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11 Marzo 2017

Luino, Michael alla ricerca di un nuovo equilibrio: Yoga, Buddhismo e Scalzismo

Tempo medio di lettura: 9 minuti

Incontriamo Michael Steinrotter, scalzista per vocazione e per scelta: nato in Germania, in una zona boschiva, vive a Luino da anni insieme alla sua famiglia e da sempre ha apprezzato la sensazione di muoversi a piedi nudi. Crescendo ha incontrato il mondo del lavoro e non sempre si è sentito libero di esprimersi. “Mi sono liberato di tutti questi condizionamenti quando sono arrivato a Luino, non conoscevo nessuno ed ero libero di poterlo fare” dice Michael. Un percorso tra yoga e spiritualità, un viaggio tra società ed emozioni, un tragitto da fare rigorosamente a piedi nudi.

Luino, Michael alla ricerca di un nuovo equilibrio: Yoga, Buddhismo e Scalzismo. Michael Steinrotter, buddhista, scalzista, insegnante di yoga e consulente industriale, ma, prima di tutto, un uomo. La sua visione del mondo e della vita molto aperta, rispettosa e naturale, è molto interessante, soprattutto in relazione ad alcune scelte riguardanti il proprio stile di vita, particolarmente diverso dal conformismo occidentale. Michael è uno dei pochi scalzisti, se non l’unico, presente a Luino e proprio per questo siamo andati ad intervistarlo. Lo scalzismo (o barefooting) è uno stile di vita che porta le persone ad andare in giro scalzi praticamente sempre.

Da dove nasce questa tua filosofia di vita? Sei sempre stato uno scalzista?

Nasce da quando ero bambino: sono cresciuto in una zona boschiva della Germania e mi è sempre piaciuto andare in giro senza scarpe, ma avevo una madre protettiva che temeva continuamente che potessi calpestare qualcosa. L’impulso è venuto verso il 2005/2006, periodo in cui ho iniziato a girare a piedi nudi prima per casa, poi anche fuori. In questo frangente abitavo in Germania, in un piccolo centro, dove lavoravo in un’azienda. C’era il rischio di incontrare qualche collega che mi avrebbe guardato male, che avrebbe sparso la voce. Mi sono liberato di tutti questi condizionamenti quando sono arrivato a Luino: non conoscevo nessuno ed ero libero di potermi esprimere al massimo. Ho smesso di lavorare per questa multinazionale nel 2013 ed ho finalmente abbandonato le scarpe.

Perché questa scelta?

Ci sono vari aspetti e livelli. In primo luogo l’aspetto fisico, perché al tempo facevo un lavoro da dirigente ed ero sempre seduto in macchina, in aereo o dietro una scrivania. Questa vita sedentaria ha un po’ compromesso la mia schiena; poi ho scoperto che andando in giro senza scarpe la schiena è migliorata sensibilmente. Quindi il primo aspetto è quello della salute. Il secondo, invece, consiste nell’aggiungere una dimensione alla percezione corporea: sentire dove si mettono i piedi permette di ampliare la superficie tattile.

Parliamo di sensazioni: ti capita mai di avere freddo? O di dire “Se avessi delle calze starei meglio?”

Certo che fa freddo: nelle scorse settimane, quando ha nevicato avevo freddo. Non si tratta di un freddo che porta dolore, lo senti e ne prendi atto. Fino a che sei in movimento non c’è problema, ma quando inizi a perdere la sensibilità ai piedi, forse, è il caso di mettersi le scarpe.

Quindi ti capita a volte di metterle?

Specialmente quando è bagnato.

Passiamo ad un altro livello di percezione: il corpo, rispetto a prima, lo senti più tuo? In cosa lo percepisci?

Quando cammini e l’asfalto non è perfetto, o quando ci sono dei sassolini il piede reagisce e il corpo bilancia il suo peso. Questo, in sostanza, dà un training a livello fisico, perché non è che quando senti un sassolino lo prendi in pieno: appena il piede sente il sassolino, in automatico, si ritira. In fase di bilanciamento il corpo compensa con l’altro piede e tu osservi il tuo corpo che reagisce a queste sensazioni.

