Grantola | 4 Luglio 2026

Cinema Mignon di Grantola: torna nel weekend il dramma “Yellow Letters”

Sabato 4 e domenica 5 luglio al via la proiezione di “Yellow Letters”, l'intenso dramma d’autore tra Turchia, Germania e Francia

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A Grantola arriva Yellow Letters, un film turco di İlker Çatak uscito questa primavera e in programma al cinema Mignon sabato 4 luglio alle 21:15 e domenica 5 luglio alle 18, con altre proiezioni previste nei due weekend successivi, negli stessi orari.

La vicenda racconta di Derya e Aziz, una coppia di artisti teatrali turchi interpretati da Özgü Namal e Tansu Biçer. La loro vita cambia improvvisamente dopo la rappresentazione di uno spettacolo che attira l’attenzione delle autorità. Aziz, professore universitario, riceve una «lettera gialla», cioè la comunicazione del suo licenziamento; poco dopo anche Derya perde il lavoro. La famiglia è costretta a trasferirsi a Istanbul insieme alla figlia adolescente Ezgi e tutto quello che sembrava acquisito comincia lentamente a sgretolarsi.

Il film potrebbe facilmente diventare una storia molto schematica: da una parte gli artisti che difendono la propria libertà, dall’altra il potere che cerca di metterli a tacere. Invece Çatak è più interessato alle conseguenze di questa situazione sulle persone. E qui, secondo me, il film diventa davvero interessante, perché quando perdi il lavoro non perdi soltanto uno stipendio, perdi in parte il tuo senso d’identità: ambia il modo in cui guardi te stesso, cambia il rapporto con chi ti sta vicino, cambia persino il modo in cui ami. Derya e Aziz si vogliono bene, questo è evidente, ma l’amore non cancella le contraddizioni di una coppia.

Il regista ha raccontato di essere stato interessato a lungo proprio alle storie matrimoniali, alle loro tensioni e alla compresenza di «gentilezza, amore e tenerezza» da una parte e «durezza e freddezza» dall’altra. Per scegliere i protagonisti cercava inoltre attori provenienti dal teatro e, nel caso di Namal e Biçer, ha dato molta importanza alla loro alchimia. I loro personaggi non sembrano semplicemente recitati: hanno qualcosa di fisico, a volte quasi scomodo. Çatak ha infatti lasciato ai due interpreti principali una notevole libertà nel costruire i personaggi e le scene e si sente. Lo spettatore non sa mai bene da che parte schierarsi, perché le persone, le situazioni sono complesse e stratificate.

I chiaroscuri, i colori poco rassicuranti, gli ambienti spesso spogli contribuiscono a dare alla storia una certa durezza. Non si tratta di un film levigato, gli attori non hanno quell’aspetto perfetto e quasi irreale che spesso il cinema commerciale sembra richiedere: sembrano persone vere, con facce, corpi e stanchezze vere, persone che non hanno sempre una soluzione pronta.

Anche la scelta di girare in Germania fingendo che Berlino fosse Ankara e Amburgo Istanbul è interessante. Çatak ha voluto creare una sorta di illusione, inserendo però volutamente elementi tedeschi riconoscibili all’interno dell’ambientazione turca. Il risultato è un leggero senso di straniamento, quasi come se anche lo spettatore non potesse mai sentirsi completamente al sicuro dentro il luogo che sta guardando.

E poi c’è il teatro. Non è soltanto il lavoro dei protagonisti, ma è il punto da cui comincia tutto: una rappresentazione diventa il motivo per cui Aziz e Derya finiscono sotto pressione e l’arte, che dovrebbe essere uno spazio di libertà, diventa improvvisamente qualcosa che può avere conseguenze molto gravi sulla loro vita e la domanda cui cercano di rispondere non riguarda soltanto gli artisti: quanto siamo disposti a sacrificare per proteggere la libertà d’espressione? Non in termini astratti, ma concreti: andremmo a vivere a casa della suocera almeno temporaneamente? Faremmo cambiare scuola e città a nostra figlia adolescente? Rischieremmo la prigione? E, soprattutto, il nostro partner si schiererebbe dalla nostra parte, ci seguirebbe in una testarda resistenza al sistema?

Non a caso, Yellow Letters ha ricevuto l’Orso d’Oro alla Berlinale 2026, ma al di là dei premi credo che sia soprattutto un film sul senso del compromesso, dove rinuncia morale e sacrificio d’amore sembrano prima sovrapporsi e poi contraddirsi. Ma, forse, sono proprio queste contraddizioni a renderlo così meravigliosamente umano.

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