Ieri il Lago Maggiore è entrato in classe. E non in una classe qualunque, ma all’Istituto “De Filippi” di Varese, dove la presenza della rinomata scuola alberghiera rende il dialogo con il territorio qualcosa di molto concreto: non una teoria da convegno, ma materia viva, destinata a finire nei menu, nei racconti dell’accoglienza, nella cultura professionale di chi domani lavorerà nella ristorazione e nella ricettività.
L’occasione è stata offerta dall’incontro promosso dall’associazione Lands Lake, presente con il consigliere ingegner Marco Bini, insieme a figure che da tempo riflettono sul futuro del Lago Maggiore non solo come paesaggio da ammirare, ma come sistema da conoscere, abitare e mettere in relazione. Accanto all’associazione, anche Rolando Saccucci, noto riferimento di Slow Food, presenza che da sola basta a far capire il tono della giornata: serio, concreto, ma capace di tenere insieme cibo, ambiente, storia, identità e relazioni.
Il punto di partenza è semplice, anche se non banale: un lago non è soltanto acqua tra due montagne o una cartolina buona per i weekend. Un lago è una trama di mestieri, stagioni, saperi, tradizioni, economie locali, approdi, comunità e differenze.
E il Lago Maggiore, da questo punto di vista, è quasi un piccolo mondo: due Stati, più province, più territori, molte identità, tante eccellenze, ma ancora troppo spesso poco coordinate tra loro. Proprio da qui nasce la proposta del Contratto di Lago, pensata come forma volontaria, graduale e inclusiva di cooperazione tra sponde lombarde, piemontesi e ticinesi, per costruire una visione comune e trasformare la frammentazione in forza di sistema.
Al “De Filippi”, questa visione è stata portata dentro un contesto particolarmente significativo. Perché parlare di pesce di lago, di filiere locali, di qualità dei prodotti e di gestione consapevole della materia prima in una scuola alberghiera vuol dire agire nel punto esatto in cui la cultura del territorio può diventare pratica quotidiana. Sapere che esistono stagioni della pesca, riconoscere il valore di una specie locale, comprendere il legame tra ambiente e tavola, non è folclore: è formazione. Ed è forse uno degli antidoti più intelligenti alla globalizzazione intesa come appiattimento, come menu uguale ovunque, come perdita di contesto.
In fondo, il messaggio che passa da questa giornata è quasi disarmante nella sua evidenza: non si può fare ospitalità di qualità senza sapere dove ci si trova. E sul Lago Maggiore ci si trova dentro una storia lunga, profonda, stratificata, millenaria. Ci si trova in un bacino che ha conosciuto commerci, aristocrazie, monasteri, navigazione, pesca, giardini, ville, porti, scambi, frontiere e contaminazioni. Ci si trova in un paesaggio che non ha bisogno di essere inventato, ma di essere capito meglio e raccontato meglio.
In questo quadro, anche il tema dei Borromeo entra inevitabilmente nella riflessione, e non solo per il peso storico e simbolico che la famiglia esercita da secoli sul Verbano. Le cronache degli ultimi anni hanno riportato all’attenzione pubblica l’antica e controversa questione dei diritti di pesca, residuo di una storia tanto affascinante quanto, per alcuni, difficile da spiegare ai pescatori del presente senza suscitare più di un sopracciglio alzato. Diciamo che il Lago Maggiore, ogni tanto, riesce ancora a far convivere il XXI secolo con qualche eco da “un fiorino”, ma con straordinaria eleganza paesaggistica.
Proprio per questo, però, la proposta di Lands Lake non si muove sul terreno della polemica sterile. Al contrario, prova a stare su un livello più alto e più utile: quello della costruzione di relazioni nuove. Se il lago deve diventare davvero una piattaforma di cooperazione culturale, ambientale, turistica e produttiva, allora servono soggetti capaci di fare rete. E in questa prospettiva anche la famiglia Borromeo, con le sue radici profonde nel territorio e il suo peso storico, può essere interlocutore importante, non come residuo immobile del passato ma come possibile partner di una stagione nuova, più aperta, più condivisa e più all’altezza del presente.
Il valore aggiunto dell’incontro del “De Filippi” sta proprio qui: nell’aver messo insieme il livello delle idee e quello delle persone. Da una parte la cornice strategica del Contratto di Lago, che punta a mettere in rete ambiente, mobilità, cultura, prodotti locali, navigazione, ricerca e comunità del Lago Maggiore. Dall’altra il confronto diretto con studenti e docenti, cioè con chi potrà tradurre queste parole in gesti professionali, in scelte di cucina, in racconto dell’ospitalità, in attenzione al cliente, in rispetto del paesaggio e delle sue economie locali.
Ed è qui che l’intervento di Rolando Saccucci acquista un significato particolare. Perché la tavola, prima ancora di essere consumo, è relazione. È il luogo in cui il prodotto locale smette di essere solo materia e diventa racconto, incontro, riconoscimento reciproco. In un lago tanto ricco quanto diviso e frammentato come il Maggiore, la tavola può davvero diventare uno dei primi strumenti di ricucitura: semplice, concreto, quotidiano. E forse anche il più convincente. Perché si può discutere all’infinito di governance, confini, competenze e regolamenti; ma davanti a un buon piatto preparato con intelligenza, memoria del territorio e rispetto delle stagioni, il dialogo parte quasi da solo.
L’incontro di ieri, allora, non è stato soltanto una visita o una lezione speciale. È stato un piccolo segnale di metodo. Il Lago Maggiore può tornare a pensarsi come sistema, ma per farlo deve entrare nei luoghi della formazione, parlare con i giovani, contaminare le professioni, far capire che dietro un pesce di lago, un piatto ben costruito o un’accoglienza autentica c’è un mondo intero. E che quel mondo, per funzionare meglio, ha bisogno di essere conosciuto, collegato e condiviso.
Insomma: prima ancora di mettere in rete i porti, forse conviene mettere in rete le idee. E da Varese, ieri, al De Filippi, è arrivato un messaggio molto chiaro: il Lago Maggiore non è soltanto un confine d’acqua. Può diventare una comunità di destino. Anche a tavola.
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