5 Dicembre 2016

Maccagno, una serata per raccontare la vita dei migranti. “Abbiamo bisogno di te perchè ti vogliamo bene”

Tempo medio di lettura: 5 minuti

(emmepi) “Non si obbliga il cuore a fare una cosa, ma è il contrario: è il cuore che ci obbliga a farla”. Questa la risposta che Max Ludadio, conduttore televisivo e radiofonico, inviato di Striscia la notizia, ha dato al messaggio di un suo fan a proposito dell’invito alla serata dedicata ai migranti, all’accoglienza in famiglia e all’accoglienza diffusa organizzata dalla Cooperativa Agrisol Servizi di Ferrera, braccio operativo della Caritas Diocesana di Como, presso il Punto d’Incontro.

(Foto © emmeppì)

(Foto © emmeppi)

Maccagno, una serata per raccontare la vita dei migranti. “Abbiamo bisogno di te perchè ti vogliamo bene”. L’appuntamento di venerdì 2 dicembre scorso, primo di una serie di incontri itineranti su tutto il territorio, moderato da Marco Rigamonti (referente della Caritas di Como) e di Simone Maritan (presidente Agrisol), ha visto la partecipazione di Irene e Francesco Galbiati, Giuseppe Lombardo, Patrizia e Michele Latini, che hanno raccontato le loro esperienze. Padrone di casa il sindaco Fabio Passera, che, con la sua amministrazione, fu il primo a permettere, nell’agosto 2015, l’accoglienza sul territorio: iniziativa che ha reso possibile, a tutt’oggi, ospitare a rotazione 75 ragazzi. Attualmente, su un totale di 1676 richiedenti asilo nella provincia di Varese, Maccagno con Pino e Veddasca (2551 abitanti) ne ospita 25.

Qui la Cooperativa Agrisol ha aperto il discorso dell’accoglienza e ancora oggi sta costruendo un percorso che vedrà prossimamente ospiti in modo fisso e residenziale 10 ragazzi. Serata davvero importante, dunque, perché scopo della Caritas “è quello di accogliere persone che si trovano in uno stato di bisogno e di necessità, nel modo più aperto possibile, accompagnandole e facendole venire in contatto con le nostre comunità”. Così ha sottolineato Marco Rigamonti nella sua introduzione, spiegando che si tratta di un percorso non facile, sia per chi sta arrivando presso di noi, sia per noi che dobbiamo accoglierli. “Sono mondi differenti che si stanno incontrando, perciò ci vuole una grande comprensione, una grande apertura nell’accoglienza: questo è realmente ciò che ci muove”.

Quindi è stata data la parola a Michele e Patrizia Latini, Irene e Francesco Galbiati, Giuseppe Lombardo e Max Laudadio, che hanno raccontato come sia maturata in loro la decisione d’intraprendere questo percorso, i timori, le difficoltà iniziali, la progressiva instaurazione di un rapporto di reciproco rispetto, ma anche di reciproca conoscenza di modi di vivere diversi, con la scoperta che quando si possiedono il medesimo cuore, la medesima anima e lo stesso amore per gli altri, la diversità non esiste più.

Ecco allora la storia di un padre e un figlio, ospiti presso Patrizia, Michele e le loro due figlie a Ponte Tresa: bambini che litigano e giocano insieme, come tutti i bambini di questo mondo; la storia di un trentenne nigeriano, che ogni giorno percorre 25 chilometri in bicicletta da Cuasso al Monte a Bisuschio per andare a lavorare nei campi; la storia di un’adolescente che ha portato un angolino di Africa in casa di Irene e Francesco, che hanno bisogno di lei perché le vogliono bene.

Ecco l’esperienza del condominio solidale, dove ospitare una famiglia significa ospitare degli adulti. “L’adulto ha un’identità che ha stratificato negli anni, con una percezione di sé legata alla propria cultura. Ha dei figli, arriva con una sua identità, è una persona orgogliosa della sua provenienza e delle modalità in cui viveva nel suo Paese”. Ha raccontato Giuseppe Lombardo. Si è parlato di un orgoglio che a volte diventa totalmente etnocentrico, perché si tratta di persone che non hanno bisogno di essere aiutate. Ciò permette l’apertura di un dialogo alla pari, con opinioni che possono anche essere differenti, scoprendo però la bellezza di poterselo dire in tutta sincerità.

Ma che cosa pensano queste persone del paese che li ospita? Il nigeriano che con la moglie Prince vive nel condominio solidale, ha affidato all’amico Giuseppe il suo pensiero: “Per i migranti è decisamente difficile seguire un nuovo protocollo di regole. Intanto perché il migrante può anche non avere scelto il paese di accoglienza e non sa che regole incontrerà. Inoltre non è certo che questa sarà la sua patria adottiva, perché potrebbe andare altrove o tornare a casa. Quindi è come non essere più in un certo luogo e non essere ancora in un altro. In questa sorta di limbo, di tempo d’attesa, l’identità è la cosa più preziosa che si possiede: per questo motivo a volte assume toni caricaturali, gli unici che permettono di conservare se stesso”. Complessità di rapporti, dunque, frizioni, distanze, ma anche continua revisione delle nostre convinzioni, perché l’altro ci mette in discussione, ma facendoci crescere. “Certo la fatica c’è, quella di superare la diversità, di capire che l’altro non è come te lo immaginavi o come speravi che fosse. Ma le difficoltà vanno affrontate, perché amore non è solo romanticismo: è dare la vita per l’altro, come la si dà per la propria famiglia”. Hanno sostenuto Irene e Francesco.

