2 Settembre 2016

Luino e migranti: “Che cos’è la condivisione? Riflessioni su un’esperienza di accoglienza”

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(Di Marina Perozzi) – Che cosa spinge dei ragazzi giovani, dalla vita normale, con un lavoro, un titolo di studio, una bella famiglia, spesso con una moglie e dei figli, ad affrontare un viaggio drammatico e pieno d’incognite dal Niger, dalla Nigeria, dal Mali verso l’Europa?

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Forse il miraggio di ricchezza, di vita facile e comoda? “Il nostro desiderio è solo quello di sentirci al sicuro…”Con queste parole Henry, formazione universitaria, contabile presso una banca nigeriana, ha sintetizzato l’incontro-testimonianza che si è svolto mercoledì 31 agosto presso l’oratorio di Luino. Si è concluso così, infatti, il periodo di accoglienza temporanea di 14 richiedenti asilo che, durante il mese di agosto, sono stati ospitati dalla Parrocchia di Luino. La complessa macchina dell’ospitalità, coordinata dalla Cooperativa Agrisol, “braccio operativo” della Caritas diocesana di Como e con la collaborazione di numerosi volontari e di associazioni del territorio, ha permesso di rendere meno traumatico il distacco di queste persone dalla loro terra e dalle loro abitudini.

“Ci troviamo di fronte ad un movimento di popolazioni, di culture, che riguarda anche noi direttamente”. Aveva spiegato Marco Rigamonti, responsabile della Caritas diocesana di Como, durante il dibattito nell’ambito della festa del GIM e del mondo solidale svoltosi il 27 agosto scorso. Ecco perché la Cooperativa Agrisol concentra i suoi interventi sull’integrazione, non sull’assistenzialismo, in modo tale che, imparando reciprocamente gli uni dagli altri, culture diverse possano avvicinarsi e comprendersi. Questi giovani uomini, spesso poco più che ragazzi, arrivano con storie difficili, con tante illusioni e tanti desideri, ma sono soprattutto alla ricerca di un contatto umano, di qualcuno che abbia la pazienza di conoscerli a poco a poco, aspettando che abbiano voglia di raccontare la loro storia, perché prima deve svanire dai loro occhi lo spettro della paura.

Sì: paura, perché Osas Glad, Henry, Wisdom, Monday, che mercoledì sera hanno trovato la forza di raccontarsi davanti a circa duecento persone sedute davanti a loro, nel campo di calcio dell’Oratorio illuminato a giorno, sotto ai riflettori che accecavano i loro begli occhi tristi, hanno parlato di Boko Haram, di Isis, di proposte di lavoro ambigue, di rapimenti, minacce, torture, che hanno subito per non voler condividere pratiche contrarie alla loro morale e alla loro fede. Io li ho conosciuti tutti, quei ragazzi, giorno per giorno, incontrandoli per il difficile compito di riuscire, in poco tempo, ad insegnare loro a comunicare in italiano. Ho visto il progressivo cambiamento dei loro sguardi, prima impauriti e stanchi, poi un po’ diffidenti, quindi via via più fiduciosi e divorati dalla voglia d’imparare, di capire.

Prima silenziosi, poi sempre più curiosi, disponibili a mettersi in gioco, superando il disagio di non “essere capaci” di parlare, di leggere, di scrivere. Infine i loro sorrisi, sempre più frequenti, sempre più aperti, i loro saluti gioiosi al mattino, “Buongiorno, come stai?” “Io bene grazie, e tu?”. Un continuo esercizio di frasi, mozziconi di conversazioni che si facevano sempre più di senso compiuto e ripetute con tono sicuro… E quel ”A domani”, con la mano alzata, mentre già giocavano a pallone in cortile, giusto prima di pranzo, quando Isaiah, il loro “angelo custode”, apriva il cancello dell’oratorio al termine della mattinata, è diventato un’incrollabile certezza, da ambo le parti: certo, che ci vediamo domani! Certo! E la musica, che ancora una volta ha saputo avvicinare, prendere tutti per mano, con Patrick, tra i più giovani del gruppo, che non poteva fare a meno di sedersi al pianoforte ogni momento libero della giornata. Quel pianoforte che è stato accordato per lui, proprio pochi giorni fa, e che ora, nel corridoio del piano terra, è diventato un irresistibile richiamo al canto e alla danza, per tutti, anche per noi…

