23 Gennaio 2017

Migranti nel luinese: “Il territorio si organizzi per creare una rete comunitaria di solidarietà”

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Diego Intraina, autore dell’articolo pubblicato qualche giorno fa “Migranti ed Alto Varesotto, educare all’ospitalità vuol dire ripensare al quotidiano“, torna oggi sul tema affrontato, spiegandolo dettagliatamente e passando in rassegna quelli che sono gli aspetti più rilevanti della questione, a seguito delle richieste di chiarimento giunte dopo la pubblicazione dell’articolo e, soprattutto, in seguito alla serata di venerdì sera all’Auditorium di Maccagno, già ampiamente approfondita nella giornata di ieri.

Brenta, Andrea e i migranti di Agrisol impegnati con i mosaici tra arte e creatività

Migranti nel luinese: “Il territorio si organizzi per creare una rete comunitaria di solidarietà”. Mi è stato chiesto di spiegare meglio l’argomento trattato nell’articolo precedente pubblicato su questo giornale e lo faccio arricchito dalla bella iniziativa di venerdì sera organizzata a Maccagno. Lo faccio con una frase che può essere la finalità e la sintesi dell’intervento e può aiutare a contestualizzare il discorso: la forza coesiva di una realtà sociale non è data e garantita dal semplice pullulare associativo, ma dalla tra di loro messa in relazione. Fenomeno, quello delle relazioni, che si può e si deve concretizzare attraverso una volontà progettuale che trova nella condivisione la sua idea di orientamento. Pensare progetti co-partecipati è il fondamento di una società che vuole tendere e percorrere idee di comunità. Ma per entrare in questa dimensione di condivisione bisogna voler negare (per convinzione metodologica), prima, tutte quelle forme di primariato e poi di autoglorificazione che tendono alla distinzione piuttosto che all’unità. Comportamenti non facili da limitare, considerato che già molto spesso questi vengono consolidati al proprio interno attraverso forme di leadership eccessive di non facile controllo.

La domanda che allora bisogna farsi è: come e cosa fare per superare questi “congelamenti relazionali” e arrivare a pensare e realizzare progettazioni condivise. È sufficiente, per tendere al raggiungimento di certi parametri intreccianti il quotidiano, pensare ad una spontanea ed individuale consapevolezza associativa? Ma come? Solamente evidenziando il problema. Se fosse così semplice non saremmo ancora qui a chiedercelo.

Non sembra pertanto che le forze presenti, e non sto pensando ad associazioni nazionali o internazionali che subiscono poco l’effetto condizionante e molto spesso pregiudiziale dell’appartenenza territoriale, ma penso a quelle realtà associative legate al locale quotidiano (Parrocchie, associazioni culturali, associazioni di solidarietà, ecc.), siano in grado di superare, senza stimoli e aiuti particolari esterni o senza una richiesta provocata da emergenze causali eccezionali, tali limiti comportamentali per affrontare un’indispensabile progettualità relazionata.

Il nomadismo migratorio, nonostante molto spesso strumentalizzato e ridotto a campo di opinione, non essendo ancora percepito o subìto nel reale quotidiano luinese come fenomeno strutturale, ma solo come una condizione d’emergenza, non sembra sinora essere un fenomeno capace di far scattare quelle necessarie modalità comportamentali di condivisione interassociativa. Ma è pur vero: oggi la migrazione ha ormai raggiunto livelli e dinamiche di carattere strutturale, si è evoluta ed è andata ad intrecciarsi con la realtà quotidiana. Dunque, il fenomeno della migrazione non può più essere lasciato in balia d’azioni spontanee, espressioni di una possibile maturità associativa. Queste realtà, per migliorare la loro volontà d’azione comunitaria, devono essere supportate da processi educanti esterni in grado di sviluppare processi comportamentali sistemici, comportamenti di relazione capaci d’anticipare i consueti tempi di reazione ma anche allenare la creatività sociale.

I territori, dopo aver (ri)ottenuto la legittimità istituzionale (centralità dei Sindaci nelle politiche di migrazione), devono necessariamente attrezzarsi ed organizzare una rete comunitaria di solidarietà allargata attraverso l’individuazione e il coordinamento di progetti condivisi. I territori hanno bisogno di una cabina di regia, coadiuvata da specifiche professionalità educanti esterne (esterne per evitare pregiudiziali alleanze), capace d’individuare progetti di servizio condivisi che interessano e interagiscono con le condizioni generali di povertà e di disagio.

Nel locale, questa generalità deve per l’appunto essere ricercata in modo da evitare di finalizzarsi nelle sole iniziative che rispondono alle esigenze della sola migrazione. L’attenzione operativa deve prevalentemente ricercare soluzioni integrate; interventi che riescano, al fine di affrontare tali problematiche, operare all’interno delle quotidiane e strutturali condizioni di povertà. Insomma trovare soluzioni sensibili, non discriminabili, che non lascino spazio a polemiche di parte: “prima i nostri”.

Per chiarire faccio riferimento a degli esempi (non nuovi) di alcune iniziative. La raccolta dei mobili usati, l’individuazione di un deposito dove si possono conservare e sistemare oggetti d’arredamento da consegnare gratuitamente a chi ne ha bisogno, siano cittadini italiani o no; la raccolta del cibo in scadenza per rifocillare famiglie o mense comunitarie autogestite utilizzabili da tutte le persone momentaneamente disagiate; attrezzare e gestire spazi di relazione e introdurre modalità d’autosufficienza ecc..

Non sto proponendo nulla di nuovo, ma forse una sensibile evoluzione del pensiero: non separare e guardare la migrazione, perlomeno nell’esperienza quotidiana (diversa è la realtà delle politiche nazionali e internazionali), con occhi diversi da quelli con cui, eticamente, si considera e s’interviene (o si vorrebbe che si intervenisse) sulla strutturale condizione della povertà.  La povertà, da non dimenticarsi, è sempre l’effetto di deviati paradigmi economici/finanziari che condizionano le relazioni (persino quelle di vicinato) andando ad imporre condizioni di potere discriminanti e deturpanti al punto di alienare la speranza comunitaria e di conseguenza le sue espressioni di creatività e di autodifesa sociali: autogestioni di filiere alimentari, forme alternative dell’abitare e soluzioni solidali di prossimità.

Intervenire nel locale efficacemente e strutturalmente sulla condizione della povertà, necessita uno sforzo d’analisi, vuol dire rivisitare con spirito critico e diverso le soluzioni e gli strumenti operativi utilizzati nella realtà quotidiana, compresi quelli che si ritengono “intoccabili”. Questa opportunità d’analisi la si può trasformare in possibilità concrete predisponendo e investendo, nelle articolazioni molteplici del quotidiano, iniezioni pedagogiche capaci di elaborare nuove logiche relazionali e comportamentali.

È pur vero che questo cambiamento di prospettiva del pensiero e questa considerazione sistemica dei comportamenti di tipo progettuale (sicuramente migliorabile) è l’unica che può aiutare ad alleggerire le due considerazioni fatte: aumento di creatività comunitaria attraverso una “forzata” relazionalità associativa e l’eliminazione di quel populismo che alimenta l’inutile e pericolosa (purtroppo la nostra storia è piena d’esempi) guerra tra poveri.

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