua famiglia era sopravvissuto, oltre a lei, un solo fratello. Nel 1952, ormai maggiorenne, si trasferì a Milano dove lavorò come sarta e si sposò nel 1960.
© Riproduzione riservata

