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28 Agosto 2016

Germignaga, la storia di due migranti per comprendere le diversità socio-culturali

Tempo medio di lettura: 3 minuti

Perché chi fugge da una guerra ha più diritto di accoglienza nel nostro paese rispetto a chi scappa per povertà o per motivi etnico-religiosi? Come affrontare quella che ormai non è più un’emergenza ma un fenomeno costante negli anni, cioè la migrazione?

Germignaga, la storia di due migranti per comprendere le diversità socio-culturali. Si è dibattuto di questo e di moltissimi altri temi ieri pomerigio a “ÉQUA LA FESTA”, Festa del GIM e del mondo solidale, in programma questo weekend al boschetto di Germignaga. Il titolo di questa edizione è infatti “Popoli in movimento, società in cambiamento”. Un’occasione per provare a raccontare l’esperienza dell’arrivo degli immigrati in Italia ed in particolare nel nostro territorio dai due punti di vista, quello di chi cerca accoglienza e quello di chi prova a rispondere a questo bisogno.

Dal dopoguerra in avanti l’Asilo Mariuccia, oltre che donne ha cominciato ad ospitare ragazzini, orfani. Proprio ieri realtà locali come la fondazione “Asilo Mariuccia”, l’associazione “Le Ceppaie”, la cooperativa Agrisol e testimoni, che hanno affrontato il viaggio della speranza, hanno regalato ai cittadini l’opportunità di riflettere sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, a livello nazionale ma soprattutto locale. Lo spazio a Milano non era più sufficiente e la fondazione ha perciò acquisito il territorio nel luinese. Una storia che viene quindi da lontano quella della comunità che ospita oggi (ormai da tre anni) migranti, e lavora quotidianamente affrontando la situazione non più come un’emergenza. Gli ospiti dell’Asilo Mariuccia, in attesa di vedersi concesso un permesso di soggiorno o un asilo politico, attraverso l’impegno costante degli educatori imparano a convivere, studiano l’italiano, vengono impiegati in lavori utili alla comunità e al territorio e frequentano laboratori per imparare un mestiere. Ma non è certamente facile per chi fugge da situazioni difficili integrarsi in un territorio che non è sempre e automaticamente disposto ad accogliere.

Marco Rigamonti della cooperativa Agrisol punta l’attenzione su quello che è infatti il problema che nasce dall’incontro di culture diverse. Le esigenze di chi arriva e di chi ospita sono inevitabilmente differenti, non sempre facilmente conciliabili, ma di fronte ad un movimento di popolazioni ormai continuo il percorso di integrazione dei migranti è e deve essere ormai interesse di tutta la cittadinanza. Chi arriva da paesi poveri, chi ha vissuto situazioni estremamente complesse si aspetta spesso di trovare in Italia il paradiso e finisce con il ritrovarsi deluso una volta che si è scontrato con i problemi nell’avere asilo, protezione o un permesso di soggiorno. Agrisol oltre a coinvolgere i ragazzi che ospita e accoglie in attività ricreative in condivisione con la cittadinanza, insegna loro l’italiano e li coinvolge in impieghi lavorativi.

I ragazzi dell’associazione “Le Ceppaie”, che hanno condiviso la loro abitazione (il piano di sotto del complesso in cui vivono, ndr) con 27 nigeriani accolti da Agrisol, raccontano di aver collaborato volentieri con la cooperativa perché basa il suo lavoro non sull’assistenzialismo ma sull’integrazione. Liliana ci parla di un’esperienza di scambio culturale e umano che è divenuta una grandissima ricchezza.

Ricchezza, quella del cuore, è anche ciò che lascia l’ascolto delle storie di chi il viaggio della speranza l’ha affrontato sul serio. Comincia Christian, oggi collaboratore di Agrisol. “Nel 1998 mio padre è morto – racconta Christian, che è arrivato in Italia dal Togo –, mia madre mi ha sempre detto che lui aveva fatto del suo meglio per noi e che io avrei dovuto lottare per me stesso”. E lottare per sé stesso ha significato, dopo una laurea in antropologia, affrontare un viaggio difficile che l’ha portato prima a Pistoia e poi a Como. “Non sapevo cosa fare – continua Christian – credevo che fosse diverso qui, invece mi sono reso conto che era difficile, che dovevo imparare bene l’italiano e non potevo studiare lavorando solo poche ore alla settimana. Ho capito che dovevo conoscere molto del paese che mi ospitava per viverci bene”. Christian, ospitato a Como da un amico, dopo mesi difficili e molto duri, ha avuto la sua occasione proprio con Agrisol. Oggi con la cooperativa fa da ponte tra chi arriva e i cittadini, gli educatori e riesce ad aiutare sua mamma in Africa, quella terra sofferente in cui un giorno vorrà tornare.

E chissà se mai potrà tornare John nella sua terra d’origine. Il ragazzo legge ai presenti una lettera davvero emozionante e commovente. Cresciuto in una famiglia cristiana John si è innamorato di una ragazza musulmana, dalla quale ha avuto un bambino, che oggi ha dovuto lasciare alla famiglia di suo fratello. Perché? Perché la sua donna dopo il parto è venuta a mancare e i fratelli che già non condividevano la scelta di vita della sorella con un cristiano hanno cominciato a cercarlo per ucciderlo. John è dovuto scappare e oggi qui in Italia fa il lavoro di custode per Agrisol a Colmegna. I suoi occhi raccontano molto di ciò che ha vissuto, la sua bocca pronuncia parole di gratitudine per chi lo ha salvato e lo accoglie ancora oggi.

Perché anche John è fuggito da una guerra, una sua guerra personale, difficilissima da vincere.

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