12 Novembre 2014

La Cassazione toglie ad una coppia un bambino nato da madre surrogata. Predisposta l’adozione

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La Cassazione sbarra il passo alla pratica della maternità surrogata e alla possibilità che i figli nati all’estero con questo tipo di “accordi” possano essere riconosciuti legittimamente anche in Italia. Una coppia di Brescia ha infatti perso la prima causa approdata alla Suprema Corte e tesa al riconoscimento di un figlio nato in Ucraina da una madre surrogata che si era resa disponibile a soddisfare il desiderio di genitorialità di marito e moglie. Per il presidente dell’Aibi (Associazione Amici dei Bambini), Marco Griffini, questa sentenza potrebbe avere un “impatto devastante”.

(avvenire.it)

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Il caso della coppia che ha avuto un figlio da una madre surrogata. La decisione “pilota” ha portato all’adozione del bambino nato in Ucraina da madre surrogata, con il via libero definitivo degli “ermellini”. I coniugi bresciani, oggi cinquantenni, non potevano avere figli e per tre volte era stata respinta la richiesta di adottare in Italia. Così, ad avviso dei supremi giudici, l’Italia non riconosce la pratica della “fecondazione extracorporea” e, quindi, quel piccolo è come se fosse figlio di nessuno e occorre trovargli una famiglia dato che la coppia ha cercato di mentire sulla sua nascita.

La Procura generale della Cassazione vorrebbe revocare lo stato di adottabilità. Di diverso avviso invece è stata la Procura generale della Cassazione rappresentata da Francesca Cerioni che aveva chiesto la revoca dello stato di adottabilità e la “restituzione” di Tommaso a quelli che si erano spacciati per i suoi veri genitori e che al loro rientro dall’Ucraina erano stati “scoperti” e denunciati per frode anagrafica. Dalle indagini era subito emerso che nè il marito nè la moglie erano in grado di procreare: alla signora era stato asportato l’utero da tempo e l’uomo era affetto da oligospermia. La coppia alle strette ammise di aver avuto quel bambino in Ucraina da una madre “in affitto”, che una volta partorito non aveva voluto che il suo nome figurasse sul certificato di nascita del bebè e dunque, adesso, non è nemmeno rintracciabile. Fatto sta che questa vicenda non è in regola nemmeno con la legge Ucraina che prevede che almeno il 50% del patrimonio genetico appartenga alla coppia “committente” e che gli ovociti non siano della gestante. Comunque il parere della Suprema Corte non sarebbe cambiato data la totale contrarietà giuridica a questo tipo di “committenza”.

La richiesta dei “genitori” per avere ancora “Tommaso” e la sentenza 24001. Senza successo, marito e moglie hanno chiesto alla Cassazione di lasciargli il bambino sostenendo che i tempi sono maturi perchè l’Italia provveda a “individuare i valori condivisi dalla comunità internazionale armonizzandoli con il sistema interno”. Gli “ermellini” – con la sentenza 24001, presidente Gabriella Luccioli, relatore Carlo De Chiara – hanno replicato, pur riconoscendo che il Consiglio d’Europa su questo tema lascia i Paesi membri abbastanza liberi di darsi regole, che “l’ordinamento italiano, per il quale la madre è colei che partorisce, contiene un espresso divieto, rafforzato da sanzione penale, della surrogazione di maternità, ossia della pratica secondo cui una donna si presta ad avere una gravidanza e a partorire un figlio per un’altra donna”. Questo divieto – prosegue il verdetto – non è stato “travolto dalla declaratoria di illegittimità costituzionale parziale dell’analogo divieto di fecondazione eterologa, pronunciato dalla Consulta con la recente sentenza 162 del 2014”. Ed è posto “a presidio di beni giuridici fondamentali”, quali “la dignità umana, costituzionalmente tutelata, della gestante e l’istituto dell’adozione, con il quale la surrogazione di maternità si pone oggettivamente in conflitto perchè soltanto a tale istituto, governato da regole particolari poste a tutela di tutti gli interessati, in primo luogo dei minori, e non al mero accordo delle parti, l’ordinamento affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato”.

Per il presidente dell’Aibi (Associazione Amici dei Bambini), Marco Griffini, questa sentenza potrebbe avere un “impatto devastante”. “Ancora una volta – afferma Griffini – assistiamo ad un caso in cui è la magistratura che fa le leggi. Siamo davanti ad una sentenza pericolosa perchè le statistiche parlano di migliaia di coppie che vanno in Ucraina ricorrendo alla pratica dell’utero in affitto”. Il presidente dell’Aibi coglie l’occasione per ricordare la necessità di investire sulle adozioni internazionali: “Ci sono milioni di bambini abbandonati. Investiamo sulle adozioni internazionali”. (ANSA)

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