(Diego Intraina) – “Un paradigma e due facce della stessa medaglia”, è questo il resoconto in una frase dei due eventi che hanno visto protagonista l’Ospedale di Luino lunedì scorso. “Un’analisi territoriale sulla salute porterebbe alle stesse soluzioni di difesa oppure aprirebbe a dei nuovi paradigmi? Si ritiene indispensabile questo supporto d’analisi per affrontare le inevitabili “politiche di decomposizione” oggi da tutti percepite?”

Sull’Ospedale di Luino “linguaggio a due tempi”: il politichese e quello pragmatico. Mi dispiace, ma l’articolo sul consiglio comunale di Luino, nonostante scritto con ottima scrupolosità e perizia giornalistica non rappresenta la reale percezione della serata. Si è parlato solamente, purtroppo, più di un’ora e mezza evitando di discutere dei contenuti delle mozioni sulla forma: tre mozioni piuttosto di una; discutibile presentazione di una mozione da parte della maggioranza; commissioni pre-convocate che sembra non servano a nessuno, visto che non riescono a fare sintesi sui problemi e nemmeno chiarezza sulle procedure ecc..
Dei reali contenuti delle mozioni e di un seria discussione dialettica sui contenuti sembrava che non interessare a nessuno, salvo per indicare in modo polemico alcuni evidenti errori di scrittura o di inutili precisazioni di responsabilità. Atteggiamento reso ancora più eclatante dal fatto che lo stesso presidente del Consiglio Comunale ha ritenuto inutile le letture dei testi lasciando scrupolosamente il poco pubblico nell’ignoranza. Insomma un consiglio comunale “inutile” che, a parte i primi 15 minuti per approvare alcune variazioni di bilancio, non ha fatto altro che confermare l’effettivo disagio in cui si trova il linguaggio politico quando deve discutere di problemi politici strutturali e in questo caso sovracomunali. Imbarazzo che viene provocato e irrisolto dialetticamente con improvvise alzate di scudi in difesa di decisioni prese altrove: posizioni di parte molto spesso ancora in corso d’opera. In questo caso l’autonomia e il buon senso territoriale, anche se si parla di salute e di qualità della vita, va scrupolosamente in secondo piano.
Ma il mio ostinato ottimismo non è rimasto cieco e vuole forzatamente giustificare l’accaduto trovando delle precise cause: uno di questi potrebbe essere stato il troppo caldo della sala consiliare e la successiva obbligata presenza degli stessi interlocutori all’assemblea germignaghese convocata dal comitato per la difesa dell’ospedale di Luino indetta mezz’ora dopo la fine del consiglio. Questa seconda motivazione è sicuramente la più preoccupante e comunica perfettamente lo stato di malessere della politica istituzionale del Comune di Luino (solo del comune di Luino, visto che gli altri comuni non sembrano interessati a dibattere nelle loro Assemblee).
Difatti qui il linguaggio, e forse è causa dell’aria condizionate dell’eccellente struttura germignaghese, è improvvisamente cambiato, si è passati dall’astratto e burocratico politichese a radicale pragmatismo: questo abbiamo (o avevamo) e questo vogliamo. Strategia differente e impositiva (a mio parere perdente) che però ha lasciato spazio ad alcune frammentarie considerazioni dibattimentali che mi sembra valga la pena però di riconsiderare. Si è citata l’esistente e la dimenticata sino ad oggi complessità territoriale, condizione che invece sembra da ritenere, con il senno del poi, una delle varianti fondamentali al fine di riuscire senza pregiudizi a giudicare e strutturare una strategia territoriale sulla salute.
Sembra diventare auspicabile e sempre più necessaria, visto la confusione nella comunicazione in questi mesi dei dati e delle percezioni, un’analisi territoriale che interpreti la qualità demografica (età), la sua localizzazione e capacità relativa di mobilità. Dunque una condizione territoriale che genera dei particolari bisogni e di conseguenza specifiche risposte difficilmente generalizzabili o omologabili ad un ambito regionale. È evidente che, un territorio con una conformazione corografica complessa come il luinese, che a nord (e non solo) presenta delle valli a fondo cieco con un invecchiamento significativo della popolazione, ha esigenze diverse da quello che ha una natalità accentuata e dunque richiede risposte diversamente adeguate al caso; anche se non dobbiamo dimenticarci che queste dinamiche demografiche non sempre sono da considerare progressive o definitive. La mobilità d’urgenza, accentuata dalle differenti caratteristiche demografiche e territoriali, è lei stessa un argomento da trattare sensibilmente, individuando alternative tecnologiche possibili su cui bisognerebbe fare una seria riflessione. Il raggiungimento d’urgenza di certe località con la Croce Rossa tradizionale e in periodi particolari è quasi impossibile; forse, andare a Luino o a Cittiglio con un elicottero, stazionato magari in loco non risulta più essere così diverso e impraticabile se si assommano i tempi necessari di salita e discesa dalle valli di un’autombulanza.
