Lavorare in Svizzera continua a rappresentare un’importante opportunità economica per migliaia di famiglie del Varesotto e del Luinese. Ma dietro le retribuzioni più elevate rispetto a quelle italiane si nasconde un costo meno evidente: quello degli spostamenti quotidiani, delle spese di trasporto e del tempo sottratto alla vita privata.
È quanto emerge dalla ricerca presentata sabato 24 ottobre al Centro Congressi Ville Ponti di Varese, in occasione del convegno “Lavorare oltre confine: condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri”, organizzato da Cisl dei Laghi, Cisl Piemonte Orientale, Cisl Sondrio e Ocst, con il contributo scientifico di BiblioLavoro.
L’indagine, condotta su 1.542 lavoratori transfrontalieri, restituisce una fotografia articolata delle condizioni di chi attraversa quotidianamente il confine per raggiungere il posto di lavoro in Svizzera. Tra i dati più significativi, il peso della mobilità: il 31,7% degli intervistati impiega oltre 90 minuti al giorno per gli spostamenti casa-lavoro, mentre il 73,2% utilizza prevalentemente l’auto privata.
A questi aspetti si aggiungono le difficoltà nell’accesso al telelavoro, le preoccupazioni legate al potere d’acquisto e un giudizio critico sul welfare aziendale.
Il tempo necessario per raggiungere il posto di lavoro rappresenta una delle principali criticità evidenziate dalla ricerca.
Il 31,7% dei frontalieri intervistati trascorre più di un’ora e mezza al giorno tra andata e ritorno. Nel dettaglio, il 14,6% impiega tra 91 e 120 minuti, il 9,7% tra due ore e due ore e mezza, mentre una quota più contenuta supera le tre ore quotidiane.
Per chi parte ogni mattina dal Luinese, dalla Valcuvia e dagli altri comuni dell’Alto Varesotto, il tema è particolarmente concreto. Il tragitto verso il Canton Ticino non incide soltanto sulla durata della giornata lavorativa, ma anche sul tempo da dedicare alla famiglia, al riposo e alle attività personali.
Il pendolarismo diventa così una questione di qualità della vita, oltre che di infrastrutture e traffico. Una parte della giornata viene infatti assorbita da strade congestionate, code ai valichi e collegamenti che non sempre consentono di raggiungere agevolmente i principali poli occupazionali ticinesi.
La ricerca conferma la forte dipendenza dall’automobile. Il 73,2% degli intervistati utilizza prevalentemente un mezzo privato per recarsi al lavoro, mentre il treno rappresenta il mezzo principale per il 10,5%.
Seguono moto e scooter, con il 6%; la combinazione di più mezzi, con il 3,8%; l’auto aziendale, con il 3,4%; e il carpooling, che si ferma al 2,6%. L’autobus rappresenta appena lo 0,5%.
I dati evidenziano il ruolo ancora limitato del trasporto condiviso e le difficoltà del trasporto pubblico nel rappresentare un’alternativa competitiva per una parte significativa dei pendolari.
Proprio il carpooling potrebbe offrire margini di sviluppo, soprattutto nei territori dai quali molti lavoratori si dirigono verso gli stessi poli produttivi del Canton Ticino. La condivisione dei tragitti, le navette aziendali e una migliore integrazione tra treni, autobus e altri servizi potrebbero contribuire a ridurre il numero di veicoli in circolazione e le spese sostenute dai lavoratori.
Per ottenere risultati concreti, tuttavia, servirebbe una pianificazione coordinata tra aziende, amministrazioni pubbliche e operatori del trasporto sui due lati del confine.
Accanto al tempo, pesa anche il costo economico degli spostamenti.
Il 47,7% degli intervistati dichiara di destinare alla mobilità tra il 5 e il 10% del proprio reddito mensile. Un ulteriore 21,6% sostiene spese comprese tra il 10 e il 20%, mentre il 24% riesce a mantenere questa voce al di sotto del 5%.
In sostanza, per quasi sette frontalieri su dieci il tragitto casa-lavoro assorbe almeno il 5% della retribuzione.
Il confronto tra le modalità di trasporto mostra inoltre che chi utilizza il trasporto pubblico riesce più frequentemente a contenere i costi di mobilità sotto il 5% del reddito: accade al 32,2% di questi lavoratori, contro il 19,7% di chi si sposta con mezzi privati.
Una differenza che invita a considerare la mobilità anche sotto il profilo del potere d’acquisto. Alle spese dirette per il viaggio si aggiungono infatti le conseguenze del traffico sulla vivibilità dei territori, sulle emissioni e sulla congestione della rete stradale.
Tra le possibili soluzioni per migliorare la condizione dei frontalieri, il telelavoro emerge come uno degli strumenti più apprezzati. La sua diffusione, tuttavia, resta limitata.
Soltanto il 37,4% degli intervistati dichiara che la propria azienda consente di lavorare da remoto. Tra coloro che già usufruiscono di questa possibilità, il giudizio è però ampiamente positivo: il 62,7% valuta l’esperienza molto positivamente e il 32,5% positivamente, per una soddisfazione complessiva del 95,2%.
Il 94,3% di chi lavora già da remoto vorrebbe inoltre poterlo fare più spesso. Anche tra chi non dispone di questa opportunità emerge una domanda significativa: il 43,3% dichiara di voler accedere al telelavoro.
Le motivazioni riguardano soprattutto la conciliazione tra vita professionale e privata, indicata dal 42,5% degli intervistati, la riduzione dei tempi di viaggio, citata dal 42,4%, e il miglioramento della qualità complessiva della vita, segnalato dal 40,1%.
Seguono la maggiore flessibilità nella gestione del tempo, la riduzione dello stress legato agli spostamenti e il contenimento delle spese di trasporto.
