6 Maggio 2016

Recensione e trailer di “Un mondo fragile”, film tra poesia e umanità sudamericana

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(Recensione di Elena Rimondo per “storiadeifilm.it“) – “Un mondo fragile” è un film di César Augusto Acevedo, con Haimer Leal, Hilda Ruiz, Marleyda Soto, Edison Raigosa e José Felipe Cárdenas. Il regista indaga il presente e il recente passato del suo paese, la fase acuta di una crisi sociale esplorata da un cinema intraprendente, vivo, necessario.

Al­fon­so, un uomo ormai an­zia­no, torna a casa dopo di­cias­set­te anni per ac­cu­di­re il fi­glio gra­ve­men­te ma­la­to ai pol­mo­ni. Il luogo che aveva la­scia­to, però, non esi­ste più. Ormai la casa è cir­con­da­ta da pian­ta­gio­ni di zuc­che­ro dove ogni gior­no ven­go­no ap­pic­ca­ti in­cen­di per fa­ci­li­ta­re il la­vo­ro dei ta­glia­to­ri, col ri­sul­ta­to che quasi tutti gli abi­tan­ti se ne sono an­da­ti in città per sfug­gi­re alla ce­ne­re e al fumo.

Sto­rie paz­ze­sche, “Il se­gre­to dei suoi occhi”, “Desde allá”, “Vul­ca­no” e “Un mondo fra­gi­le”: film che rac­con­ta­no le sto­rie più varie e che ap­par­ten­go­no a ge­ne­ri di­ver­si, ma ca­rat­te­riz­za­ti da un co­mu­ne de­no­mi­na­to­re, ov­ve­ro il Su­da­me­ri­ca. Sem­bra che negli ul­ti­mi anni la set­ti­ma arte stia traen­do nuova linfa vi­ta­le dal­l’A­me­ri­ca La­ti­na, e non più dalla parte set­ten­trio­na­le del con­ti­nen­te. È forse il modo più au­ten­ti­co, più au­da­ce di rac­con­ta­re sto­rie la chia­ve del suc­ces­so (più di cri­ti­ca che di pub­bli­co, a dire il vero) del ci­ne­ma su­da­me­ri­ca­no da qual­che tempo a que­sta parte, e “Un mondo fra­gi­le” ne è la prova.

Nien­te ef­fet­ti spe­cia­li, lun­ghi si­len­zi, ritmo lento, ep­pu­re la tri­ste sto­ria di Al­fon­so e della sua fa­mi­glia com­muo­ve come poche altre. Il film ini­zia in me­dias res, con un uomo an­zia­no che torna nella sua casa da cui manca da molti anni. Di cosa abbia fatto tutto que­sto tempo sap­pia­mo solo che ha abi­ta­to in un posto che lui de­fi­ni­sce bel­lis­si­mo, ma, trat­tan­do­si pro­ba­bil­men­te della città, ri­sul­ta dif­fi­ci­le cre­der­gli. Con­tra­ria­men­te a quan­to si po­treb­be pen­sa­re di primo ac­chi­to, Al­fon­so non è tor­na­to per tra­scor­re­re gli ul­ti­mi anni della sua vita nella casa na­ta­le, bensì per as­si­ste­re il fi­glio mo­ren­te. Al ca­pez­za­le del fi­glio Al­fon­so in­con­tra per la prima volta la gio­va­ne nuora e il ni­po­ti­no, oltre alla mo­glie, una donna ran­co­ro­sa con la quale ha un rap­por­to a dir poco con­flit­tua­le. I dis­si­di tra i due ven­go­no esa­spe­ra­ti dalla con­vi­ven­za for­za­ta, dalla ma­lat­tia del fi­glio e, ul­ti­mo ma non meno im­por­tan­te, dalle con­di­zio­ni am­bien­ta­li. La casa di Al­fon­so è sì cir­con­da­ta dal verde, ma non quel­lo della fo­re­sta, bensì quel­lo delle ster­mi­na­te pian­ta­gio­ni di canna da zuc­che­ro nelle quali la­vo­ra­no la mo­glie e la nuora di Al­fon­so. Ogni sera ven­go­no…(per continuare a leggere la recensione cliccare qui –>> “storiadeifilm.it”).

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