Varese | 5 Ottobre 2026

Riforma dell’artigianato, Confindustria Varese: «Non può essere la politica a definire l’industria»

Il presidente Luigi Galdabini scrive agli onorevoli e contesta gli articoli 15 e 16 della riforma: «Rischio di dumping salariale, minori entrate per lo Stato e distorsioni della concorrenza»

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È un intervento dai toni netti quello di Confindustria Varese sulla riforma della Legge Quadro sull’artigianato attualmente in discussione. Il presidente Luigi Galdabini ha scritto agli onorevoli per esprimere le preoccupazioni del sistema associativo varesino in merito alla delega che il Governo dovrà esercitare per riscrivere la normativa entro gennaio 2027, come previsto dalla Legge 11 marzo 2026 n. 34.

Nel mirino di Confindustria Varese ci sono in particolare due articoli della riforma, il 15 e il 16, considerati dall’associazione profondamente problematici.

Il primo riguarda l’innalzamento della soglia dimensionale dell’impresa artigiana. La proposta prevede infatti il passaggio dagli attuali limiti, compresi tra 18 e 32 dipendenti a seconda della tipologia produttiva, a 50 dipendenti per tutte le imprese.

Secondo Confindustria Varese, una modifica di questo tipo potrebbe consentire a imprese con 49 dipendenti di applicare i contratti collettivi nazionali dell’artigianato, caratterizzati in diversi settori da minimi retributivi inferiori rispetto ai corrispondenti Ccnl dell’industria.

Il secondo punto contestato riguarda invece l’utilizzo della parola “artigianale”. L’articolo 16, secondo quanto evidenziato dall’associazione, vieterebbe alle imprese non iscritte all’Albo delle Imprese Artigiane di utilizzare questa definizione per i propri prodotti.

Una scelta che, nell’interpretazione di Confindustria Varese, potrebbe produrre situazioni paradossali: un’impresa con decine di maestri orafi che realizzano prodotti interamente a mano potrebbe non poterli definire “artigianali” se non iscritta all’Albo, mentre un’impresa con processi maggiormente automatizzati, ma iscritta all’Albo, potrebbe utilizzare la stessa definizione.

È proprio su questo punto che Galdabini concentra una delle principali critiche alla riforma.

«Non può essere la politica a definire l’industria», scrive il presidente di Confindustria Varese, sostenendo che la distinzione tra industria e artigianato non dovrebbe essere determinata esclusivamente da una classificazione normativa, ma dalla reale organizzazione del lavoro, dalle tecnologie utilizzate e dai processi produttivi.

L’associazione precisa inoltre di non avere «nulla contro l’artigianato» e sottolinea la collaborazione con la relativa rappresentanza. Al contrario, secondo Confindustria Varese, l’artigianato avrebbe bisogno di politiche capaci di accompagnare le imprese che intendono crescere, aumentare le proprie dimensioni e trasformarsi in realtà industriali.

Il problema, secondo Galdabini, sarebbe però quello di ampliare per legge il perimetro dell’artigianato senza intervenire sui nodi strutturali della competitività.

Uno dei punti centrali della posizione di Confindustria Varese riguarda le possibili conseguenze sul costo del lavoro e sulle retribuzioni.

Nella lettera vengono riportati alcuni esempi relativi ai contratti collettivi. Nel settore metalmeccanico, a parità di livello indicato nella lettera, un lavoratore dell’industria avrebbe una retribuzione annua lorda di 26.989 euro, contro i 21.867 euro dell’equivalente livello nell’artigianato: una differenza superiore ai 5 mila euro.

Nel settore tessile, sempre secondo i dati riportati da Confindustria Varese, la differenza tra i due contratti supererebbe invece i 3.900 euro annui.

L’associazione stima che gli effetti della possibile estensione della platea interessata potrebbero coinvolgere fino a 1,8 milioni di lavoratori.

Da qui la preoccupazione per quelli che Confindustria definisce gli effetti di un possibile «dumping salariale», con conseguenze non soltanto sui lavoratori e sul loro potere d’acquisto, ma anche sulla finanza pubblica.

Secondo le stime citate nella lettera, le minori entrate potrebbero raggiungere circa 800 milioni di euro all’anno per l’Inps e circa 400 milioni per l’Irpef, per un totale superiore al miliardo di euro.

Confindustria Varese solleva inoltre dubbi di natura costituzionale e comunitaria, sostenendo che la riforma, nella formulazione contestata, potrebbe determinare una disparità di trattamento tra imprese con caratteristiche produttive simili.

Tra le conseguenze indicate c’è anche una possibile alterazione delle condizioni di concorrenza, soprattutto in settori come quello degli appalti pubblici, dove imprese con lo stesso numero di dipendenti potrebbero trovarsi a sostenere costi del lavoro differenti in ragione della diversa qualificazione giuridica.

Nella lettera vengono inoltre richiamate le direttive europee in materia di appalti e salari minimi, rispetto alle quali Confindustria Varese evidenzia il rischio di possibili contenziosi e procedure di infrazione.

L’associazione non chiede di bloccare ogni intervento sulla normativa dell’artigianato, ma di aprire un confronto più ampio prima di procedere con la riforma.

Tra le richieste rivolte al Governo e al Parlamento figurano: il ritiro del decreto delegato nella sua attuale formulazione; un’audizione formale di Confindustria nelle Commissioni parlamentari competenti per lavoro e attività produttive; l’apertura di un tavolo tecnico con tutte le parti sociali, compresi i sindacati; la modifica dell’articolo 16, sostituendolo con una definizione dell’artigianato basata sul processo produttivo e una simulazione ufficiale degli effetti della riforma su contributi, fisco e rappresentanza.

Secondo Confindustria Varese, le piccole e medie imprese avrebbero bisogno soprattutto di riduzione del costo del lavoro senza riduzione dei salari, incentivi agli investimenti, estensione degli ammortizzatori sociali e semplificazione amministrativa.

«Iniziamo a parlare di questi temi, di politica industriale, anziché inventarci definizioni di industria e artigianato», è la posizione espressa da Galdabini nella lettera.

L’appello dell’associazione varesina è quindi quello di aprire un confronto prima che la riforma venga definita. L’obiettivo, secondo Confindustria Varese, è evitare che una modifica pensata per ridefinire il mondo dell’artigianato possa produrre effetti sul lavoro, sulla concorrenza, sui conti pubblici e sulla competitività delle imprese senza un adeguato confronto con le parti sociali.

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