29 Gennaio 2017

Germignaga: la forza dell’accoglienza, tante voci a confronto

Tempo medio di lettura: 5 minuti

(emmepi) “Oltre ad accogliere, bisogna anche lasciarsi accogliere, farsi prendere il cuore. Impossibile andare incontro all’altro se non si è capaci di accogliere se stessi”. Con queste parole don Marco Mindrone, parroco di Germignaga, ha introdotto la serata “La forza dell’accoglienza”, incontro/testimonianza a tre voci nell’ambito della settimana dell’educazione promossa dalla Parrocchia di Germignaga. Non a caso l’evento è avvenuto proprio il 27 gennaio, nella “giornata della memoria” dedicata alle vittime dell’olocausto, sacrificate “perché generazioni di uomini si sono dimenticati di guardarsi dentro”.

Germignaga, la forza dell'accoglienza

(Foto © emmepi)

Germignaga, la forza dell’accoglienza. Condividere ciò che si ha nel cuore può essere la tappa importante di un percorso che, attraverso la memoria, possa aiutarci a crescere. Protagonisti dell’incontro, tenutosi nella chiesa di S. Giovanni Battista, l’Associazione “Famiglie per l’accoglienza” di Varese, con Gigi e Marisa; la Fondazione Asilo Mariuccia di Porto Valtravaglia con Angelo Bonfanti e la Cooperativa Agrisol di Caravate, con Claudio e Matteo. Accoglienza a 360° gradi, dunque, per dimostrare che “l’uomo non ha bisogno di maestri, ma di testimoni” (Papa Paolo VI).

Ecco allora come l’agronomo Angelo Bonfanti sia potuto diventare responsabile del Laboratorio per l’Educazione al Lavoro della Fondazione Asilo Mariuccia di Porto Valtravaglia: “In realtà il volontariato non s’inventa”. Ha chiarito, raccontando dei suoi esordi nella Parrocchia di S. Galdino, quartiere “case bianche”, complesso di edifici nella periferia sud-est di Milano, costruito negli anni ’70 dall’Aler, dove a situazioni di degrado e abbandono dovute alla dismissione d’industrie e attività artigianali, si sono sommate criticità e difficoltà sociali dovute a successive stratificazioni migratorie: “periferia, territorio di confine, dove umanità, fragilità e alienazione si rincorrono dalla mattina alla sera”. (Giampiero Rossi-Il Corriere della Sera). La formazione di Angelo Bonfanti si consolida poi presso la comunità per tossicodipendenti di Inversago (Lecco), con la creazione dell’orto botanico di Fidenza e poi nella Cooperativa “Solidarietà 90” di Cuvio, definita di “tipo B2”, cioè d’inserimento lavorativo. Nel 2001, approda alla Comunità Alloggio Maschile della Fondazione Asilo Mariuccia di Porto Valtravaglia, dove propone un corso di formazione professionale, con esperienze lavorative e un laboratorio di educazione al lavoro. “Non è l’avviamento a un lavoro, ma l’insegnamento di ciò che viene prima: la puntualità, la responsabilità, l’impegno”. E l’impegno è davvero tanto, perché l’attività occupa i ragazzi per 6 ore quotidiane, 5 giorni alla settimana, usando il territorio come una palestra. Questo permette ad Angelo di avere un arricchimento anche personale, “perché ha dato un senso a ciò che faccio quotidianamente”.

Nell’esperienza di accoglienza di Gigi e Marisa, invece, coppia con quattro figli propri ormai adulti e due in affido, c’è la risposta alla domanda fondamentale “Ne vale la pena?” Certamente sì, perché “l’accoglienza è una dimensione indispensabile della vita: Il bene è un dono che qualsiasi uomo possiede e s’impara a voler bene a noi stessi solo se c’è qualcuno che ce ne vuole”. Gigi e Marisa non hanno nascosto le difficoltà dell’affido, spiegando quanto sia delicato prendersi cura di qualcuno che è completamente diverso, qualcuno che “ti sbatte completamente in aria la vita, come se venisse dalla luna, come se arrivasse una tromba d’aria”. Ma la fatica non deve essere considerata negativamente: è impegno, capacità che si mette in gioco per costruire qualcosa di buono. Per questo motivo, nel 1982 nasce Famiglie per l’accoglienza: “Perché l’accoglienza è una modalità con cui il cuore risponde ad un’esperienza e ad un’esigenza del nostro cuore. Siamo sereni perché ci sentiamo accolti”. Sul tema Accoglienza non poteva mancare la testimonianza di coloro che si occupano dei richiedenti asilo.

