3 Settembre 2015

Il 33esimo anniversario dall’omicidio del Generale Dalla Chiesa. Mattarella: “Esempio per le nuove generazioni”

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Sette corone di fiori sono state deposte in via Isidoro Carini a Palermo, davanti alla lapide che ricorda il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, uccisi il 3 settembre di 33 anni fa nel capoluogo siciliano. Durante la cerimonia in ricordo delle vittime è stato osservato un minuto di silenzio, seguito da un lungo applauso, che è stato preceduto dall’esecuzione del silenzio intonato dai militari dell’Arma.

(artspecialday.com)

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La dichiarazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al 33esimo anniversario della morte di Dalla Chiesa. “Il sacrificio di uomini e donne impegnati nella lotta alla violenza mafiosa e nella strenua difesa dei principi democratici costituisce un costante e severo richiamo, per le istituzioni e i cittadini, a una comune offensiva contro ogni forma di criminalità organizzata e le sue ramificazioni nel tessuto sociale”. Lo afferma il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in una dichiarazione nella ricorrenza del 33esimo anniversario del vile attentato in cui persero la vita il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. “Desidero – riprende – rendere il partecipe e commosso omaggio del popolo italiano e mio personale alla loro memoria. Il Prefetto Dalla Chiesa, con la sua inflessibile battaglia contro l’insidiosa opera di organizzazioni terroristiche e criminali e la sua azione intelligente e tenace, rappresenta particolarmente per le nuove generazioni un grande esempio”. Il Capo dello Stato richiama alla offensiva “contro ogni forma di criminalità organizzata e le sue ramificazioni nel tessuto sociale” e ricorda che “con la ferma convinzione che la salvaguardia dei valori della democrazia e della libertà vada garantita con la mobilitazione e il contributo di tutti i soggetti istituzionali e delle forze politiche e sociali, rinnovo le espressioni di vicinanza alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo”.

La cerimonia di questa mattina a Palermo. Alla commemorazione hanno preso parte le figlie del generale, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Tra gli altri rappresentanti delle Istituzioni, oltre a quelli delle forze dell’ordine, erano presenti anche il vicepresidente dell’Ars Giuseppe Lupo e l’assessore regionale alla Formazione Mariella Maggio. Poi la cerimonia presso la caserma intitolata al generale, sede del comando regionale dei carabinieri.

La carriera del Generale Dalla Chiesa, una vita contro la criminalità. Dalla Chiesa era già stato in Sicilia come ufficiale dei carabinieri dal 1949 ai primi anni ’50 e successivamente dal 1966 al 1973. Da generale aveva coordinato la lotta al terrorismo ed era stato nominato prefetto di Palermo dopo l’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, per fermare la mattanza mafiosa. Aveva chiesto più volte, ma senza ottenerli, poteri effettivi di coordinamento della lotta a Cosa nostra. Cento giorni di impegno determinato, oltre ogni ostacolo, e di solitudine. Fino al tragico epilogo. Quel venerdì sembrò davvero che fosse per sempre “morta la speranza dei palermitani onesti”. Durante i funerali, il cardinale Salvatore Pappalardo tuonò dall’altare usando le parole di Tito Livio: “Dum Romae consulitur… Saguntum espugnatur. Mentre a Roma si pensa sul da fare, la citta’ di Sagunto viene espugnata e questa volta non è Sagunto, ma Palermo! Povera Palermo nostra”.

Restano le ombre sull’omidicio. I mandanti e alcuni esecutori sono stati condannati all’ergastolo, ma come disse l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso, “per gli omicidi eccellenti bisogna pensare a mandanti eccellenti”. La loro ricerca sembra non avere fatto alcun passo avanti e l’unica verità giudiziaria è compendiata nelle sentenze di condanna per due sicari e per i vertici della cupola tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calò. “Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacita’ del generale”, affermò la sentenza con cui nel 2002 la corte d’Assise inflisse l’ergastolo i killer Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia, e a 14 anni i pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca, il prefetto spiegò che “un uomo viene colpito quando viene lasciato solo”. E il pubblico ministero Nico Gozzo nella sua requisitoria parlò di “un delitto maturato in un clima di solitudine: Carlo Alberto Dalla Chiesa fu catapultato in terra di Sicilia nelle condizioni meno idonee per apparire l’espressione di una effettiva e corale volontà dello Stato di porre fine al fenomeno mafioso”.

Inevitabili, secondo il magistrato, gli effetti di questo “abbandono”. “Cosa nostra ritenne di poterlo colpire impunemente perchè impersonava soltanto sé stesso e non già, come avrebbe dovuto essere, l’autorità dello Stato”. Gli uomini della cupola erano già stati condannati nel maxiprocesso nato proprio da un rapporto di Dalla Chiesa contro 162 esponenti di Cosa nostra e consolidato, nel suo impianto accusatorio, dal contributo di alcuni grandi pentiti come Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Francesco Marino Mannoia.

Il “superprefetto”, nato a Saluzzo (Cuneo) il 27 settembre del 1920, ritornò a Palermo con procedura d’urgenza dopo avere affrontato la malavita del nord, la mafia siciliana e le brigate rosse. Era la sera del 30 aprile del 1982, poco dopo l’uccisione del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, terzo uomo politico assassinato nel giro di qualche mese dopo Piersanti Mattarella, democristiano, presidente della Regione siciliana, e Michele Reina, segretario della Dc palermitana. Ma durante i suoi cento giorni a Palermo non ebbe quei poteri speciali più volte inutilmente richiesti.

“Non so perchè ma ho sempre avuto la sensazione che mio padre, amato anzi amatissimo in tutta Italia, in realtà a Palermo fosse di serie B, rispetto a chi ci ha messo la vita per difendere la Sicilia e i siciliani, probabilmente perchè non era siciliano. Però è anche vero che da quella sera è cambiato molto”. Lo ha detto la figlia del generale Dalla Chiesa, Rita, che insieme alla sorella Simona era presente. Rita Dalla Chiesa aveva chiesto nei giorni scorsi che fosse ripulita la lapide in ricordo del padre. “I siciliani, da quella sera che mio padre, Emanuela e Domenico Russo sono stati uccisi, secondo me, hanno cominciato a capire e a ribellarsi – ha aggiunto -. Credo che i siciliani siano persone come tante ce ne sono in tutta Italia, e hanno purtroppo dei problemi con i quali convivere, molto più forti, molto diversi. Se si liberassero finalmente da questi problemi potremmo avere una Palermo, che tutto il mondo ama, e dove per girare il mondo non c’è bisogno di prendere le magliette io non sono mafioso”.

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