Questa è una scelta che si può definire “anticonformista”, soprattutto in una cultura occidentale. In relazione ai rapporti che hai con gli altri, come vivono le persone questa tua scelta? E come vivi tu le loro reazioni?

La cosa chiara è che camminando a piedi scalzi non rientri in un concetto di normalità per le persone: alcune ti osservano, ma tante altre non notano nemmeno i piedi, perché guardano la faccia o guardano attraverso. Molte persone, tra quelle che ne prendono atto, si approcciano con me in maniera positiva e tantissimi mi dicono: “Vorrei anche io ma non posso farlo”.

In proporzione, quante persone curiose incontri?

Abbastanza. Questa curiosità mi sembra più accentuata in paesi come Luino: quando giro in metro a Milano c’è poco interesse. Forse Luino è un piccolo centro e le persone sono meno frenetiche.

Rispetto a quanto hai detto riguardo alla metro, girando a piedi nudi, non hai paura di prendere qualche batterio? Ci sono aspetti negativi che ti fanno riflettere?

Se noi pensassimo al microcosmo che abbiamo dentro le scarpe, specialmente quando il piede suda un pochino, avremmo di che preoccuparci: a livello di “sporcizia” è al quadrato o alla terza potenza di quello che possiamo trovare per strada. I cattivi odori che si sviluppano quando il piede è chiuso nella scarpa sono provocati da batteri che decompongono la miscela di pelle che si stacca e di sudore, che fanno un “brodo” micidiale. Anche il discorso dei funghi che si possono sviluppare tra le dita dei piedi è dato dal fatto che i piedi sono contenuti troppo nella scarpa. Infatti, durante l’estate, si cerca di usare scarpe aperte per evitare l’insorgere di questa fermentazione. Ci sono però luoghi dove, come scalzista, vado mal volentieri, come ad esempio nei bagni dei vecchi treni: sono luoghi abbastanza particolari (ndr, dice sorridendo). Il piede comunque non è una ferita aperta: se tu tocchi con la mano la maniglia di una porta o metti il piede dentro la metropolitana è la stessa cosa. Non giriamo sempre con i guanti.

A questo aspetto mi sembra che si aggiunga il fatto che questa tua scelta, rispetto ad una cultura occidentale, sia più legata ad una cultura inerente allo yoga. Come si lega, se si lega, il tuo stile di vita con questa pratica?

Non vedo necessariamente un legame tra yoga e scalzismo, anche se lo yoga si pratica sempre senza scarpe. Siamo nati senza scarpe e il piede di per sé è perfetto per la funzione che deve svolgere. Nello yoga uno si concentra su quello che succede al corpo e le scarpe sarebbero un ostacolo.

Riguardo alla tua precedente esperienza lavorativa come dirigente, quanto ha inciso il fatto di conoscere e vedere posti nuovi e culture nuove in queste scelte? 

Quello che aiuta molto ad aprire gli orizzonti è viaggiare e vedere altre culture, tipi di vita diversi e società differenti. Questo, però, richiede non solo spostarsi, ma avere curiosità ed essere ricettivi senza giudicare: andare ad esempio in India con l’intenzione di giudicare, sarebbe controproducente. Sarebbe meglio evitare, specialmente se si parte con il presupposto e la presunzione di essere nel giusto. Se si riesce a viaggiare ed osservare con curiosità, si fa sempre tesoro delle proprie esperienze.

 

Sul lavoro ti è capitato di aver ricevuto commenti o giudizi per la scelta che hai fatto?

Quando vado al lavoro come consulente per vedere ed incontrare i gruppi industriali mi vesto in un determinato modo. L’obiettivo generale dovrebbe essere mettersi al servizio degli altri e non creare perplessità o barriere soltanto per il desiderio di affermarsi, non avrebbe senso. Per cui il mio intento sul lavoro è quello di agevolare le persone e le organizzazioni a cui presto il mio contributo e non di deviare l’attenzione da quello che è veramente l’obiettivo di una collaborazione. Quindi mi adeguo al contesto.

