30 Settembre 2016

Il trailer di “Giovanni Segantini – magia della luce”, documentario sul più grande esponente del divisionismo

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Ecco il trailer di “Giovanni Segantini – magia della luce”, film di Christian Labhart, grande successo in Svizzera (dove ha registrato oltre 70mila spettatori), Germania e Austria (22mila spettatori). È stato premiato al Festival International du Film sur l’Art 2016 di Montréal per la Migliore Biografia. È stato invitato al Trento Film Festival 2016, ottenendo ottime recensioni.

Pittore, anarchico, emarginato, clandestino, Giovanni Segantini è riuscito a creare opere monumentali che celebrano un’immagine allo stesso tempo reale e ideale della natura e del paesaggio alpino. Nel corso della sua vita è salito sempre più in alto alla ricerca di una luce sempre più pura e la morte l’ha colto a soli quarantuno anni proprio sulle montagne dell’Engadina, a 2700 metri. Il film è un prezioso, appassionante e rigoroso ritratto del maestro di origini trentine, tra le figure più carismatiche della pittura europea di fine Ottocento. Il regista Christian Labhart evita il facile bozzetto e fa riemergere la figura dell’artista dalle lettere e dai diari, affidando i testi nella versione tedesca alla voce di Bruno Ganz e nella versione italiana a quella dell’attore ticinese Teco Celio, premiato per la sua carriera al Festival di Locarno 2015.

Note di regia. Dai diari di Giovanni Segantini: «Ho oltrepassato l’infinita pianura della tristezza, dove alla luce del sole e al buio si mescolano tutte le passioni umane. Ho visto fiori piangere e lombrichi ridere. Sì, ho vissuto senza vegetare, ho veramente vissuto». Perché Segantini? Amo i suoi quadri, sono commosso dalla malinconia silenziosa di un mondo semplice, quasi addormentato: pecore, montagne, pastori, la vita quotidiana, i lutti. Segantini cerca una spiritualità universale attraverso la natura, gli animali e gli esseri umani. Per i suoi quadri sceglie i temi fondamentali della vita: la madre, l’amore, l’eros, la sconfitta, la natura, la morte.  La vita di Segantini mi ha attratto quanto le sue opere: scrive testi per il partito socialista, convive con la moglie e quattro figli, non paga imposte o affitto. Orfano a sei anni, finì in riformatorio a Milano, da dove fuggì. Ebbe per un breve tempo uno studio a Milano, ma presto si trasferì nella luce delle montagne svizzere. Si spinse sempre più in alto, per dipingere dal vero: portò le tele a 2500 metri, lavorando in qualsiasi condizione atmosferica. La morte colse Segantini a quarantuno anni proprio in alta quota, in una baita dove viveva quando dipingeva, per un malore che a valle sarebbe stato curabile. Fece portare il letto alla finestra: «voglio vedere le mie montagne» sono le sue ultime parole. Da anni studio Segantini. Ho visitato i luoghi dove ha vissuto e costruito le sue tele a cielo aperto. Ho letto quasi tutto ciò che è stato scritto su di lui. Poi ho scoperto i suoi scritti autobiografici e le lettere. La riflessione su questi testi mi ha ancora di più avvicinato al sentire di Segantini. Mi sono aperto a nuove modalità cinematografiche, mi sono liberato dalla necessità dell’interpretazione forzata, ho deciso di lasciare parlare il protagonista: i suoi scritti illuminano al meglio la sua profonda personalità. Questo rifiuto di una narrazione convenzionale mi ha aperto nuove prospettive formali, in una ricerca del rigore nella libertà espressiva.

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