Dal rialzo dei prezzi del petrolio all’impatto di Brexit e dell’elezione del neopresidente Usa Donald Trump sui mercati, passando per i problemi della zona euro, tra bassa inflazione e disoccupazione. Sono questi i fatti e le tendenze più significative dell’anno passato secondo il Guardian.

(daily.co.uk)
Rialzi del petrolio. Dopo essere crollato fino a 30 dollari al barile per la prima volta negli ultimi 13 anni all’inizio del 2016, il greggio di recente è tornato a salire. A incidere sui listini l’accordo tra paesi Opec e non Opec sul taglio della produzione che ha portato l’oro nero sopra i 57 dollari al barile, ai massini degli ultimi 17 mesi, +54% sull’intero anno.
Rallentamento Cina. Il 2016 è iniziato con le preoccupazioni sull’entità del rallentamento economico del pil cinese e il relativo impatto sulla crescita globale. Il target ufficiale per il 2016 è +6,5-7%.
Brexit. L’impatto sui mercati del referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue è stato contenuto grazie all’intervento della Banca centrale britannica e della Bce, tuttavia secondo gli analisti non bisogna sottovalutare la debolezza della sterlina e gli effetti dell’incertezza legata alla durata dei negoziati per il divorzio di Londra da Bruxelles.
Effetto Trump. Le preoccupazioni per le politiche economiche protezionistiche del magnate Usa eletto alla casa Bianca sono stati più che compensati dalle speranze di Wall Street che enorme spesa per le infrastrutture e la deregolamentazione favorirà la crescita Usa, per lo meno nel breve termine. Bisognerà vedere se gli annunci della campagna elettorale si concretizzeranno e l’impatto che eventualmente avranno. Il tutto in un contesto di lenta ripresa di rialzo dei tassi da parte della Fed.
Sale il Dow Jones. Si è chiuso positivamente l’anno per l’indice Dow Jones, che guadagnando quali il 15% in 12 mesi ha segnato il miglior risultato dal 2013. Dopo aver iniziato l’anno appena passato nel peggiore dei modi (-6,2% in cinque giorni), è risalito nella seconda parte dell’anno. L’impennata finale l’ha data la vittoria di Trump e gli attesi effetti delle sue promesse elettorali sulla crescita Usa. Dal 22 novembre è infatti iniziata la corsa dell’indice verso quota 20mila, che tuttavia non è stata raggiunta.
Bassa inflazione Eurozona. Nonostante il massiccio programma di Qe della Banca centrale europea l’inflazione del blocco dei paesi della moneta unica resta ancora lontano l’obiettivo di un livello “inferiore ma vicino al 2%”.
Disoccupazione in Italia e Francia. Oltre alla bassa inflazione, la zona euro si trova ancora alle prese con una disoccupazione elevata soprattutto in Italia e Francia. Il Guardian osserva come la sconfitta per il premier italiano Matteo Renzi al referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre sia arrivato nel messo di una crescita che stenta a decollare e una disoccupazione all’11,6% a ottobre. In lieve calo al 9,7% il tasso dei senza lavoro in Francia, ma superiore ai livelli pre-crisi e con un rialzo di quella giovanile.
Oro. Anno movimentato per il metallo giallo che tra instabilità politica e speculazioni sui tassi americani, ha concluso il 2016 in leggero apprezzamento. Sull’intero 2016 l’oro ha guadagnato oltre il 9%, ma in calo del 16% rispetto ai massimi di luglio. Atteso un calo nel 2017 perché secondo gli analisti la risalita dell’inflazione per effetto degli annunci di Trump, il rialzo dei tassi della Fed e l’apprezzamento del dollaro riducono l’interesse per l’oro, bene rifugio nelle fasi di instabilità del biglietto verde.
Baltic Dry Index. Il Guardian mette anche il Baltic Dry Index tra gli indici a cui guardare per cogliere i trend globali del 2017. I cali dell’indice che misura i costi di trasporto a secco delle materie prime come il carbone, il riso e il grano preoccupano gli economisti che vi vedono il preludio di un rallentamento del commercio globale e dunque dell’attività economia. A febbraio il Baltic Dry Index è sceso ai minimi storici di 290 punti, ma poi ha recuperato risalendo a 961 punti a novembre. Resta tuttavia ben al di sotto del picco di 11.793 punti del maggio 2008.
Messico e Venezuela. Messico e Venezuela sono due incognite del 2017. Il peso messicano si è risollevato dopo il repentino crollo per l’effetto Trump ma sul paese non mancano tensioni. I piani del neo presidente Usa di reprimere gli scambi commerciali con il paese se attuati porteranno ad un tracollo dell’economia del paese centro-americano. Più preoccupante del Messico è la situazione del Venezuela alle prese con una severa crisi economica e sociale dai risvolti imprevedibili, tra carenza dei beni primari, disoccupazione, inflazione alle stelle (al 475% secondo stime del Fmi) e sospensione dei servizi di base da parte dello Stato.
Giappone. La Banca Centrale del Giappone all’ultima riunione ha lasciato invariati i tassi di interesse aprendo la porta ad un possibile rialzo del costo del denaro nel 2017. I tassi restano fermi al -0,1%, come deciso nella riunione di gennaio che per la prima volta ha portato in negativo il costo del denaro del Sol Levante. Per gli analisti la crescita nipponica resta esposta a rischi nonostante il prolungato e massiccio Qe e l’Abenomics. (ADNKRONOS)
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