E il giovane Mamadou, “Io vengo dal Mali”, uno dei due ragazzi francofoni, con la sua timidezza e il suo doppio isolamento linguistico, nel gruppo di compagni anglofoni… Mamadou che ci osservava con gli occhi sgranati e sognanti, quasi del tutto incapace di comprendere, ma che non si è mai perso d’animo e che gli altri proteggevano come delle amorevoli chiocce. Monday, con il suo ostinato chiedere il perché il colore rosso, diventa la maglietta “rossa”, litigando con i singolari, i plurali, i maschili e i femminili e arrabbiandosi perché la lettera Z ha un suono così simile alla S di “casa”…

Mussad, il mio eroe, perché, con i suoi due metri d’altezza, era in grado di attaccare senza alcuno sforzo tutti i cartelli che giorno dopo giorno andavamo ad appendere alle pareti della nostra aula. E Wisdom, a cui piacciono lo zucchero e il cioccolato, con la sua risata contagiosa e la battuta pronta, il suo bonario prendere in giro i compagni… Christian il taciturno, così ordinato, preciso, meticoloso, nel ricopiare lettere, incollare schede, comporre semplici parole con sillabe piane, pronunciate lentamente, ma senza mai fallire. Henry, il contabile, sempre chino sul quaderno, intento a scrivere… Henry sempre immerso nella lettura di libri in inglese… Henry, che lavorava in banca e che ha abbandonato, come gli altri, una vita di benessere per affrontare l’ignoto, in un paese dal quale, tra un anno, quando comparirà davanti alla Commissione, forse sarà respinto…

Mercoledì sera, dopo il momento di gioia, con le foto, i canti, le partite al calcio-balilla, la cena insieme ai volontari e ai ragazzi di Don Massimiliano, condividendo l’allegria che rende le voci tutte uguali, quella panchina, sotto ai riflettori, il cuore a mille, il viso tirato, gli occhi di nuovo persi nel vuoto, hanno accettato di raccontare, sapendo di farsi del male, ma l’hanno fatto per farci comprendere che non sono venuti per rubarci il lavoro, le case, gli alberghi, i soldi. Non sono venuti per farsi mantenere, per prendersi gioco di noi e delle nostre leggi, per sfruttare il nostro buon cuore. Sono venuti perché non avevano scelta, perché non è loro permesso avere un passaporto, andare in un aeroporto e prendere il primo volo in partenza.

Ho sofferto per loro, mercoledì sera, perché, durante quei racconti così terribili, così simili tra loro, ho visto la paura tornare nei loro occhi, i loro volti tirati, il sorriso sparito dalle loro labbra; ho visto delle anime nude, che si offrivano al nostro sciocco e superficiale giudizio, consapevoli che a breve saranno trasferiti in una nuova struttura, ancora una volta temporanea (le Ceppaie, a Maccagno con Pino e Veddasca), dove proseguiranno questo percorso così difficile, al termine del quale quasi sicuramente con ci sarà un’ “happy end” da raccontare ai loro figli come facciamo noi quando narriamo le favole ai bambini.

Ma chissà, forse, nel campo sportivo dell’oratorio di Luino, mercoledì sera è stato piantato un seme… perché se qualcuna delle persone sedute laggiù, tornando a casa, si sarà sentita un po’ diversa, significa che qualcosa sta cambiando davvero e allora la convivenza e la fratellanza saranno realmente possibili.

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