Questa risposta dimostra piena padronanza della propria libertà…

Direi di sì. Quello che ostacola molto le persone, in tutti gli aspetti della vita, è l’autoreferenzialità. Questo accade quando si considera quello che si fa come sempre giusto e corretto e non si è interconnessi con gli altri: da soli non possiamo esistere.

Quanto ha inciso la religione nel cambiamento del tuo stile di vita?

Sono arrivato a determinate filosofie o religioni dopo aver abbandonato le scarpe. Nella religione però si rivede spesso il tema della rinuncia dei beni terreni: nell’iconografia della religione cristiana, che comunque conosco poco, l’abbandono delle cose terrene è diffuso, come l’essere leggeri nel corpo fisico per dedicarsi al principio universale; essere pronti a qualsiasi viaggio in qualsiasi momento con il minimo necessario.

A prescindere dalla religione, quello che stai dicendo dovrebbe essere un aspetto universale. Prima della rivoluzione industriale l’attaccamento alle cose della vita quotidiana si vivevano in forma diversa. Secondo te, le comodità ci hanno un po’ offuscato la mente?

La società occidentale ha fatto enormi passi avanti: è stata ridotta la mortalità e tante malattie sono curabili, ed è una cosa meravigliosa. Dobbiamo fare attenzione a non negare tutto questo, ma dobbiamo altrettanto stare attenti a valutare le cose per quello che sono: quello che normalmente facciamo nella nostra vita è attribuire alle comodità e agli oggetti una importanza sproporzionata, ma non sono così importanti come possono sembrare.

I tuoi figli ti fanno domande sulla tua scelta di essere scalzista? Sono curiosi di saperne di più?

Hanno seguito tutto il processo, dal dirigente in giacca e cravatta fino a quello che appaio adesso. Non fanno domande ed io non gli impongo nulla. Questo è molto importante, perché dobbiamo cercare di non dare fastidio all’altro, che sia in casa o fuori: se un ristoratore mi dice ‘Qui puoi entrare solo con le scarpe’, o non ci vado o metto le scarpe. Non ho interesse di entrare in una discussione e di pormi in malo modo verso l’altro. Sarebbe tempo sprecato avvelenare l’atmosfera per nulla. Se mi trovo in una situazione in cui la società impone normative abbastanza stringenti, rifletto sul fatto che sono le persone ad averle create, come quando vado in Egitto, un paese islamico, dove certe cose è meglio non farle. Bisogna studiare, istruirsi ed informarsi sul posto in cui si va, per non creare conflitti inutili. Capisco che da una parte evidentemente c’è la mia libertà che è stata limitata, ma dall’altra parte c’è la conseguenza delle mie azioni: cosa succede se invece compio questo atto in un contesto in cui posso andare incontro a difficoltà? Dobbiamo utilizzare la nostra intelligenza e chiederci: ‘Ha senso in questo momento? Cosa voglio ottenere? Qual’è la mia motivazione?’. Bisogna avere chiara qual è la motivazione di partenza. Qual è il senso di creare un conflitto se è nelle mie facoltà poterlo evitare?

Tu cosa suggeriresti ad una persona arrogante, che cerca sempre di imporsi?

Bisogna distinguere vari livelli: se ti trovi di fronte ad una persona molto forte, che si impone in modo aggressivo e ti turba veramente, in un contesto in cui non riesci a mantenere la tua mente in uno stato chiaro, la cosa migliore da fare è andarsene. Se non si ha la preparazione per affrontare una persona così, rimanere è una causa persa in partenza. Seconda cosa: altre persone che incontriamo sono lo specchio di noi stessi: si potrebbe provare con la gentilezza ed il sorriso, non riflettendo il comportamento dell’altro, ma mantenendo un comportamento amorevole e gentile o, se questo non funziona, andarsene. I saggi dicono: ‘Bisogna abbandonare le cattive amicizie fino a quando non si raggiunge la stabilità mentale che ci permette di affrontarli e rimanere calmi anche in situazioni difficili’. Ci sono poi riflessioni da fare quando ci sono situazioni di agitazione, o difficili: riflettere sull’impermanenza, ovvero sul fatto che tutte le situazioni finiscono e cambiano. E’ una questione di tempo, in un modo o nell’altro si risolve. In altre situazioni, invece, non si può andar via: quando, ad esempio, vedo che una persona che maltratta qualcun altro… devo intervenire, anche con la forza fisica, ma quello che è fondamentale è la motivazione.

