Il consigliere regionale del Partito Democratico, Samuele Astuti, esprime una netta contrarietà alla cosiddetta tassa sulla salute per i frontalieri, definendola un’imposizione illegittima. Secondo Astuti, si tratterebbe di una vera e propria imposta, applicata su redditi già tassati in Svizzera e non collegata a servizi specifici, ma con caratteristiche tipiche di un prelievo fiscale generale.
Tra le principali criticità evidenziate vi è il rischio concreto di doppia imposizione per i lavoratori frontalieri, già soggetti a contribuzione sanitaria nel Paese in cui operano. Astuti sottolinea inoltre la disparità tra territori confinanti, evidenziando come il Piemonte abbia scelto di non applicare il contributo, a differenza della Lombardia. Una situazione che potrebbe penalizzare i lavoratori lombardi rispetto a colleghi impiegati nelle stesse aziende ticinesi.
Dal punto di vista normativo, il consigliere dem richiama l’accordo tra Italia e Svizzera, secondo cui i cosiddetti “vecchi frontalieri” devono essere tassati esclusivamente nello Stato in cui lavorano. L’introduzione della misura, a suo avviso, violerebbe tale principio e potrebbe avere ripercussioni anche sui ristorni destinati ai comuni di confine.
Il Partito Democratico chiede quindi il superamento della tassa, proponendo invece una revisione strutturale del sistema sanitario basata su prevenzione, servizi territoriali e programmazione pubblica. Ecco l’intervista al consigliere regionale dem.
Qual è la posizione del Partito Democratico lombardo sulla cosiddetta “tassa sulla salute” per i frontalieri?
Siamo contrari: riteniamo che sia un’imposizione illegittima. Ci chiediamo come mai il centrodestra abbia voluto immaginare, prima a livello nazionale, poi in applicazione a livello locale, una simile gabella per i vecchi frontalieri. E non c’è dubbio che si tratti di un’imposta perché verrebbe prelevata dallo Stato italiano su tutti questi lavoratori, calcolata sul reddito da lavoro frontaliero già tassato alla fonte in Svizzera, non sarebbe parametrata a servizi individuali realmente forniti, ma avrebbe carattere generale, tipico dell’imposizione tributaria, appunto.
Molti lavoratori denunciano il rischio di una doppia imposizione: si paga già per la sanità nel Paese in cui si lavora. Ritieni che questa misura sia equa?
Assolutamente no. Per questo la definiamo illegittima. Sembra proprio solo un modo per mettere le mani nelle tasche dei vecchi frontalieri. Tra l’altro stiamo parlando di pochissimi soldi rispetto alle necessità che ha la sanità nelle aree di frontiera.
In Lombardia si è scelto di introdurre questo contributo, mentre il Piemonte non lo applica: come si spiega questa differenza di approccio tra territori confinanti?
È quello che ci chiediamo anche noi, invitando la Lombardia e seguire l’esempio del Piemonte che, evidentemente, non vuole gravare sui lavoratori. Si tenga poi conto che Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige non si sono ancora espressi, dimostrando che non sono così interessati.
Non temi che questa disparità possa creare una penalizzazione per i frontalieri lombardi rispetto a quelli piemontesi? Come si potrebbe risolvere?
Semplicemente non applicandola. Perché sicuramente è una disparità importante, considerato che i lavoratori piemontesi lavorano fianco a fianco, nelle stesse aziende ticinesi dove vi sono anche i lombardi.
Dal punto di vista normativo, credi che la misura sia pienamente compatibile con gli accordi fiscali tra Italia e Svizzera?
Ribadisco che non lo è e lo diciamo chiaramente nella nostra mozione: l’articolo 9, comma 1, dell’Accordo tra la Confederazione Svizzera e la Repubblica Italiana, relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri, stabilisce in modo chiaro e vincolante che i lavoratori frontalieri rientranti nel regime transitorio, quelli che noi definiamo vecchi frontalieri, sono assoggettati a imposizione fiscale solo nello Stato dove esercitano l’attività lavorativa, cioè in Svizzera. Pertanto, l’introduzione da parte del Governo italiano di un’imposta ulteriore sul reddito di questi lavoratori costituisce una violazione diretta e sostanziale di questo passaggio dell’accordo. A queste già gravi motivazioni si aggiunge il serio rischio che Canton Ticino e Svizzera possano decurtare l’importo dei ristorni da versare ai comuni di frontiera in misura equivalente all’imposta sanitaria prelevata illegittimamente ai frontalieri. Questo Governo, questa Giunta regionale, entrambe a guida centrodestra, così facendo mettono nuovamente in ginocchio le nostre amministrazioni. Un esempio è il Comune di Luino che ha utilizzato in maniera intelligente e capace in questi anni i ristorni. Non avere più quelle risorse vuol dire mettere in ginocchio intere comunità.
Le associazioni e i sindacati dei frontalieri parlano di scarsa chiarezza su criteri, calcolo ed eventuali esenzioni: cosa non ha funzionato nella fase di definizione della norma?
Hanno ragione perché mancano delle linee guida chiare su come applicare la norma. Governo e Regione continuano a non confrontarsi con nessuno, né sindacati, né comunità locali. È tutto molto vago.
Ritieni che le risorse raccolte con questo contributo siano effettivamente destinate a migliorare i servizi sanitari nei territori di confine? In che modo?
Qui stiamo parlando veramente di pochissime risorse, con una destinazione assolutamente vaga, che purtroppo non porterebbero a nessun miglioramento del servizio sanitario dei territori di confine.
Alla luce delle criticità emerse, il Partito Democratico è favorevole a una revisione o a un superamento di questa tassa? Guardando al futuro, quale soluzione proponi per garantire sostenibilità al sistema sanitario senza gravare in modo sproporzionato sui lavoratori frontalieri?
Come Gruppo regionale del Pd stiamo pressando la Giunta affinché rinunci a questa tassa, ma dall’altra parte c’è un muro di gomma e quando va bene vengono proposte soluzioni come l’abbassamento della percentuale del prelievo. Insomma, vogliono assolutamente recuperare denaro dai vecchi frontalieri. E non è violando gli accordi che si risolve il problema della sostenibilità del sistema sanitario regionale. Avevamo presentato un progetto di legge regionale che ne riscriveva i principi, togliendo l’equivalenza tra sanità pubblica e sanità privata e obbligando la Regione a fare programmazione e a governare l’offerta, indirizzando verso le prestazioni maggiormente necessarie. Quattro i principi che chiedevamo venissero introdotti: universalità del servizio, centralità della prevenzione, priorità dei servizi territoriali, governo pubblico degli erogatori. Così bisogna fare, non è spremendo i cittadini che si risolvono problemi atavici. Ma il centrodestra non ne ha voluto sapere. E le negligenze ricadono sempre sulla popolazione.
© Riproduzione riservata

Vuoi lasciare un commento? | 0