Luino | 12 Ottobre 2026

Luino, dopo 33 anni si ritrovano gli ex alunni di Maria Ausiliatrice: una serata tra ricordi e risate

Pierfrancesco Buchi, tramite una lettera e delle belle parole, racconta della rimpatriata dei coscritti 1980. «Per una sera siamo tornati tutti studenti di quell'istituto»

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«Sono passati 33 anni, ma per una sera è sembrato che il tempo si fosse fermato», racconta Pierfrancesco Buchi. I ragazzi e le ragazze della classe 1980 che hanno frequentato le scuole elementari e medie dell’Istituto Maria Ausiliatrice di Luino si sono ritrovati attorno a una tavola, tra una pizza, qualche bicchiere e una valanga di ricordi.

L’iniziativa, nata grazie a Chiara Frulli e Laura De Grandi, ha coinvolto circa 40 ex alunni che avevano condiviso almeno l’ultimo anno delle elementari o quello delle medie; in 27 hanno risposto all’appello. Qualcuno non è riuscito a partecipare per impegni di lavoro, altri vivono all’estero, altri ancora hanno preferito non esserci; ma chi ha accettato l’invito non si è lasciato scoraggiare dalla distanza: c’è chi vive ancora nel Luinese, chi ha affrontato oltre due ore di viaggio e persino chi è arrivato da Roma.

«C’è chi ha costruito una famiglia e oggi ha figli adolescenti, magari proprio dell’età che avevamo noi quando ci siamo salutati. Chi si è separato e ha ricominciato, chi ha trovato un nuovo amore, chi ha dovuto affrontare la perdita tragica del proprio compagno e chi, invece, l’amore lo sta ancora cercando», afferma.

«Ci sono medici, professionisti affermati in grandi aziende, imprenditori che si sono fatti da soli, dipendenti di importanti istituti bancari, impiegati, operai, professionisti dell’edilizia e della progettazione. C’è chi insegna religione, chi si prende cura dei bambini e chi dedica la propria professione agli anziani e alle persone più fragili. Molti lavorano nella vicina Svizzera, altri hanno scelto di rimanere professionalmente legati a Luino e al suo territorio», aggiunge Buchi.

«Quasi tutti hanno proseguito gli studi al liceo scientifico o alla vecchia ragioneria luinese, molti hanno conseguito una laurea. Strade diverse, ambizioni differenti, successi e inevitabili delusioni, ognuno con la propria storia – prosegue -. Ma è bastato pronunciare qualche nome per tornare improvvisamente quattordicenni».

«Impossibile dimenticare suor Savina e i suoi memorabili sberloni, suor Santina che suonava la chitarra, suor Rosalinda e il suo inconfondibile grido “Alti e stupidi!”, suor Antonietta che vendeva il Giornalino che nessuno voleva comprare, suor Mariarosa che smerciava santini, oppure suor Idolina, il generale, davanti alla quale anche i più temerari finivano per abbassare la cresta», ricorda Pierfrancesco Buchi.

«E poi i professori, tra i quali il professor Conti di musica, ostinatamente convinto che da quel maledetto flauto potessero uscire melodie degne di questo nome, il professor Colucci di ginnastica, con le sue punizioni a suon di saltelli per tutta la palestra, il temutissimo professor Paganini che ci faceva rigare dritti con un solo sguardo, le professoresse Bortolotti, Cornolò, Cometti, Lanella e Figliuzzi e tanti altri. E ancora il doposcuola con le professoresse Tomba e Alfarano, fino agli indimenticabili calci nel sedere di don Mauro. Nomi che, uno dopo l’altro, hanno riacceso aneddoti, scherzi, risate e qualche episodio che forse, a distanza di tanti anni, è finalmente possibile confessare», afferma.

«Eravamo una generazione tutt’altro che facile. Vivaci, irriverenti, spesso indisciplinati: facevamo arrabbiare le suore, mettevamo alla prova la pazienza degli insegnanti e qualche volta superavamo decisamente il limite. Ma dietro quei rimproveri, quelle punizioni e quella disciplina, c’erano persone che, con i loro pregi e i loro difetti, hanno contribuito profondamente alla nostra educazione», spiegano.

«A tutte quelle suore, ai professori e agli educatori del Maria Ausiliatrice dobbiamo molto di ciò che siamo diventati – narra Pierfrancesco -. Forse allora non lo capivamo, forse li consideravamo soltanto adulti che volevano impedirci di divertirci; oggi, con qualche capello bianco e una maggiore consapevolezza, possiamo riconoscere il valore di quel pezzo importante della nostra vita».

«Apparteniamo a una generazione cresciuta in un mondo profondamente diverso da quello dei ragazzi di oggi. Senza smartphone, senza social, con amicizie costruite nei corridoi, nei cortili e al campone dell’oratorio, con scherzi che oggi probabilmente farebbero discutere e con un modo di vivere la scuola, l’autorità e le relazioni che sembra appartenere a un’altra epoca. Non necessariamente eravamo migliori. Eravamo semplicemente diversi», sostengono.

Pierfrancesco Buchi racconta che è stato proprio questo l’aspetto più bello della serata: ritrovarsi adulti, con tutte le responsabilità e le ferite che la vita porta con sé, e riscoprirsi per qualche ora gli stessi ragazzi di allora. «Perché in questi 33 anni non ci sono stati soltanto matrimoni, figli, lauree e soddisfazioni professionali; ci sono state anche separazioni, lutti, tragedie familiari, malattie, difficoltà e momenti che hanno cambiato profondamente qualcuno di noi. Vicende che, in alcuni casi, avevano già attraversato la nostra adolescenza, lasciando segni che forse allora, nella nostra spensieratezza, non eravamo ancora capaci di comprendere fino in fondo».

«Eppure, attorno a quella tavola, tutto è tornato incredibilmente naturale. Si è parlato di scuola, di lavoro, di famiglia, di intimità, di ricordi e, naturalmente, anche di tante stupidaggini. Proprio come facevamo allora – ripercorre -. Ci siamo ritrovati con qualche ruga in più, qualche chilo di troppo, tante esperienze sulle spalle, ma con la stessa voglia di prenderci in giro e di ridere insieme. A quattordici anni avevamo sogni, speranze e forse anche la presunzione di poter cambiare il mondo. Trentatré anni dopo, guardandoci negli occhi, abbiamo scoperto che il mondo è cambiato molto più di quanto immaginassimo e che noi, forse, siamo riusciti a malapena a cambiare noi stessi».

«Ma una cosa è rimasta: quel legame silenzioso che unisce persone che hanno condiviso un pezzo fondamentale della propria crescita. Per una sera siamo tornati tutti studenti dell’Istituto Maria Ausiliatrice: senza interrogazioni, senza compiti da copiare o passarci, senza note sul registro. E, soprattutto, senza il rischio che suor Antonietta ci rincorresse ancora con la scopa per dividere maschi e femmine… anche se, a giudicare da certe risate e da certi racconti, probabilmente avrebbe avuto ancora qualche buon motivo per farlo», conclude così Pierfrancesco Buchi.

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