Per fare questo, però, devi essere in grado di gestire la rabbia…

Buddha una volta disse: ‘La rabbia è come assumere un veleno sperando che l’altro muoia’. Questo per me dice tutto: quando provi rabbia, stai male solo tu. Bisogna stare attenti ed ascoltarsi per imparare a riconoscerla: la rabbia si sente sorgere, parte dalla pancia e arriva al petto gradualmente. Se ci si osserva, si sente questo io, questo Ego, che comincia a crescere e salire verso la testa. A quel punto, la cosa migliore che si può fare, quando si ha la capacità di auto-osservarsi, è intercettare la rabbia attraverso il respiro, ad esempio. Quando invece la rabbia è sorta, non bisogna sopprimerla: basta riconoscere che si è arrabbiati, senza andare in giro a spaccare qualcosa o picchiare qualcuno, ma prendendone atto, accettandolo e lasciando che scemi naturalmente. Sopprimere la rabbia fa male: è un inganno verso l’altro e verso sé stessi. La cosa migliore è intercettarla, ma se non si riesce a prendere atto di questo, basta stare fermi ed osservarla come se non fosse neanche nostra. In questo senso, lo yoga aiuta molto a fare introspezione: viviamo in un mondo esteriorizzato, abbiamo icone sul telefonino, facciamo selfie e tutto viene rappresentato per immagini, tutto viene visualizzato. Abbiamo una forte spinta verso i nostri sensi esterni: entriamo nei negozi e c’è la musica accesa, rumore dappertutto e ci sono persone che appena arrivano a casa accendono la tele con l’audio per avere in sottofondo di qualcuno che parla. Acquisire padronanza di sé stessi richiede silenzio e richiede di mettersi sul divano ad ascoltarsi e ad osservare i pensieri che passano, cercando di cogliere quello che succede dentro di noi.

Quanti allievi, come maestro di yoga, ti ringraziano per gli insegnamenti? 

Sostanzialmente tutti, ma mi ringraziano in un modo improprio perché devono solo ringraziare loro stessi: innanzitutto di aver avuto la spinta per cercare un corso di yoga e di uscire dalla quotidianità. Ringraziano perché si sentono più rilassati, ma è merito loro. L’istruttore di yoga è una persone che, sul cammino infinito dello yoga, è avanti di due o tre passi rispetto agli altri, una persona che conosce qualcosa in più e sulla base della propria esperienza riesce, ad insegnare agli altri.

C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori?

Posso consigliare a tutti di provare lo scalzismo. Vorrei anche elencare un paio di consigli, perché capita spesso di sentire dire ‘mi piace stare scalzo d’estate con l’erba fresca’. L’erba è il terreno più pericoloso in assoluto, perché non si vede dove poggia il piede. lo consiglierei di provare sull’asfalto e sentire quello che succede per vedere cosa registra il piede, come cambia il modo di camminare e il modo di porsi verso gli altri. Invito tutti a fare una prova: chiedete ad una persona di percorrere una strada una volta con le scarpe e una volta senza. Automaticamente cambia la posizione e l’approccio con l’altro. Il piede scoperto da una parte è visto come un elemento di nudità dalla nostra società e dall’altra è un modo di rendersi indifesi: toglie il piedistallo, toglie quella distanza di superiorità.

Una conversazione lunga, profonda e molto interessante, quella fatta con Michael, che ci ha fatto conoscere un mondo e uno stile di vita che se da una parte sono così rari da trovare nel nostro territorio, dall’altro sono molto affascinanti. Lo scalzismo, lo yoga e il buddhismo non sono molto frequenti da trovare nel mondo occidentale e anche solo fare quattro chiacchiere con un uomo come Michael aiuta ad aprire la mente, cercando di capire quanto “la nostra libertà finisca quando inizia quella del prossimo”.

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