23 Settembre 2016

Maccagno, “Phototrace” e le sue “Impronte di presenza”: una creatura di Sonia Lamia

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(emmepi) Non solo l’ha pensata, cullata, nutrita, difesa, ma soprattutto organizzata, con la caparbietà che solo i bambini e gli inguaribili sognatori possono vantare di possedere…

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Maccagno, “Phototrace” e le sue “Impronte di presenza”: una creatura di Sonia Lamia. L’edizione di “Phototrace” 2016 ospitata a Maccagno con Pino e Veddasca, il 17 e 18 settembre scorsi, è una creatura che appartiene totalmente a Sonia Lamia, che per lunghi mesi ha dedicato gran parte del suo tempo a contattare i più rinomati fotografi, collezionisti ed esperti di tecniche di stampa fotografica con procedimenti antichi e artigianali, per invitarli ad esporre le loro opere e a condividere con il pubblico alcuni momenti di “creazione artigianale”. Settimane di lavoro intenso per contattare sponsor istituzionali (Amministrazione Comunale, Pro Loco, UBI Banca) e privati, preparare il fitto programma della manifestazione, ricca di laboratori e dimostrazioni; individuare le location e gli alloggiamenti degli ospiti. Per non parlare dell’organizzazione della conferenza e della tavola rotonda all’Auditorium, nonché delle due mostre “Wunderkammer” e “Impronte di presenza”, inaugurate sabato 17 settembre al Civico Museo Parisi Valle, allestite con l’aiuto di Clara Castaldo, Giorgio Bianchi, Rosaria Mendetta e Michele Campana.

Nel frattempo ha “partorito” anche “2punto8”, un’associazione fotografica e culturale non a fini di lucro nata “per garantire uno spazio di libero confronto, di partecipazione attiva alla vita sociale e culturale, aperto e democratico, in cui i giovani e i cittadini che lo desiderano, possano sviluppare le proprie aspirazioni, nelle ragioni di quello stare insieme posto alla base delle esigenze associative”.

Ma Sonia Lamia, oltre che abile organizzatrice, è a sua volta esperta fotografa, la cui passione nasce alla fine degli anni ’80 in seguito all’acquisto della sua prima Olympus OM-10 con obiettivo 50 mm. Dopo le prime esperienze su negativi a colori e diapositive, passa alle macchine di medio formato e al bianco e nero: allestisce dunque una camera oscura dotata di tre ingranditori dove, ancora oggi, sviluppa e stampa i suoi scatti. Deve a maestri come Valter Ferian, Keith Carter e Mauro Fiorese la sua formazione professionale, artistica e poetica, arricchita anche dalla frequenza di corsi coordinati da grandi fotografi quali Reza Kathir e Maurizio Bortolotti. Creatura tanto sensibile quanto schiva e riservata, Sonia, al di là delle sue indubbie competenze tecniche, riesce a descrivere i sentimenti più reconditi dell’animo umano attraverso le sue opere fotografiche, tre delle quali esposte proprio nella mostra in corso al Parisi Valle.

Si tratta di opere in bianco nero fine art, su carta baritata ai sali d’argento, con doppio bagno di fissaggio e viraggi conservativi. Una di queste, intitolata “I fiori di mia madre”, è inserita nel progetto fotografico “Oblio”, che nasce “dall’esigenza di comprendere una situazione che porta in un mondo parallelo e sconosciuto. La malattia è interpretata come una distinta entità che prende in ostaggio la persona, deformandola nei suoi aspetti morali, fisici e negli affetti: è una sorta di ritratto sull’entità stessa dell’Alzheimer”. Ecco che allora, quel vaso di fiori è testimonianza soprattutto del dolore di chi assiste, impotente, al progressivo allontanamento di chi si ama; una discesa agli Inferi senza possibilità di ritorno, fino al definitivo distacco.

Ogni mattina mia madre esce in giardino e raccoglie i fiori dalle aiuole, li compone in un bel mazzo di fiori e li mette nel vaso di cristallo: alcune volte è un barattolo di plastica, oppure un vasetto per la conserva, poi li appoggia sul tavolo sopra il centrino fatto all’uncinetto… Difficile avere la sua attenzione mentre è intenta nella sua composizione. Alcune volte il mazzo di fiori viene dimenticato e i petali dei fiori appassiscono lenti, verso la loro morte. Ma lei non si arrende: quando ormai il fiore inizia a perdere i petali e il colore diventa sbiadito, lo prende e lo pianta nella nuda terra, come a volergli dare nuova vita che non verrà… Anche nella malattia la poesia ha la sua rivincita…”.

Allora, ripensando al bell’intervento del professor Minazzi alla Tavola rotonda “Fotografia: quale memoria? Come la fotografia diventa opera d’arte. Le nuove tecniche come preserveranno il passato fotografico?”, non possiamo che essere d’accordo con lui: “La memoria è lotta…” Soprattutto per noi, che siamo chiamati a combattere contro l’oblio… della Storia, dell’anima…, con l’immensa responsabilità di tramandare alle generazioni future questo spirito guerriero, senza armi né odio, che si alimenta solo d’amore…

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