16 Novembre 2016

Luino, “La violenza sulle donne non è sempre uno schiaffo. Spero che lo sportello sia utile”

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Dopo l’ufficializzazione dello sportello “Donna SiCura”, presso il comune di Luino, è S.M., donna luinese, a scrivere alla nostra redazione, raccontando la sua esperienza in una lettera molto toccante.“La violenza non è sempre uno schiaffo. La violenza non sempre prevede come conseguenza un livido”, inizia così la sua riflessione.

(Foto di archivio - fra.europa.eu)

(Foto di archivio – fra.europa.eu)

Luino, “La violenza sulle donne non è sempre uno schiaffo. Spero che lo sportello sia utile”. “Ci sono tanti modi per fare del male ad una persona. Non vali niente, senza di me non sei nessuno, guardati intorno solo io ti sopporto, nessun altro ti vuole bene. La tua famiglia non ti vuole, non hai amici e quei pochi che frequenti pensano solo cose brutte di te. Nella vita non hai concluso niente.

Si chiama violenza psicologica. Può fare più male di un pugno. Può distruggere una persona, una donna, nell’anima senza che nessuno al di fuori se ne accorga. E tutto ciò purtroppo viene sottovalutato.

Le persone che la subiscono, quelle che la fanno e chi ne è a conoscenza non si rendono conto di quanto tutto ciò sia doloroso e distruttivo. Far sentire una donna sola per tenerla vicina e poter avere su di lei il controllo totale. Ci si interessa solo dei casi eclatanti. Quelli denunciabili perché c’è un referto medico. E gli altri? Gli altri casi vengono “archiviati” con una facilità e una nonchalance che fa quasi paura. Ho vissuto tutto in prima persona. Ho subito tutto sulla mia pelle. Quando ho provato a denunciare quello che dovevo sopportare ogni giorno mi sono sentita rispondere: “sono solo parole. Finché non la tocca noi non possiamo fare nulla”.

E tu hai più paura di prima. Ti senti ancora più sola e triste. Non sono solo parole. Sono un modo per distruggerti la vita e farti pensare che non valga la pena essere vissuta.

Mi sono rivolta anche a chi si occupa esclusivamente di queste situazioni familiari. La risposta? “Ma se non la picchia allora non è così violento”. Eh già. Riuscire a far pensare ad una persona quotidianamente al suicidio come unica via d’uscita non è violenza. E come la vogliamo chiamare? Se ne parla tanto, se ne parla spesso, ma chi dovrebbe aiutarti e sostenerti in queste situazioni di reale sofferenza ti fa soffrire ancora di più. Ti fa sentire una vittima, ma non una vittima che va difesa e tutelata, no, una di quelle che a quanto pare si piange addosso per nulla. Ma tutto questo non è nulla.

Io ho avuto la forza di uscirne, ma ho dovuto farlo da sola e non è giusto. Mi sono sentita dire dalle forze dell’ordine, ribadisco, “finché non la tocca noi non possiamo fare niente”. Mi hanno risposto ci chiami quando le farà qualcosa. E tu hai paura. Una paura lacerante che la volta che ti toccherà tu non farai in tempo a fare quella telefonata. E vivi nel terrore. E vivi nella solitudine delle minacce. Come lo vogliamo chiamare tutto questo se non violenza?

Siamo cresciuti in un mondo, in un ambiente, dove tutto ciò è quasi normale. È moralmente accettato. E tu comincia a dare la colpa a te stessa. Probabilmente tutto questo te lo meriti, forse non è così brutto come lo vedi tu. E quindi ti rassegni a questo stato di dolore e inadeguatezza. Vai avanti ogni giorno pensando di essere tu sbagliata. E la solitudine aumenta. Finché non ti spegni dentro. Oppure finché non trovi una ragione per combattere e per essere finalmente felice. La cosa più triste è che lo devi fare e devi lottare da sola… nessuno combatterà con te o per te”.

Si chiude così il racconto di questa donna luinese.

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