Ma, di fronte ad un “evento epocale che sta sconvolgendo il mondo”, come lo ha definito Fabio Passera, si possono fare molte cose, al di là dei problemi etici, personali, politici, per “la necessità di volersi aprire a questo fenomeno non acriticamente, con buonismo peloso, ma perché ci pare una scelta doverosa, imposta dal fatto di essere persone molto prima che amministratori”. Ha spiegato il sindaco, che, quando ricevette la comunicazione del Prefetto informò immediatamente i suoi collaboratori, si rivolse al parroco e al presidente dell’Associazione “Le Ceppaie” Giorgio Campoleoni, “per capire la disponibilità reale affinché la comunità fosse preparata e guidata ad accogliere un fenomeno che nel frattempo si stava diffondendo a macchia d’olio in tutto il Paese”.

In realtà la gente ha paura di tutto ciò che è nuovo e che non conosce, terrore di qualunque processo che non governa. Però questa accoglienza, dettata dall’emergenza, ora non basta più: ecco perché l’Amministrazione comunale maccagnese, dopo che tre bandi per l’affitto di case sono andati deserti, ha deciso di dare una porzione di immobile di proprietà in comodato d’uso ad Agrisol, senza impatto economico per il Comune. “Sono stati accolti cinque di questi ragazzi e abbiamo chiesto che fossero inseriti in un’attività lavorativa, in modo tale da restituire alla comunità in parte ciò che ricevevano”. Un mese fa è stato scelto di raddoppiare gli spazi e di accoglierne fino a dieci con le medesime modalità di impegno quotidiano, nel quale si inserisce anche l’insegnamento della lingua italiana.

Nell’ambito della Rete Civica dei sindaci per l’accoglienza, la mappatura della situazione dei richiedenti asilo nella provincia di Varese ha messo in evidenza che, su 139 comuni solo 41 hanno ospitato richiedenti asilo, mentre ben 96, tra i quali 7 città con più di 10 mila abitanti, “per deliberata scelta politica hanno ostinatamente chiuso le porte a quest’esperienza”. Se ci fosse più solidarietà fra pubblici amministratori rispetto all’accoglienza diffusa, si potrebbe rispettare il tetto di 3 migranti ogni mille abitanti previsto da un accordo fra Anci e Ministero dell’Interno. Purtroppo “Siamo in una fase in cui stanno arrivando un sacco di persona che non siamo in grado di accogliere, di gestire, di cui non siamo in grado di risolvere le problematiche e questo è solo l’inizio, perché solo quando, dopo due anni, chi non avrà ottenuto il permesso di restare dovrà tornare nel suo Paese e si troverà in mezzo alla strada, potremo parlare di invasione vera”.

Allora ben vengano tutti i progetti d’integrazione concreta, soprattutto quelli che riguardano il volontariato, perché i migranti costituiscono una grande risorsa. Purtroppo la politica non sempre riesce a gestire la situazione, perché deve risolvere le emergenze, quindi, anziché pensare ad un risvolto futuribile, alcuni comuni utilizzano i migranti per affrontare problematiche che non riescono a risolvere per mancanza di fondi. Per questo motivo l’associazione “On” di Max Laudario ha proposto al Prefetto un progetto che vedrebbe una collaborazione attiva tra le comunità montane e le associazioni benefiche.

I richiedenti asilo, affidati alle comunità montane, andrebbero ad aiutare le associazioni che fanno richiesta di forza lavoro nuova e queste ultime offrirebbero corsi di formazione qualificanti, spendibili in un nuovo contesto lavorativo. Ma esistono anche altre iniziative, come quella promossa dalla Caritas Diocesana di Como, denominata “ProTetto. Rifugiato a casa mia”, che consiste nella sperimentazione di nuove forme di accoglienza e integrazione all’interno di nuclei familiari o in strutture parrocchiali e diocesane, in cui sia garantito un continuo tutoraggio e accompagnamento della persona accolta da parte di famiglie tutor. Nell’area delle Valli Varesine è stata individuata la Cooperativa Agrisol Servizi di Ferrera, alla quale ci si potrà rivolgere per offrire un’ospitalità della durata minima di sei mesi.

Nel frattempo, andiamo a riascoltare il cantautore Ivano Fossati, che nel 1992 così si esprimeva:

Mio fratello che guardi il mondo
e il mondo non somiglia a te
mio fratello che guardi il cielo
e il cielo non ti guarda.
Se c’è una strada sotto il mare
prima o poi ci troverà
se non c’è strada dentro al cuore degli altri
prima o poi si traccerà”.

© Riproduzione riservata

Vuoi lasciare un commento? | 0

I commenti sono chiusi.

"Luinonotizie.it è una testata giornalistica iscritta al Registro Stampa del tribunale di Varese al n. 5/2017 in data 29/6/2017"
P.IVA: 03433740127
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com