In un’attenta strategia territoriale sulla salute, è una considerazione giusta e incisiva voler affiancare alla condizione dell’ammalato il disagio della famiglia; considerare questa condizione vuol dire alzare il livello della qualità della vita, dunque è sicuramente importante e pertanto necessario proporre alcune soluzioni mirate, che sono già state sperimentate all’estero e probabilmente anche in alcune realtà italiane. Non sempre bisogna inventare. Altra considerazione territorialista, ritrovabile evidentemente in modo diverso, anche nella storia narrata da Pierangelo Frigerio in merito alla localizzazione del primo ospedale a Luino, è stata quella più volte ricordata con rimpianto in sala, ormai a buoi scappati.
La soluzione che proponeva di centralizzare i due ospedali (Luino, Cittiglio) in un nuova struttura in Valcuvia; soluzione che potrebbe ancora, anzi dovrebbe, in ogni caso imporre una riflessione visto l’evidente nostalgia. Mi chiedo: il rimpianto, forse, richiama alla luce una consapevolezza di un magro destino che ci può portare alla lucidità e permettere di rinunciare ai soliti pensieri pregiudiziali? Se l’ordine della possibilità di concentrare le due strutture, all’ora negata e oggi rimpianta, è nuovamente percorribile, perché non decidere serenamente su questa ottimizzazione, magari concentrandosi su una delle due strutture esistenti? Questa riflessione dovrebbe perlomeno essere valutata partendo da alcune considerazioni a cui lascio rispondere ai tecnici: funziona meglio un centro ospedaliero completo di tutte le professionalità, o due centri specialistici che potrebbero avere evidenti problemi di relazione? So di semplificare quando penso: nel mentre si sta svolgendo un’operazione alla struttura ossea di una futura mamma può essere possibile e urgente il bisogno di avere a disposizione un cardiologo o un ginecologo? Questa condizione (e i medici potrebbero trovare altri casi) è più facilmente affrontabile in un ospedale unico o in due decentrati e specializzati?
Altre domande: in una possibile struttura unitaria e concentrata il rapporto con l’università potrebbe risultare maggiormente possibile e facilitato? L’interscambio di professionalità (medici, tecnici ecc.) sarebbe più facile e possibile? L’ospedale diventerebbe una struttura più appetibile per la carriera di eventuali medici e dunque luogo di sviluppo della ricerca medica e pertanto espressione di una migliore qualità medica? Il rafforzamento dell’unitarietà della struttura, in questo caso pubblica, andrebbe ad indebolire l’attuale tendenza aggressiva delle strutture private di cui oggi vediamo il fiorire grazie all’insoddisfazione tecnica (ecc.) dei centri decentrati? Ancora: la risposta attraverso “ospedali minori specializzati” sono una risposta giusta alle aspettative e alle esigenze di un territorio decentrato come il nostro lontano dai centri d’eccellenza universitari (Varese, Milano, Pavia ecc.)?
Arrivo all’ultimo punto che probabilmente è l’unica soluzione ammissibile e percorribile in questo attuale momento politico e in questo insistere nel volersi mantenere nel paradigma tradizionale. Ho apprezzato e condivido l’indispensabile intuizione del sindaco di Germignaga quando dice: non si va da nessuna parte se non si strutturano i luoghi delle decisioni con la presenza di quella rappresentanza decentrata che tutti i giorni deve necessariamente risponde ai bisogni della gente.
È senz’altro vero: la presenza dei sindaci deve essere con forza presente, o ben rappresentata, nella stanza Regionale dove si prendono le decisioni in merito alla salute pubblica e gli ospedali sono proprio uno di quei luoghi della salute. La loro missione però non dovrà essere di solo controllo (esercizio di per sé già importante), ma anche quella di “portatori sani” di un quotidiano sapere territoriale capace di fare proposte concrete e, perché no, anche d’individuare capacità di adattamento verso possibili soluzioni alternative, purché in queste soluzioni non venga dimenticato il valore della vita come l’unica vera finalità.
Però, questa responsabile presenza/coscienza non può non essere necessariamente supportata da conoscenze dettagliate e da studi specifici, di cui non possiamo più fare a meno e che varrebbe la pena al più presto di commissionare a un team di specialisti composto da territorialisti, economisti e medici che sappiano avanzare ipotesi strutturali e sostenibili. Tali studi, ed è giusto dirlo subito, dovranno indistintamente confrontarsi con le diverse espressioni politiche e soprattutto con tutte (e non solo con una parte, oggi sembra che esistano ben due comitati) quelle organizzazioni civili presenti.
Credo che questo sia una delle prime azioni di responsabilità che i sindaci (oppure l’unione delle Comunità Montane, o l’ufficio del Piano di Zona sicuramente più vicino alle problematiche territoriali e parte di una strutturata rete di attivismo sociale), per qualificare e imporre la loro presenza, dovrebbero urgentemente deliberare. In questi casi d’elaborazione del sapere territoriale, non basta la buona e individuale volontà, ci vogliono processi intuitivi supportati da veri e propri strumenti d’analisi, che coinvolgano l’intera cittadinanza e successivamente li veda trasformarsi e concretizzarsi in una sintesi condivisa. Non ci si può confrontare e imporsi su Dirigenti sanitari e poteri politici che usano il linguaggio dei numeri come lame taglienti, solo attraverso narrazioni pressapochiste che partono da intuitive percezioni che non sono supportate da concrete e quantificate valutazioni oggettive.
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