(A cura di Cesi Colli) Ci sono feste che si organizzano e altre che, ancora prima di cominciare, appartengono già alla memoria di una comunità. È così per la festa della Madonna del Rosario a Bedero Valcuvia, un appuntamento che torna ogni anno, ma che non è mai uguale a se stesso perché ogni volta porta con sé nuove persone, nuovi gesti e nuove storie.
La ricorrenza ha preso il via giovedì 24 settembre con la Santa Messa serale, proseguendo venerdì con la recita del Santo Rosario e delle Litanie. Nel corso delle celebrazioni non sono mancate le omelie del nostro parroco, don Valerio, dedicate alla meditazione e all’approfondimento della figura di Maria, quale esempio di fede e di affidamento a Dio.
Il momento centrale è stato ieri, domenica 27 settembre. Alle 10.30, nella chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, è stata celebrata la Messa solenne da don Valerio, animata dai canti della corale. L’organo, con la sua voce antica e solenne, ha trovato in Sebastiano un interprete giovanissimo e ormai immancabile: da alcuni anni è lui ad accompagnare le celebrazioni, dando voce alla liturgia e alla tradizione.
Una tradizione antica che, attraverso le sue mani giovani, continua così a rinnovarsi e a guardare al futuro. Durante la S. Messa si è rinnovata la tradizionale offerta dei canestri. Un’usanza semplice, ma profondamente legata alla vita del paese. Nei canestri non arrivano soltanto prodotti da portare all’altare: ci sono il lavoro di chi li ha preparati, i frutti di un orto, qualcosa raccolto nei boschi, un prodotto fatto in casa. Piccoli segni di una comunità che sceglie di condividere ciò che ha.
Dopo la benedizione, nel pomeriggio i canestri sono stati messi all’incanto. Anche in questo caso, più che il valore delle singole offerte, ha contato il significato complessivo del gesto: tante piccole partecipazioni possono trasformarsi in un aiuto concreto. La mattinata si è conclusa con la pesca per i bambini, l’aperitivo e la vendita delle torte.
A mezzogiorno il sagrato della chiesa ha ospitato lo stand gastronomico, mentre in oratorio sono state apparecchiate le tavolate per il pranzo comunitario. Ai fornelli, i cuochi dell’oratorio hanno messo ancora una volta passione, esperienza e bravura, portando in tavola un pranzo gustoso e preparato con attenzione.
La festa ha così ritrovato uno dei suoi significati più autentici: stare insieme. Ci si siede accanto a chi si conosce da sempre, si incontrano persone che magari si vedono meno durante l’anno, si mangia, si chiacchiera e si condividono alcune ore lontano dalla quotidianità.
Quest’anno, inoltre, il sagrato della chiesa ha avuto un elemento del tutto nuovo. Per la prima volta è stato decorato con delicati fiori di carta realizzati dalle donne del paese. Un lavoro fatto a mano, con pazienza e creatività, che ha trasformato la piazza e ha aggiunto alla festa un segno concreto della partecipazione della comunità.
Un’altra novità, forse ancora più significativa perché parla di futuro, ha visto protagonisti per la prima volta gli adolescenti di Bedero. Sono stati loro ad aiutare a mettere le catene lungo le strade interessate dalla processione, prendendosi cura concretamente della preparazione del percorso. Un gesto semplice, ma importante: anche attraverso queste piccole responsabilità i più giovani entrano nella vita della comunità e diventano parte attiva di una tradizione che, altrimenti, rischierebbe di rimanere soltanto un ricordo delle generazioni precedenti.
Alle 15, dopo il canto dei Vespri, è arrivato il momento più atteso: la statua della Madonna del Rosario ha lasciato la chiesa e, accompagnata dal suono della banda, ha iniziato la processione per le vie del paese. Il simulacro è passato davanti alle case e alle persone, mentre ciascuno ha potuto affidare alla Madonna una preoccupazione, una speranza, una gioia o il ricordo di una persona cara.
Quest’anno il percorso ha avuto anche una novità dal forte valore simbolico. Per la prima volta la processione è arrivata fino alla cappella Valtorta, la cappella del cimitero. In quel momento la festa è diventata anche memoria: la comunità dei vivi si è incontrata simbolicamente con quella dei propri morti, ricordando che la storia di un paese non è fatta soltanto da chi oggi lo abita, ma anche dalle persone che hanno costruito nel tempo quelle case, quelle famiglie e quelle tradizioni che ancora oggi vengono tramandate.
È stata, dunque, una festa fatta di gesti antichi e di novità. Di chi continua a custodire ciò che ha ricevuto e di chi, anche attraverso un piccolo gesto come mettere una catena lungo una strada, comincia a prendersi cura della comunità. Ed è questo, forse, il modo in cui una tradizione riesce a rimanere viva: non limitandosi a ripetere ciò che è stato, ma trovando ogni anno un modo nuovo per raccontare la comunità che la celebra. Una festa patronale non è soltanto un appuntamento del calendario, ma è anche un modo per ricordare chi siamo stati, riconoscere chi siamo oggi e continuare, insieme, a costruire la memoria di domani.
Foto: Valesca
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