Sono le voci di Claudio e Matteo, della Cooperativa Agrisol, a far luce sulle enormi difficoltà in cui lavorano i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Agrisol, braccio operativo della Caritas di Como, lavora da tempo sul nostro territorio, attraverso la sua sede di Caravate (presso Villa Letizia), in cui sono ospitati attualmente 66 richiedenti asilo, un appartamento a Laveno Mombello (19 ospiti), tre gruppi familiari tra Sangiano e Castello Cabiaglio e alcune strutture tra Maccagno con Pino e Veddasca, Colmegna e Dumenza (circa 12 per appartamento). A questi numeri si devono aggiungere 35 dipendenti, tra educatori, segreteria, amministrazione e insegnanti di lingua italiana. Un CAS deve gestire persone che hanno affrontato un viaggio lungo e impervio, prima di sbarcare in Italia, ma qui inizia un iter burocratico, legale e umano altrettanto difficoltoso e complesso. “L’Italia è un paese che accoglie e Caritas ne è l’esempio migliore, perché il suo messaggio è quello di un’apertura che non guarda in faccia nessuno: noi accogliamo tutti nella diversità, trasformandola in valore aggiunto, il che non significa anarchia, ma un processo lento e costante verso l’integrazione, verso regole, usi, costumi e cultura europea, occidentale”. Infatti, dopo una prima identificazione subito dopo lo sbarco, i richiedenti asilo vengono smistati sul territorio italiano attraverso alcuni “hub” (quello lombardo si trova a Bresso) e da lì vengono suddivisi nei centri di accoglienza.

Da quel momento Agrisol prende in carico le storie di queste persone e il loro vissuto. “Cerchiamo di offrire un’accoglienza a 360°, dall’accompagnamento legale e sanitario a quello scolastico e culturale, perché accoglienza significa comunicare e comunicare significa mettersi in gioco”. Vivere da richiedenti asilo in Italia significa vivere in sospeso: per questo motivo, alla domanda di quali diritti goda un immigrato è difficile dare una risposta. I diritti come persona e quelli in qualità di richiedente asilo non combaciano, perché “non si tratta di diritti scelti da noi, ma stabiliti dalla legge italiana. Significa aspettare tantissimo tempo per avere una tessera sanitaria, una carta d’identità, un codice fiscale; ma senza codice fiscale non si può acquistare una SIM card, senza SIM card non si può chiamare casa, se non si chiama casa per dire che si è vivi, la vita diventa qualitativamente scadente, senza relazioni fondamentali quali la famiglia, primo mattone del vivere in società”. Allora si può capire quanto sia impegnativo essere responsabili verso persone che si aspettano qualcosa che non sempre si può garantire, perché vincolati alle regole dello Stato Italiano e dalla Questura, che devono essere applicate in maniera rigorosa. Comprensibile per noi ma molto meno per chi “si aspetta di ottenere un documento per poter utilizzare quei diritti fondamentali che permettono di agire nella società, di essere parte di un gruppo”.

Allora, essere attivi in questa società si può declinare in altri modi, per esempio quello di frequentare una scuola di Italiano, per capire anche come festeggiamo, come beviamo, come ci arrabbiamo, come gioiamo, come mangiamo a tavola. “Il lavoro ci dà l’identità, ma difficilmente un immigrato dirà che si chiama John e fa il richiedente asilo: dirà che si chiama John e svolge un mestiere. Questo mestiere, però, non si esporta facilmente, per motivi legali, ma anche per le barriere linguistiche molto elevate. Ecco perché Agrisol ha attivato una serie di tirocini e attraverso la sua cooperativa agricola ha creato un orto esteso, costruito insieme ai ragazzi e alimentato col il loro stesso lavoro”. La scorsa primavera a Caravate sono state prodotte frutta e verdura consumate all’interno della struttura stessa, mentre il surplus è stato donato al territorio, così come è avvenuto a Dumenza, con un momento di restituzione alla comunità: occasioni pratiche di contatto, messa in comunione e di conoscenza reciproca.

“Queste persone hanno una voce, un nome dietro al quale c’è una storia e dietro di essa ci sono speranze e paure, esattamente come per noi. Accogliere non significa fare qualcosa per qualcuno, ma fare qualcosa con qualcuno; significa mettersi in comunità, parlate, litigare, gioire, cercare di risolvere i problemi insieme e arrivare a un obiettivo comune, che è quello di vivere in pace, tranquillamente; significa mettersi al servizio della comunità che ci accoglie chiedendo semplicemente in cambio di essere ascoltati e non giudicati, condividendo un traguardo che può essere la concessione di un permesso di soggiorno. Alla fine il paese che ti accoglie davvero è casa tua, ma se io scappo da un paese che non mi garantisce il cibo, una vita serena, il lavoro, non potrò mai considerarlo definitivamente casa mia. Quindi accogliere significa far sentire a casa una persona che al momento una casa non ce l’ha”.

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