Il telelavoro potrebbe quindi contribuire anche a ridurre la pressione sulla rete stradale nelle fasce orarie più congestionate. La sua applicazione resta naturalmente legata alla natura delle mansioni e alle disposizioni fiscali, previdenziali e contrattuali che regolano il lavoro transfrontaliero.
Resta, tuttavia, evidente la distanza tra il gradimento espresso dai lavoratori e le opportunità effettivamente offerte dalle aziende.
L’indagine mette in relazione i tempi di spostamento con la soddisfazione professionale. Tra i fattori associati negativamente figurano i viaggi più lunghi, l’assenza di copertura attraverso un contratto collettivo di lavoro e la condizione di nuovo frontaliere.
Al contrario, la formazione continua, il welfare aziendale, le retribuzioni più elevate e l’assenza di discriminazioni percepite risultano associati a una maggiore soddisfazione lavorativa.
Anche la conciliazione tra lavoro e vita privata presenta elementi di criticità: il 44,2% degli intervistati si dichiara poco o per niente soddisfatto.
Il confronto tra chi usufruisce del telelavoro e chi non ne dispone rafforza il quadro. Tra i primi, il 69,5% esprime una valutazione positiva della conciliazione vita-lavoro, contro il 51,8% di chi non lavora da remoto.
Numeri che suggeriscono la necessità di considerare la mobilità non come un problema esterno all’organizzazione aziendale, ma come una componente delle politiche di welfare e della gestione delle risorse umane.
La ricerca affronta anche il tema delle retribuzioni e delle condizioni contrattuali.
Il 73% dei frontalieri si dichiara soddisfatto del proprio stipendio, ma il 48,4% ritiene di aver perso potere d’acquisto negli ultimi anni. Il 55,6% percepisce inoltre una disparità salariale rispetto ai colleghi residenti in Svizzera che svolgono mansioni analoghe, mentre il 42,7% dichiara di aver sperimentato almeno una forma di trattamento percepito come discriminatorio.
Si tratta di valutazioni espresse dagli intervistati, che evidenziano comunque questioni rilevanti per le relazioni industriali e la tutela dei lavoratori.
Emergono anche differenze retributive di genere. Il 25,4% delle lavoratrici dichiara uno stipendio lordo mensile inferiore a 3.000 franchi, contro l’8,2% degli uomini.
Critico anche il giudizio sul welfare aziendale: il 58,9% si dichiara poco o per niente soddisfatto. Tra gli aspetti segnalati figurano i benefit, i contributi per i trasporti, le coperture assicurative e i servizi di sostegno ai dipendenti.
A completare il quadro ci sono le incertezze sul sistema previdenziale e le preoccupazioni legate al nuovo quadro fiscale, compresa la cosiddetta tassa sulla salute.
Il convegno di Varese ha rappresentato un’occasione di confronto tra organizzazioni sindacali, rappresentanti istituzionali e mondo economico italiano e svizzero.
Dopo l’apertura affidata a Dino Perboni, segretario regionale della Cisl Lombardia, i risultati della ricerca sono stati illustrati da Francesco Girolimetto, direttore di BiblioLavoro.
Al successivo dibattito hanno partecipato Andrea Puglia, vicesegretario cantonale Ocst, Michele Rossi della Camera di commercio del Canton Ticino, Giacomo Mazzarino della Camera di Commercio di Varese ed Elena Ugazio, segretaria generale della Cisl Piemonte Orientale.
La seconda parte della mattinata ha visto gli interventi di Marco Contessa, responsabile nazionale Frontalieri Cisl, dell’assessore regionale Massimo Sertori, del presidente dell’Associazione Comuni di Frontiera Massimo Mastromarino e del sindaco di Chiavenna Luca Della Bitta. Le conclusioni sono state affidate al segretario nazionale Cisl Mattia Pirulli.
Tra le proposte avanzate dal sindacato figura uno Statuto dei lavoratori frontalieri, con l’obiettivo di garantire maggiore certezza fiscale, tutela dei diritti, trasparenza previdenziale e un confronto istituzionale stabile tra Italia e Svizzera.
I risultati dell’indagine offrono diversi spunti di riflessione per l’Alto Varesotto, dove il frontalierato rappresenta una componente importante dell’economia e della vita quotidiana.
Il dibattito sul lavoro oltreconfine si è concentrato a lungo su fiscalità, ristorni, stipendi e condizioni contrattuali. Temi fondamentali, ai quali si aggiunge oggi con forza quello della mobilità.
Ridurre i tempi di percorrenza, migliorare l’accessibilità del trasporto pubblico, incentivare gli spostamenti condivisi e favorire forme di lavoro flessibile significa intervenire direttamente sulla qualità della vita di migliaia di persone.
Per il Luinese e i territori di confine, una possibile direzione è quella di sviluppare politiche di mobilità sovracomunali e transfrontaliere, costruite sui reali flussi casa-lavoro e sulle esigenze delle aziende. Non soltanto nuove infrastrutture, ma anche collegamenti più efficienti, servizi condivisi e accordi che rendano il telelavoro concretamente accessibile dove le mansioni lo consentono.
Dalla ricerca di Cisl e Ocst emerge così un messaggio centrale: il valore del lavoro non si misura soltanto attraverso lo stipendio, ma anche attraverso il tempo, le risorse e le energie necessarie per raggiungerlo.
Per migliaia di frontalieri che ogni mattina partono dal nostro territorio verso il Canton Ticino, il viaggio è ormai una parte integrante della giornata lavorativa. Ridurne il peso significa migliorare non soltanto la mobilità, ma anche il benessere delle persone e la sostenibilità del lavoro transfrontaliero.
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