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Germignaga | 5 Maggio 2017

Grande partecipazione a Germignaga per la serata con il professor Pellai, alla scoperta dell'”età dello tsunami”

Sabato in scena a Porto Valtravaglia lo spettacolo
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(emmepi) “In questa serata, in cui condivideremo pensieri e riflessioni, sono presente in veste di terapeuta, ma anche di padre. Porto ai vostri figli tutta la solidarietà di Jacopo, il primogenito sedicenne dei miei quattro figli”. Con queste parole Alberto Pellai si è presentato agli oltre 200, tra genitori, insegnanti, educatori, accorsi, mercoledì 3 maggio, alla palestra della Scuola Secondaria di I Grado di Germignaga per assistere al secondo dei quattro incontri sul tema “Adolescenza: precauzioni per l’uso”.

Grande partecipazione a Germignaga per la serata con il professor Pellai, alla scoperta dell'”età dello tsunami”. L’iniziativa, promossa dalla Banca Del Tempo, in collaborazione con una ventina di Associazioni del territorio, ha il patrocinio dei comuni di Germignaga e Maccagno con Pino e Veddasca, i quali hanno contribuito a sostenere le spese organizzative degli eventi in calendario. A questa rete virtuosa collabora anche il Liceo Linguistico “V. Sereni” di Luino, che, nell’ambito del progetto di alternanza scuola/lavoro, ha messo a disposizione le sue studentesse Ilaria Arlotta, Greta Congiusti, Giorgia Cremonesi Vittoria Milanese e Alice Lopesa per gestire l’accoglienza del pubblico e coordinarne gli interventi a fine conferenza. Il tema della serata, “Adolescenti in viaggio verso l’autonomia”, riguardava le sfide dell’età evolutiva e la responsabilità dei genitori. Il professor Pellai, medico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano, psicoterapeuta dell’età evolutiva, si occupa di prevenzione in età evolutiva e di formazione a insegnanti, genitori e professionisti del settore. È autore di molti bestsellers, ha vinto numerosi premi letterari e nel 2004 il Ministero della Salute gli ha conferito la medaglia d’Argento al merito della sanità pubblica.

Che cosa ci serve, dunque, e quali pensieri dobbiamo inserire nel progetto educativo sulla pre/prima adolescenza, età in cui i nostri figli ci mettono maggiormente in difficoltà? Chi è diventato mio figlio, il “patatone” che si vestiva, si pettinava, si comportava come volevamo noi? “È questo un periodo di accelerazione forte, con grandi sfide educative, caratterizzato da due aspetti: la precocità (fare le cose che fanno i grandi senza le competenze evolutive) e la grande sensazione di fatica dei genitori, psichica ed emotiva”. È l’età in cui i nostri ragazzi ci mettono in maggior difficoltà, perché giocano contro di noi, costringendoci a presidiare il territorio della crescita ingaggiando un tiro alla fune con esiti difficilmente imprevedibili. “Non ne posso più di essere ciò che tu pensi: io devo diventare qualcos’altro; il mio corpo non è più nelle tue mani; tu non entri nella mia stanza, non avrai la password del mio profilo social, né sarai tra i miei contatti”.

Queste sono solo alcune delle sfide alle quali quotidianamente deve far fronte il genitore di un pre adolescente, per il quale lo sguardo del gruppo dei pari è più importante di quello di mamma e papà. “Una delle fatiche più grandi che fanno i nostri figli è il guardarsi con gli occhi di chi li guarderà, il loro incubo peggiore essere giudicati degli sfigati perché non rientrano nel copione estetico deciso dal gruppo, come accade spesso per le ragazze riguardo l’inadeguatezza del proprio corpo, vittime di stereotipi, che le allontana dal loro vero sé. Tuttavia, questo non è un lavoro di negazione, ma di rigenerazione, come se si trattasse della nascita di una nuova persona, che tuttavia non sa chi è.

Cosa dobbiamo fare, allora, noi che stiamo all’altro capo della fune? Dobbiamo tirare più forte? Dobbiamo restare sulla scena? Dobbiamo mollare la presa? Alcuni genitori non tollerano che i propri figli si prendano il loro spazio di autonomia, a volte sono ansiosi o pieni di pretese. In realtà anche l’adulto dovrebbe mettersi in discussione: “Sono ciò che la vita mi ha fatto diventare o ciò che volevo essere?” Ciò si riflette sul cosiddetto figlio “secchione”, che in realtà sta cercando di rispettare l’aspettativa dei genitori, ma non quella che ha su di sé. Anche “l’ansia del genitore blocca il desiderio di autonomia dei figli”.

Come accompagnarli, allora, in questo percorso? Mettere solo paletti, limiti e confini ci trasformerà in nemici perenni; esercitare invece il giusto controllo sarà di sostegno alla loro crescita. In questo contesto si inserisce la problematica legata alle tecnologie: dieci anni fa il cellulare entrava nella vita di un ragazzo solo nelle scuole superiori; cinque anni fa veniva regalato per la Cresima; da tre anni è entrato di diritto tra i regali per la prima Comunione. I danni che i ragazzini fanno con i cellulari sono uno dei temi forti dei genitori di oggi: “Abbiamo messo in mano ai nostri figli strumenti complessi che noi non sappiamo usare. Stiamo sdoganando una vita online lasciando i nostri figli in balia di un mondo che non sanno gestire e non abbiamo la certezza che in quel territorio i nostri figli abbiano le competenze per gestirsi”.

A quale età, allora, regalare il cellulare? Il prof. Pellai non ha dubbi: al termine della scuola media. Questo “oggetto del desiderio” è percepito come un vero e proprio “guinzaglio elettronico”, che permette ai genitori di tenere sotto controllo i propri figli. Peccato che spesso diventi un’arma a doppio taglio, che tiene sotto scacco mamma e papà, quando non si risponde volutamente alle decine di chiamate ricevute. In questa lotta tra protezione e autonomia, non basta preoccuparsi dell’incolumità fisica dei ragazzi: è necessario essere sufficientemente attenti anche a quella psicologica, che può essere messa in pericolo pur restando nel chiuso della propria stanza, quando si naviga in rete su siti pericolosi. “Ecco perché è necessario sostenere la crescita evitando che la vita online diventi auto-lesiva o etero-lesiva; è importante creare un presidio per evitare che le trasgressioni diventino esagerate”.

Dunque, ai nostri figli serve avere adulti come alleati? Fanno bene a tirare la fune per capire quali sono i limiti da non oltrepassare? E se i genitori decidessero di mollare la fune, con il rischio di metterli nei pasticci? Fino a 14/15 anni esiste un diverso grado di maturità tra il cervello cognitivo e quello emotivo e quest’ultimo corre molto più veloce. Solo dopo i 16 anni, a poco a poco, quello cognitivo prenderà il sopravvento. Allora l’adulto non deve essere il migliore amico, né il peggior nemico: deve soltanto essere un adulto vero, che coinvolga il preadolescente in esperienze positive: giocare insieme, fare un viaggio da soli (la mamma con la figlia femmina e il papà con il figlio maschio), trovare zone di alleanza, per diventare un “genitore sufficientemente buono, capace di riflettere sui suoi errori e aggiustare il tiro. Senza prendersi troppo sul serio, perché la perfezione non è di questo mondo”.

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